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VATICANO S.P.A. 1981-2005
A cominciare da questo post, il sottoscritto presenterà su
Ora Basta il riassunto del capitolo n° 3 - Vaticano S.p.A. 1981-2005 - del libro
"HABEMUS
PAPAM" - Il potere e la gloria: dalla morte di Papa Luciani all'ascesa di Ratzinger - di David A. Yallop. Casa editrice "Nuovi Mondi Media". Le risorse della Chiesa, i suoi privilegi, le sue immunità, venivano usati coscientemente per evadere il fisco, per controllare gli scambi, per il riciclaggio di denaro sporco, il racket e le truffe. I protagonisti erano: il Vescovo Paul Marcinkus (il gorilla), Michele Sindona (lo squalo), Licio Gelli (il burattinaio) e Roberto Calvi (il cavaliere). Marcinkus passò da guardia del corpo di Papa Paolo VI a suo controllore e guardiano al vertice della Banca Vaticana ed offriva rispettabilità e riservatezza alle imprese rischiose e criminali di Sindona e Calvi. Sindona si creò una carriera di successo usando le sue connessioni eccellenti, in particolare con il Vaticano, creando un immenso impero basato sulla frode. Era aiutato da Licio Gelli: partner dei nazisti fuggiti, dei narcotrafficanti e dei regimi militari di estrema destra dell'America Latina. Gelli era a capo della loggia massonica segreta P2. Tra i suoi membri c'erano Sindona e Umberto Ortolani, avvocato e uomo d'affari. Grazie a Ortolani la loggia P2 mise in piedi una rete di contatti all'interno del Vaticano. Roberto Calvi ne era il tesoriere: bancario, truffatore, reciclava denaro sporco per conto della mafia. Sindona e Calvi erano sotto inchiesta negli U.S.A. e in Italia e l'unica cosa che li proteggeva erano i loro contatti con il Vaticano attraverso Marcinkus. Mentre era in corso il processo a Calvi, Marcinkus ebbe molti incontri con il banchiere (già condannato) che sfociarono nell'ammissione ufficiale da parte della Banca Vaticana che i debiti erano cresciuti di quasi un miliardo di dollari. Si trattava della somma dovuta dalle banche di Calvi in Perù e Nicaragua. I peruviani in particolare erano più preoccupati visto che avevano erogato un prestito di circa 900 milioni di dollari. A questo punto, nel 1981, Marcinkus e Calvi perpetrarono la loro frode più grande. I documenti sarebbero poi divenuti noti con il nome di "lettere di conforto". Scritte su carta intestata dello IOR a Città del Vaticano e recavano la data del I° settembre 1981. Erano indirizzate al Banco Ambrosiano Andino di Lima e al Banco Comercial del gruppo Ambrosiano in Nicaragua. Per ordine di Marcinkus erano firmate da Luigi Mennini e Pellegrino De Strobel e confermavano il controllo diretto o indiretto delle seguenti entità: Manic S.A. Luxembourg, Astolfine S.A. Panama, Nordeurop Establishement Lichtestein, U.T.C. United Trading Corporation Panama, Erin S.A. Panama, Belrose S.A., Strafield S.A. Panama. Confermavano inoltre la consapevolezza del loro indebitamento nei confronti degli istituti peruviani e del Nicaragua. Verso la consociata di Lima l'indebitamento era di 907 milioni di dollari. I rispettivi direttori ora tiravano un sopsiro di sollievo: i debiti erano a carico della Banca Vaticana. Ma erano a conoscenza solo della metà della storia. Esisteva infatti un'altra lettera scritta da Roberto Calvi datata 27 agosto 1981 che però era già nelle mani di Marcinkus prima che questi ammettesse il passivo di un miliardo di dollari gravante sullo IOR. Calvi chiedeva formalmente l'invio delle lettere in cui il Vaticano ammetteva di possedere le società del Lussemburgo, del Lichtestein e di Panama. Calvi assicurò il Vaticano che quell'ammissione "non avrebbe implicato responsabilità per lo IOR" e che la Banca Vaticana "non risentirà di alcun danno o perdita in futuro". Quindi la Banca Vaticana fu segretamente assolta dai debiti che stava per riconoscere. Il 28 settembre 1981 Marcinkus fu promosso da Jarol Wojtyla e nominato pro-presidente della Commissione Pontificia per lo Stato di Città del Vaticano: praticamente era il governatore