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Il mistero delle sfere viola I vittoriani, noti per il loro spirito di avventura, spesso nei loro viaggi intorno al mondo incontravano cose che rimangono tuttora inspiegate. Nel 1895, per esempio, mentre esplorava il protettorato del Niger e la regione del Gabon, in Africa, Mary Kingsley si accampò sulla riva del lago Ncovi, fra i fiumi Ogowe e Rembwe. Nel suo libro Viaggi in Africa occidentale la Kingsley raccontò che una notte si era allontanata da sola dall'accampamento, con una canoa, per andare a fare il bagno. "Dalla foresta sulla sponda opposta del lago", scrisse, "uscì una sfera viola grande come una piccola arancia. Quando raggiunse la spiaggia sabbiosa fluttuò avanti e indietro poco al di sopra del terreno." Pochi minuti dopo la palla viola fu raggiunta da una seconda luce dello stesso colore sbucata da uno degli isolotti. I due piccoli globi di luce si misero a folleggiare, a rincorrersi e a girarsi intorno a vicenda. La Kingsley accostò la sua canoa alla riva, ma una delle luci sparì nel folto della foresta, mentre l'altra si allontanava attraverso il lago. A bordo della sua imbarcazione. l'esploratrice inseguì la luce viola, e allibì quando la vide affondare sotto la superficie del lago. "Potei vederla risplendere", riferì , "finché svanì nelle profondità delle acque." L'intrepida Kingsley pensò che il fenomeno potesse essere una specie rara d'insetto luminoso. Ma gli indigeni da, lei interpellati risposero che doveva essersi trattato di un aku, o demone. Lucciola gigante o demone? L'interrogativo rimane aperto. Il condannato rifiutato dalla forca A John Lee, in piedi sui gradini del patibolo eretto per la sua esecuzione, il boia chiese se avesse un'ultima parola da dire. ".No", egli rispose. "Procedi". Era il 23 febbraio 1885, e Lee stava per essere impiccato per l'assassinio della sua principale, Emma Anna Keyes, di Exeter, in Inghilterra, che era stata trovata con la gola tagliata e la testa fracassata a colpi d'accetta. Adesso si stava facendo giustizia. Il boia infilò un sacco sulla testa di Lee e gli strinse il capestro intorno al collo. Poi diede il segnale per far scattare la botola. Ma non successe nulla. Fu tolto il cappio al collo del condannato e si esaminò il meccanismo della botola per trovare il guasto. Si vide che tutto era in regola, e a Lee fu rimesso il capestro. Fu dato di nuovo l'ordine, ma di nuovo la botola non si aprì. Questa volta gli orli della botola furono piallati per garantire che sarebbe calata. Ma per una terza e infine una quarta volta essa si rifiutò di abbassarsi. Sconcertato, lo sceriffo fece tornare Lee nella sua cella. Il suo caso non tardò a interessare la stampa, e perfino la Camera dei Comuni si unì alla polemica sul come comportarsi con "l'uomo che non si riusciva a impiccare". Alla fine la sentenza di Lee fu commutata nel carcere a vita. Dopo ventidue anni di prigione, nel dicembre del 1907, lo scampato alla forca fu posto in libertà sulla parola. Lee visse per altri trentacinque anni, e si ritiene sia morto a Londra nel 1943. La storia di come riuscì miracolosamente a sfuggire al capestro del boia è stata spesso riproposta da scrittori dello strano e dell'insolito, ma non è mai stata trovata nessuna spiegazione soddisfacente del mancato funzionamento della botola. L'aereo scomparso nel deserto La maggior parte dei misteri ricadono in ben distinte categorie, che si tratti di UFO, mostri lacustri, abominevoli uomini delle nevi o dispettosi poltergeist. A volte, però, succede qualcosa di così strano e bizzarro da stabilire una categoria a sé. Questo sembra il caso della scomparsa - e del ritrovamento - di un jet nel cielo del deserto egiziano a sud ovest del Cairo. Il jet fu dato per disperso l’11 agosto 1979, quando, partito da Atene e diretto a Gedda, non arrivò a destinazione. A bordo c'erano il proprietario dell'aereo, il costruttore navale libanese Ali El-din al-Bahri, un esperto di petrolio, lo svedese Peter Seimer, Theresa Drake e due piloti. L'aereo fu individuato da parecchi radar, e l'ultima volta che fu contattato dai controllori di volo del Cairo aveva ancora quattro ore di autonomia. Non fu