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Il cavallo marchiato dalla sfortuna Il famoso purosangue Black Gold fece guadagnare un mucchio di dollari a scommettitori, proprietari e fantini, ma una sequela di disgrazie seguì il puledro fin dal suo primo giorno di vita. Nato "sotto la luce" di una cometa, il cavallo fu marchiato a fuoco dal suo padrone, H. M. Hoots, che quella notte stessa contrasse una polmonite e poi morì. Nonostante tutto Black Gold diventò un campione, e superato il dolore per una ferita alla zampa anteriore sinistra, fu in lizza nel derby del Kentucky del 1924. Vinse con una posta di dieci a uno, ma gli allibratori se la filarono coi soldi delle scommesse e nessuno fu pagato. Qualche tempo dopo, J.D. Mooney, il fantino di Black Gold, ingrassò a tal punto da venire licenziato, e anche l'allenatore perse il posto perché aveva permesso che il cavallo sovraffaticasse la zampa malata. Il proprietario della scuderia, Waldo Freeman, pensò di aver sconfitto la maledizione quando scommise e vinse in tre corse, ma morì di un attacco cardiaco prima della fine di quella stessa giornata. Forse la peggiore sorte toccò allo stesso Black Gold, che venne scartato come stallone verso la fine del 1924 perché sterile. Perseguitato da un numero Hugh McDonald McLoed diventò capitano a diciannove anni. Il sinistro numero "7", a quanto pare, figurò in modo preminente nella sua vita: nacque settimo figlio di un settimo figlio in una famiglia di navigatori. McLoed aveva due fratelli che salparono come capitano e ufficiale in seconda il 7 dicembre 1909 sul piroscafo Marquette & Bessemer No. 2, diretto a Port Stanley, nell'Ontario. Ma la nave non arrivò mai a destinazione, e scomparve col suo equipaggio. Quattro mesi dopo, il 7 aprile, a Hugh venne annunciato che il cadavere di suo fratello John era stato trovato, imprigionato nel ghiaccio, nel fiume Niagara. Il 7 ottobre 1910, la corrente sospinse a riva il corpo dell'altro suo fratello a Long Point. Quattro anni più tardi, il 7 aprile 1914, il capitano McLoed, allora comandante della baleniera John Ericsson, stava rimorchiando una bettolina sul lago Huron. La nebbia era così fitta da nascondergli completamente alla vista la nave che aveva a rimorchio, la Alexander Holly. Ma alla fine riuscì a scorgere la bandiera della Holly, sventolante a mezz'asta. Fece rallentare la sua nave e tirò il cavo di rimorchio, e apprese che, il giorno prima, il capitano della bettolina era stato gettato in mare da un'ondata. Non stupisce che McLoad abbia dato le dimissioni dal comando il 6 dicembre del 1941, nello stesso momento in cui i giapponesi, per i quali era già il giorno 7, bombardavano Pearl Harbor. La maledizione di Tutankamen Mentre le grandi piramidi d'Egitto rimasero intatte e inviolate per secoli, intorno all'inizio degli anni venti molte delle strutture e delle tombe dei faraoni erano state saccheggiate da archeologi razziatori e cercatori di tesori. Una tomba, però, rimase intatta: quella, oggi famosa, di Tutankamen, o "re Tut". La leggenda vuole che la tomba fosse protetta da una maledizione fatale che sarebbe ricaduta su chiunque la violasse. Ma questo non fermò George E. S. M. Herbert, quinto conte di Carnavon, che in un primo tempo andò in Egitto nella speranza che il clima secco alleviasse le sue difficoltà respiratorie. Anche se Herbert non aveva studiato archeologia, aveva il denaro per organizzare spedizioni. E, non molto tempo dopo, si accinse, insieme con l'archeologo Howard Carter, a ricercare la leggendaria tomba. Dopo parecchi scavi condotti nell'arco di molti anni, finalmente vennero rinvenuti dei frammenti incisi dal nome Tutankamen. Questi pezzi li condussero alla stanza ricolma d'oro e di tesori dove riposava il così a lungo cercato "re Tut". Un gruppo di venti persone assistette all'ingresso di Carter nella cella funeraria il 17 febbraio 1923, ma Lord Carnavon non poté gioire a lungo della sua scoperta. Morì in aprile all'Hotel Continental del Cairo, colpito all'improvviso da una febbre perniciosa non diagnosticata che ebbe un decorso irregolare e durò dodici giorni. Pochi minuti dopo la sua morte, al Cairo ci fu un blackout, e lo stesso giorno, a Londra il cane di Carnavon morì. Prima della fine dell'anno, altre dodici persone del gruppo dei venti testimoni morirono. Ma anche altri sarebbero morti. George Jay Gould, figlio del finanziere Jay Gould e amico di Carnavon, si recò in Egitto dopo la morte del suo amico per vedere il luogo coi suoi occhi. Morì