della Santa Sede. Il nuovo ruolo lo elevò ad Arcivescovo. I rapporti sulla corruzione finanziaria che Albino Luciani (Giovanno Paolo I) stava studiando quando morì, furono fatti saprire per ordine del cardinale Villot. Roberto Calvi scoprì dell'esistenza di quelle prove inconfutabili alla fine del 1981. Si trattava del dossier redatto da Vagnozzi. Papa Giovanno Paolo I la sera del 27 settembre 1978 aveva ordinato al suo segretario di Stato il cardinale Villot di allontanare Marcinckus dalla Banca Vaticana il mattino seguente. Poche ore dopo il Papa, in buona salute e non ancora troppo anziano, era morto. Il dossier di Vagnozzi, però, esisteva ancora. Non appena Calvi seppe della sua esistenza tentò subito di impossessarsene. Affidandosi a mediatori ed an un ex senatore, riuscì a scoprire che l'esperto vaticanista Giorgio Di Nunzio ne possedeva una copia che voleva vendere. Calvi contrattò il prezzo da 3 a 1,2 milioni di dollari. Calvi sapeva benissimo che, pur potendo contare su questo sraordinario benestare che veniva direttamente dal Ponetefice, aveva bisogno del via libera acnhe degli azionisti e la sua posizione era ancor più minacciata dal fatto che il vice presidente del Banco Ambrosiano era dalla parte di chi voleva le riforme. Calvi parlò della situazione a Flavio Carboni. Carboni aveva molti amici e contatti con la malavita romana, tra i quali i due capi Danilo Abbruciati e Ernesto Diotallevi. La mattina del 7 aprile 1982, Rosone uscì dal suo appartamento che era ubicato proprio sopra una filiale del Banco Ambrosiano che, come tutte le banche, ancora all'inizio degli anni '80 era sorvegliata da guardie armate. Rosone esce in strada, un uomo gli si avvicina e inizia a sparare. Rosone, ferito alle gambe, cadde a terra. Le guardie risposero al fuoco e anche l'aggressore cadde a terra. Il suo nome era Danilo Abbruciati. Il giorno dopo il tenato omicidio, Flavio Carboni pagò 530.000 dollari al capo supersite della malavita romana. Un mese dopo, la morsa si strinse ancora attorno a Calvi. Fu obbligato dalla Consob a quotare le sue azioni in Borsa. La quotazione avrebbe reso visibile il denaro del patrimonio del Banco Ambrosiano. Alla fine di maggio la Banca d'Italia scrisse a Calvi e ai suoi direttori, chiedendo al consiglio di amministrazione di rendere conto di tutti i prestiti stranieri del gruppo. Il consiglio mostrò una tardiva e pietosa opposizione a Calvi e, con 11 voti a favore e 3 contrari, decise di soddisfare la richiesta della Banca Centrale. Non posso dirti niente. Non chiamarmi più. Mai più". Otto giorni dopo Roberto Calvi fu trovato impiccato sotto il Black Bridge (Ponte dei Frati Neri) di Londra. Nel giro di pochi giorni fu scoperto il buco del Banco Ambrosiano di Milano, un buco di 1,3 miliardi di dollari. Dopo numerose inchieste e indagini successive, almeno due riesumazioni della salma di Calvi e molte altre autopsie, nel febbraio 2003, quasi 21 anni dopo il rinvenimento del corpo, un'indagine giudiziaria a Roma giunse alla conclusione che Roberto Calvi era stato ucciso. Forse entro i prossimi 21 anni anche Flavio Carboni, Pippo Calò e altri saranno processati per l'assassinio dell'uomo cui il Papa voleva concedere il controllo totale delle finanze vaticane. Forse allora potremo conoscere ufficialmente l'identità dell'alto esponente della Santa Sede che era presente quando fu presa la decisione di assassinare Roberto Calvi. Licio Gelli e Umberto Ortolani furono presto tirati in ballo, insieme ad altri, come l'Arcivescovo Paul Marcinkus. Il Vaticano non voleva saperne: era uno stato sovrano. Dichiarò pubblicamente che Marcinkus conosceva Calvi a malapena. La Banca Vaticana non era responsabile della sparizione di una sola lira. La Curia romana rifiutò di accettare gli avvisi di garanzia che il governo italiano provò a mandare non solo a Marcinkus, ma anche ad altri tre esponenti della Banca Vaticana. Nel settembre del 1982 Marcinkus fu sotituito nel suo ruolo di organizzatore e avanguardia nei viaggi