lanciato nessun segnale di difficoltà, ma l'aereo non arrivò mai a Gedda. L’aeronautica militare egiziana e quella saudita organizzarono un'estesa ricerca lungo la sua rotta, ma non avvistarono nessun segno d'incidente. La famiglia di al-Bahri spese un milione e mezzo di dollari ingaggiando piloti privati che si spinsero nelle loro ricerche anche in zone molto fuori rotta come il Kenia. Neppure loro riuscirono a rintracciare l'apparecchio. Ma nel febbraio del 1987 una squadra di archeologi s'imbatté nell'aereo, a circa 400 chilometri a sud ovest del Cairo. La fusoliera era intatta e non c'era nessuna traccia d'incendio, ma un'ala si trovava a un chilometro e mezzo dal resto dell'aereo. Era evidente che dei beduini dovevano aver trovato l'aereo un paio di anni prima e depredato il suo interno. A un primo sguardo non parve che ci fossero resti umani a bordo. Ma un esame più attento rivelò la presenza di ossa umane pestate, quasi polverizzate, sul pavimento dell'aereo. L'osso più grande, disse il padre di Theresa Drake, Tom Drake, non era "più grande di un pollice". Il professor Michael Day, osteologo presso il St. Thomas Hospital di Londra, dichiarò che le ossa avrebbero dovuto essere quasi intatte. "In otto anni sicuramente non avrebbero dovuto neppure cominciare il processo di degradazione. Neppure degli animali del deserto avrebbero potuto lasciare frammenti così piccoli" precisò. Lo Yowie australiano Se l'Himalaia ha il suo Yeti, anche l'Australia ha la sua creatura villosa e vagamente scimmiesca: lo Yowie. Secondo il naturalista australiano Rex Gilroy, la zona della Montagna Blu, a ovest di Sidney, è teatro di oltre tremila avvistamenti di queste creature. Nel dicembre del 1979, Leo e Patricia George si avventurarono nella regione, nell'Australia orientale, alla ricerca di un posticino tranquillo per farvi un picnic. Ma la loro serata domenicale fu turbata di colpo quando si imbatterono nella carcassa mutilata di un canguro. Per giunta, sostennero i coniugi, l'essere che doveva aver perpetrato lo scempio si trovava a circa cento metri di distanza. Coperta di pelo e "alta almeno due metri e mezzo" la creatura si fermò e si volse a guardarli fissamente, prima di riprendere ad arrancare a passi pesanti e scomparire nella macchia. Il picnic venne chiaramente sospeso, ma da quel giorno Gilroy maturò il progetto di organizzare personalmente una spedizione per ricercare il leggendario animale. Una catena di morti misteriose Fra il marzo e il giugno del 1987, la stampa britannica fu contrappuntata da una serie di notizie di decessi, apparentemente privi di rapporto fra di loro, ma che riguardavano scienziati o tecnici che lavoravano per il Ministero della Difesa. I casi furono dieci in tutto, e cioè otto suicidi sospetti, una scomparsa e un episodio in cui una persona sopravvisse a una caduta di 15 metri. Cinque delle vittime dipendevano dalla Marconi, un'industria elettronica con molti contratti col Ministero della Difesa, e parecchie altre collaboravano a programmi relativi al siluro Stingray e alla messa a punto di altre armi per la neutralizzazione dei sottomarini nucleari. Il primo incidente avvenne in realtà il 5 agosto 1986, quando uno specialista di software dello Stingray precipitò dal ponte sospeso di Clifton, a Bristol, rimanendo ucciso. Vimal Dajibhai aveva soltanto ventiquattro anni, e non aveva nessun apparente motivo per recarsi in macchina da Londra a Bristol e una volta là suicidarsi. I giornali riferirono che piccoli segni di punture erano stati trovati sulle sue natiche. Il 28 ottobre 1986, un altro dipendente della società Marconi, Asbad Sharif, di ventisei anni, si uccise, secondo quanto fu comunicato dalla stampa, a Siston Coffimons, Bristol, impiccandosi al ramo di un albero. Anche lui era partito in macchina da Londra. L'8 gennaio 1987 un amico di Dajibhai, che lavorava a un progetto di sonar per conto del Ministero della Difesa, scomparve durante una scampagnata in una riserva del Derbyshire. Quattro giorni prima, l'esperto di computer Richard Pugh era stato trovato morto con un sacchetto di plastica infilato sulla testa. Nello stesso mese un altro esperto che lavorava nel settore degli armamenti dell'esercito morì per avvelenamento da ossido di carbonio. L'ossido di carbonio uccise anche, il 22 febbraio 1987, Peter Peapell, di quarantasei anni. Peapell era un esperto di tecnologia sovietica applicata al berillio, un metallo d'importanza fondamentale per i reattori nucleari. Il 30 marzo 1987, David Sands si suicidò caricando latte di benzina sulla sua automobile sportiva e scontrandosi a tutta velocità contro i muri di un ristorante abbandonato. Sua moglie e i suoi colleghi osservarono che si era "comportato in modo strano" prima di togliersi la vita. Il 24 aprile dello stesso anno Mark Wisner, di venticinque anni, progettista di software per l'aeronautica militare, fu trovato morto anche lui con un sacchetto di plastica stretto intorno al capo. Al momento della morte portava un corsetto e stivaletti da donna. Un altro scienziato collegato col Ministero della Difesa, Victor Moore, si uccise - a quanto pare - con un'overdose di droga. Robert Greenhaigh, di quarantasei anni, un dipendente della Marconi, sopravvisse a un salto di 15 metri dal ponte della ferrovia di Maidenhead, perché cadde su un tappeto di erba soffice. Greenhaig era stato amico dell'agente segreto, che probabilmente faceva il doppio gioco, Dennis Skinner, con cui lavorò per quindici anni; pare che Skinner sia morto sfracellato dopo essere stato gettato da una finestra di un appartamento moscovita, nel 1983. È difficile attribuire questa catena di suicidi e di morti misteriose a semplici coincidenze. Forse, oggi che l'uomo ha dichiarato l'intenzione di portare le ostilità belliche nei cieli con le "guerre stellari" il cielo si è ribellato e ha deciso di contrattaccare. [Per un aggiornamento, il lettore è rimandato all'articolo "Suicidi all'ombra della difesa. Sale a dieci il numero delle vittime che erano impegnate in progetti top secret" a firma di Mino Vignolo, apparso sul Corriere della Sera del 30 settembre 1988. N.d.t.] Le luci di Min Min Per oltre un secolo uno spettrale fenomeno luminoso ha ossessionato la remota regione australiana a est di Boulia, nel Queensland del sud ovest. A queste luci è stato dato il nome di Min Min,. una combinazione di ufficio postale e osteria da lungo tempo caduta in rovina, anche se le luci continuano a turbare sia testimoni casuali sia curiosi. Secondo una delle prime descrizioni, pubblicata nel marzo del 1941, un agente di borsa stava viaggiando fra Boulia e la stazione di Warenda in una notte nuvolosa. Verso le 22, mentre passava accanto al vecchio cimitero abbandonato risalente ai tempi della prosperità di Min Min, osservò una strana luminosità che si sprigionava dal centro di una tomba. La luce crebbe fino alle dimensioni di un'anguria, si librò per qualche minuto al di sopra delle tombe e poi si allontanò in direzione di Boulia. Secondo l'agente di borsa, la luce lo seguì per tutto il tragitto fino alla cittadina. In seguito vennero alla luce altre testimonianze. Nel suo libro Walkabout, Henry Lamond rievocò un incontro che ebbe da bambino, nel 1912, con le luci di Min Min. Dapprima pensò che fossero i fari di un'automobile in arrivo. "Le macchine", osservò, "a quei tempi non erano una rarità, anche se non erano molto comuni." Quella luce "invece di dividersi nelle due luci dei fari, come avrebbe dovuto succedere", spiegò Lamond, "rimase un’unica palla splendente, e fluttuava troppo in alto per appartenere a un'automobile. Aveva qualcosa di spettrale, d'irreale". La luce procedette a poco a poco verso Lamond, che era a cavallo, passò circa a 200 metri da lui e poi proseguì. "A un certo punto", ricordò, "semplicemente svanì e scomparve. Non se ne andò di colpo, ma piuttosto si spense gradualmente come il filamento in una lampadina elettrica." Le luci di Min Min - quale che sia la loro origine -sono ancor oggi motivo di sconcerto per le persone che percorrono le strade solitarie dell'interno dell'Australia. I lumi fantasma dei Galles I gallesi chiamavano "candele dei cadaveri" degli spettrali globi luminosi e danzanti e li associavano alle morti imminenti. Nel suo libro Fantasmi britannici, Wirt Sikes, già console degli Stati Uniti nel Galles, raccolse parecchi rapporti di prima mano su avvistamenti