internazionali del Pontefice, ma ancora una volta il Papa si rifiutò di allontanarlo dalla Banca e Marcinkus continuò ad esserne il direttore. Praticamente il banchiere di Hitler avrebbe indagato sulla banca di Dio e questo provocò molte polemiche e richieste di allontanare Abs dalla commissione, richieste che furono ignorate dal Vaticano basandosi sul fatto che Abs non era stato contestato nei dieci anni in cui ricoprì l'incarico per il Vaticano di osservatore all'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica. Hermann Abs rimase in commissione e questa non fu l'ultima volta in cui Karol Wojtyla provocò il risentimento degli ebrei. Come nell'agosto e nell'ottobre del 1978, anche nel novembre del 1982 molti cardinali volevano sapere perchè l'Arcivescovo Marcinkus dirigesse ancora la Banca Vaticana. Il Papa, in un discorso, disse :"La natura esatta di quel rapporto deve essere affrontata con grande prudenza.... è una questione complessa che ora viene valutata in ogni suo aspetto. il Vaticano è pronto a fare tutto ciò che serve per risolvere la questione con l'attenzione rivolta alla rivendicazione di tutta la verità". Questa affermazione non impedì al Papa e ai suoi consiglieri più influenti di continuare a opporsi a ogni sforzo compiuto dal governo italiano e dal suo Ministero della Giustizia per interrogare il presidente della Banca Vaticana, l'Arcivescovo Paul Marcinkus, e i suoi colleghi Luigi Mennini e Pellegrino De Strobel. Tutti e tre erano ricercati dalla magistratura italiana per essere processati, ma vennero protetti per anni dai consiglieri del Papa. Morì due giorni dopo, il 22 marzo. L'omicidio di Sindona è il classico esempio del potere della P2. Luigi Mennini, amminastratore delegato della Banca Vaticana fu condannato nel 1984 da una corte milanese a 7 anni di reclusione. Egli restò sotto la protezione del Papa, così come i suoi colleghi dirigenti dello IOR, Marcinkus e Pellegrino De Strobel. Mentre il Santo Padre condannava severamente l'apartheid, la Banca Vaticana prestava in gran segreto 172 milioni di dollari agli organismi ufficiali del regime sudafricano. Licio Gelli, che era ancora in sudamerica, iniziò nel 1982 ad avere problemi con uno dei suoi conti segreti in Svizzera. Ogni volta che tentava di trasferirvi del denaro, il conto non funzionava correttamente. La USB di Ginevra lo informò che avrebbe dovuto presentarsi personalmente. Il 13 settembre 1982 presentò tutta la documentazione richiesta e fu informato che ci sarebbe stato un piccolo ritardo. Dopo pochi minuti fu arrestato. Iniziò la procedura per l'estradizione, ma, come sempre quando era coinvolto un membro della P2, i tempi erano lunghissimi. Nell'estate 1983 Gelli si batteva ancora contro l'estradiozione dalla prigione svizzera di Champ Dollon. Le elezioni in Italia erano molto vicine e l'indagine parlamentare sulla P2 fu sospesa, permettendo ai democristiani di mettere in campo tra i candidati, alcuni membri della setta massonica. Quando la notizia dell'arresto di Gelli arrivò in Argentina, l'ammiraglio Emilio Massera, membro della giunta locale in carica, osservò :"Il signor Gelli ha reso un servizio preziossissimo all'Argentina. La nazione ha molti motivi per ringraziarlo e gli sarà sempre debitrice". L'ammiraglio Massera, come il generale Carols Suarez Mason, comandante dell'esercito, come l'organizzatore delle squadre della morte argentine, Josè Lopez Rega, era un membro della sezione argentina della P2. In Uruguay, tra i mebri della P2 compariva l'ex comandante in capo delle forze armate, il generale Gregorio Alvarez. Il 10 agosto 1983 quelli che in Italia convinti che Tina Anselmi stesse solamente tentando di guadagnarsi voti prima delle elezioni, ricevettero un duro colpo. Champ Dollon aveva un detenuto in meno del giorno precedente: Licio Gelli era evaso. Nove anni dopo l'evasione di Gelli, le autorità svizzere approvarono la richiesta italiana di estradizione. Le elezioni italiane, nel giugno 1983, portarono alla nomina a