di queste luci misteriose, compreso il caso dei passeggeri di una corriera in viaggio fra Llandilo e Carmathen, che videro tre fioche luci mentre passavano sul ponte di Golden Grove. Tre uomini annegarono nel fiume nello stesso punto qualche giorno dopo, quando la loro barchetta si rovesciò. John Aubrey, l’autore di Miscellanies, riferì che una donna disse di aver visto cinque luci fluttuanti a mezz'aria nella stanza intonacata di fresco della casa in cui lavorava. Fu acceso un fuoco per far asciugare in fretta le pareti, e cinque operai morirono per le esalazioni. Altri rapporti di prima mano di avvistamenti di luci spettrali possono essere trovati nella raccolta enciclopedica Fulmini, aurore e luci notturne. Una relazione particolarmente inquietante provenne da un uomo che, nella primavera del 1913, stava cavalcando a Lincoln, in Inghilterra, quando, secondo le sue parole "la mia attenzione fu attirata da una lanterna fantasma che procedeva nella mia stessa direzione. Il suo movimento era irregolare. A tratti essa si spostava rasente il suolo, e poi, improvvisamente, si sollevava a un metro un metro e mezzo da terra. La seguii da una certa distanza con grande cautela, deciso a vedere da vicino, se possibile, la mia guida luminosa. Dato che la notte era piuttosto scura, le condizioni erano favorevoli per osservare bene il fenomeno. Per un po' la luce rimase ferma di traverso sulla strada. Io scesi nella speranza di catturarla, ma rimasi deluso perché, mentre mi avvicinavo a essa, per il rumore che facevo o per qualche altro motivo, si sollevò di colpo dal punto dove si era fermata, a una cinquantina di centimetri dal suolo, sorvolò un alto argine e proseguì in linea retta al di sopra dei campi adiacenti. I fossi, ampi e profondi, resero vano l'inseguimento, ma i miei occhi seguirono il suo movimento quasi da farfalla finché il lumicino si perse in lontananza". La pecora dai denti d'oro Un giorno del 1985, Giorgio Veripoulos, un prete ortodosso di Atene, si vide portare a tavola dalle sue sorelle un piatto di kefalaki, ossia una testa di pecora bollita. Mentre si accingeva a consumare il suo pasto notò qualcosa di strano: i molari della pecora avevano otturazioni d'oro. Il prete portò la testa da un orefice, da cui ebbe la conferma che i denti avevano effettivamente otturazioni d'oro, per un valore di circa 4.500 dollari. Il prete avvertì dell'inesplicabile scoperta suo cognato, Nicos Kotsovos, che controllò immediatamente il resto dei gregge, di quattrocento capi. Nessun altro ovino aveva denti d'oro. Fu consultato un veterinario del posto, ma anche lui non seppe che dire. Alla fine ci si rivolse perfino al Ministero dell'Agricoltura. Un veterinario portavoce del Ministero dichiarò ai giornalisti: "C'è dell'oro anche nella mandibola. Sapete proporre una spiegazione? Io no. Sono completamente disorientato". Tutti quanti lo erano. Ma i pastori e gli allevatori greci presero l'abitudine di controllare con cura i denti delle loro pecore. Alla ricerca delle nostre origini Dopo che la prima bomba atomica sperimentale fu fatta esplodere ad Alamogordo nel 1945, si trovò che il luogo dell'esplosione era coperto di uno strato di vetro verde: sabbia trasformata in vetro dalla conflagrazione. Parecchi anni dopo la fine della prima guerra mondiale, degli scienziati scavarono nelle vicinanze dell'antica Babilonia, la grande metropoli della Mesopotamia dove, a quanto si presume, sorse la Torre di Babele. Allo scopo di accertare fino a che profondità arrivassero gli strati di rovine e di manufatti, gli archeologi scavarono un pozzo di prova proprio sotto quel punto: in questo modo avrebbero potuto catalogare le loro scoperte epoca per epoca. Scavarono al di sotto della zona corrispondente all'epoca delle grandi rovine e attraverso una città ancora più antica sepolta sotto strati di argille sabbiose alluvionali. Più sotto trovarono villaggi che testimoniavano la remota esistenza di una cultura contadina. Scavando ancora trovarono insediamenti di una cultura di cacciatori e pastori con manufatti ancora più primitivi. Gli scavi si arrestarono quando, al di sotto degli strati precedenti, fu incontrato un solido fondo di vetro fuso. |