Primo Ministro del signor Bettino Craxi, uno dei molti beneficiari della generosità di Calvi, che, informato dell'evasione di Gelli, aveva dichiarato :"La fuga di Gelli conferma che il Grande Maestro ha una rete di amici potenti". Mentre avveniva tutto questo -gli omicidi, gli arresti, le sanzioni, le cacce all'uomo, il martellamento dei media- i tre uomini del Vaticano rimasero al loro posto e continuarono a far soldi per il Papa. Nel dicembre del 1990 Marcinkus diede ufficialmente le dimissioni da vice governatore e annunciò che non sarebbe ritornato nel suo luogo d'origine, Chicago, ma avrebbe cercato il clima più mite di Phoenix in Arizona. "Dopo essere stati 40 anni a Roma, il sangue si annacqua". Dei cinque esperti bancari almeno tre erano considerati "vicini" all'Opus Dei: Angelo Caloia, il nuovo presidente, il banchiere spagnolo Sanchez Asiain e quello svizzero, Philippe de Weck. Tra i cinque cardinali incaricati della supervisione, l'Opus Dei era rappresentao da Sua Eminenza Eduardo Martinez Somalo. Il Papa chiamò il Cardinale Edmund Szoka come nuovo presidente della Prefettura per gli Affari Econimici della Santa Sede, il revisore dei conti interno al Vaticano. Veniva ignorata, ancora una volta, una richiesta avanzata dai cattolici di molte nazioni fin dalla metà degli anni '80, cioè la pubblicazione dei bilanci. Quindi, nel 1988, Raul Gardini architettò un colpo ancor più spettacolare: la fusione con l'ENI. Gardini e i Ferruzzi usarono la fusione per creare l'ENIMONT, un'impresa multinazionale. Tra il 1988 e il 1993 la Montedison nascondeva al tempo stesso perdite e tangenti. Le perdite ammontavano almeno a 398 milioni di dollari, le tangenti ad almeno 300 milioni. Alla fine del 1990 Raul Gardini e suoi colleghi della Montedison avevano disperatemente bisogno di reciclare denaro. I rapporti con l'ENI si erano fatti molto tesi, tuttavia il suo direttore generale, Gabriele Cagliari, acconsentì alla proposta che l'ENI acquistasse il 40% dell'ENIMONT, di prprietà della Montedison, per 2,5 miliardi di dollari, una somma ben superiore al suo valore reale. Per assicurarsi che il passaggio si concludesse in sicurezza, sarebbero servite tangenti per partiti politici, bancari, funzionari statali, finanzieri, dirigenti, avvocati. Carlo Sama aveva amici e contatti ovunque. Uno di essi, Luigi Bisignani, aveva fatto sì che il matrimonio del 1990 fosse calebrato da Monsignor Donato de Bonis, l'unico alto esponente della Banca Vaticana sopravvissuto a Marcinkus. Quando Sama lasciò intendere che avrebbe gradito un conto presso la Banca Vaticana, Bisignani lo accontentò. Bisignani trovava anche il tempo per sfruttare la propria appartenenza alla P2, riciclando miliardi attraverso lo IOR. Il 13 dicembre 1990, nell'era post-Marcinkus che si supponeva priva di corruzione, si verificò una di queste transazioni per un valore di 2,5 miliardi di dollari in titoli del Tesoro italiano, che costituiva una parte della mazzetta pagata a Domenico Bonifaci per favorire l'affare ENIMONT. Bonifaci non era una fondazione religiosa requisito necessario per avere un conto presso l'Istituto per le Opere Religiose. Nel 1991 Carlo Sama, insieme alla moglie Alessandra e al finazniere Sergio Cusani, si recò presso la Banca Vaticana, dove lo aspettava Monsignor Donato de Bonis. Era presente anche Luigi Bisignani. La coppia voleva aprire un conto intestato ad una fondazione religiosa che avrebbe preso il nome di San Serafino, in onore del fondatore del gruppo Ferruzzi. Tra il 1991 e la metà del 1992 furono versati su quel conto oltre 100 miolioni di dollari. Tutti i soldi finirono su tre conti esteri, due in Svizzera e uno in Lussemburgo, dove furono convertiti in titoli di stato iataliani. Luigi Bisignani, per il suo lavoro di postino, era ricompensato molto bene: circa 4 miliardi di lire in titoli del Tesoro. Anche Carlo Sama fu remunarato in modo generoso: ricevette tra i 2 e i 3 miliardi di lire. Politici di ogni schieramento, industrali, giornalisti, bancari, broker: la lista dei vincitori di questa particolare lotteria sembravano infiniti. L'unico ente religioso che trasse vantaggio diretto dalla lotteria fu proprio lo IOR. C'erano "tariffe di conversione" e "percentuali concordate" che venivano "trattenute dall'Istituzione (la Banca) per le opere di carità". Quest'informazione fu fornita dal Cardinale Rosario Castillo Lara, allora presidente della commissione cardinalizia che controllava lo IOR. Il Cardinale osservava che il Vaticano era stato "usato per un'operazione strumentale, della quale non conosciamo lo scopo". Negò che la Banca avesse chiesto ai tre devoti che avevano creato il conto di San Serafino una commisiione del 13%. Una simile commssione sarebbe ammontata a circa 10 miliardi di lire. Il Cardinale disse :"Sarebbe assurdo che per scambiare titoli venisse pagata una commissione del 13% Avrebbero potuto effettuare lo scambio da qualsiasi altre parte senza pagare così tanto". Ma non se dovevano raciclare oltre 100 milioni di dollari con opreazioni bancarie in uno stato indipendente sull'altra sponda del Tevere. Alla fine vennero accusate 127 perosne, ma Monsignor Donato de Bonis continuò a lavorare presso lo IOR fino al 25 marzo 1992. Nel marzo 1992 De Bonis fu allontanato senza clamore. Ricomparve domenica 24 aprile dell'anno seguente nella Chiesa di Santa Maria della Fiducia come vescovo appena ordinato, ricevendo così quella che molte fonti vaticane hanno descritto come "la sua giusta ricompensa per aver accettato il ruolo di capro espiatorio nello scandalo Enimont". La predica di De Bonis strappò ai vescovi e cardinali applausi scroscianti per Giulio Andreotti, che era presente tra i fedeli. Il Vescovo lodò Andreotti per aver salvato la Banca Vaticana dalla rovina assoluta "nei giorni bui che sono seguiti allo scandalo dell'Ambrosiano e di Calvi". Gli sviluppi di questa vicenda portarono a un rinnovamento nello IOR. Il suo primo presidente, Angelo Caloia, e i suoi colleghi accettarono di collaborare coi magistrati italiani che svolgevano le indagini. Il Vaticano non restituì mai nulla della donazione di 7 milioni di dollari ricevuta dalla Fondazione. In effetti, soltanto una piccola percentuale dei 100 milioni fu recuperata: il resto rimase nelle mani di molti cittadini italiani corrotti. Sergio Cusani, uno dei tre devoti titolari dei conti, scontò quattro anni di reclusione. I due uomini che avevano preparato l'affare ENIMONT si suicidarono entrambi. Calgliari si soffocò con un sacchetto di plastica e tre giorni dopo Gardini si sparò. Il messaggio che fu trovato vicino al suo copro era composto da una sola parola :"Grazie". Proprio mentre i revisori dei conti della Price Waterhouse entravano in Vaticano, venivano citati dalla Montedison per negligenza e per non aver effettuato gli adeguati controlli sui conti della società per il periodo compreso tra il 1983 e il 1992. Due mesi dopo l'inizio di quell'azione legale Ferruzzi ne intraprese una simile contro la Price Waterhouse. Le richieste di risarcimento, che comlessivamente superavano il milardo di dollari, furono soddisfatte dalla Price Waterhouse nel 1996 con il pagamento di 33,68 milioni di dollari. Nel frattempo sotto il naso della Price Waterhouse, la mafia continuò a riciclare atrraverso lo IOR i suoi profitti derivanti dal traffico di droga e i mebri ricchi e potenti della società italiana continuarono a usare l'istituto per evedere il fisco e nascondere profitti ottenuti illegalmente. Mentre ogni anno venivano richieste alle diocesi contributi smpre maggiori, il Papa gurdava anche nel giardino di casa: creò l'equivalente italiano dell'American Papal Foundation, un'organizzazione di cattolici ricchi e di successo che erano stati convinti a contribuire ai bisogni econimici della Santa Sede. Nel primo anno di vita, il 1993, la fondazione italiana elargì al Vaticano 5 miliari di lire. LIBRI OPUS DEI: LINK
Vaticano S.p.a. LIBRO
VATICANO S.P.A: LINK
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