di peste bubbonica nel giro di ventiquattro ore dopo la visita alla tomba. Entro il 1929, altre sedici persone, che in un modo o nell'altro erano venute a contatto con la mummia, erano morte. Fra le vittime c'erano il radiologo Archibald Reid, che aveva preparato i resti di Tutankamen per l'analisi radiologica, la moglie di Lord Carnavon e Richard Bethell, il suo segretario personale. Anche il padre di Bethell morì, suicida. Il sinistro mistero di questa famosa mummia, argomento di parecchi film dell'orrore di non sempre buona qualità, è stato probabilmente un importante fattore nello strepitoso successo della mostra viaggiante dei tesori del re Tutankamen negli Stati Uniti. Per quel che risulta alle decine di migliaia di persone che hanno visto la mummia, non è successo nulla e la maledizione sembra cessata, almeno per ora. Ma coloro che entrarono per primi nella tomba ebbero certamente occasione di ricordare, mentre erano in vita, l'ammonimento dei geroglifici scritti sul sigillo posto nell'ingresso: "La morte giungerà su rapide ali a chi violerà la tomba del Faraone". Una grandinata miracolosa A Remiremont, una cittadina francese vicina al confine tedesco, c'era una statua della Vergine chiamata Notre Dame du Trésor. Offerta a Remiremont nell'VIII secolo, la statua era stata considerata per lungo tempo la protettrice della città, e ogni anno, a partire dal 1682, veniva portata in processione per le vie durante una speciale cerimonia in suo onore. Ma nel 1907 il simulacro diventò oggetto di un'accesa polemica e quando il papa diede la sua sanzione ufficiale alla cerimonia, le forze anticattoliche cittadine inscenarono violente proteste. Le autorità furono così intimorite dalle minacce che la cerimonia fu abolita e nessuna processione pubblica ebbe luogo, per la prima volta dopo secoli. Si pensò a un castigo divino quando un'improvvisa e violenta grandinata si abbatté su Remiremont il 16 maggio, poco dopo l'ora in cui si sarebbe dovuta tenere la processione. Alcuni dei chicchi di grandine erano grossi come pomodori e non si spezzarono quando colpirono il terreno. Certi, a detta .dei testimoni, avevano addirittura impressa sopra l'immagine di Notre Dame du Trésor! Una descrizione morfologica dettagliata della grandine fu anche messa agli atti da un prete locale, l'abbé Gueniot: "Ho visto molto distintamente inciso sulla parte anteriore dei pezzi di ghiaccio, che erano leggermente convessi al centro, anche se gli orli erano consumati, il busto di una donna, con un manto che era sollevato sul fondo come il piviale di un prete. Le immagini non erano molto rilevate, ma nettamente incise". Le figure trovate sul ghiaccio, però, rappresentarono soltanto uno degli aspetti miracolosi della grandinata. Questi frammenti particolari, riferirono gli abitanti della cittadina, caddero insieme con la consueta grandine, ma sembravano scendere lentamente, come fiocchi di neve, e non provocarono nessun danno. Visioni di un'altra vita Lo psichiatra ceco Stanislav Grof, un esperto di allucinogeni, lavora attualmente per il famoso Esalen Institute di Big Sur, in California. Prima di lasciare la patria d'origine curò una giovane di nome Renata, affetta da turbe autodistruttive. Grof chiese alla sua paziente di rammentare il suo doloroso passato con l'ausilio dell'LSD, e non passò molto che essa cominciasse a parlare della Praga del diciassettesimo secolo. Essa descrisse in modo esatto l'architettura, i costumi e le armi di quel periodo. Aveva vividi ricordi dell'invasione della Boemia da parte dell'impero asburgico. E si diffuse anche sulla conseguente decapitazione di un giovane nobile per ordine della Casa d'Austria. Grof cercò di comprendere le visioni con ogni strumento terapeutico a sua disposizione, ma non riuscì a trovare nessuna spiegazione psicologica. Partì per gli Stati Uniti prima che il caso potesse essere risolto. Ma due anni dopo ricette una lettera dalla sua ex paziente. Seppe così che Renata aveva conosciuto suo padre il quale aveva abbandonato la famiglia tanti anni prima e lei non aveva più visto da quando era una bambina piccola. Parlando di lui, apprese che aveva ricostruito l'albero genealogico familiare fino al diciassettesimo secolo, e per la precisione fino a un nobile che era stato decapitato dagli Asburgo durante la loro occupazione di quella che è l'odierna Cecoslovacchia. Come Renata sia riuscita a "ricordare" questa informazione rimane un mistero, dato che, a quanto pare, suo padre fece queste scoperte dopo aver lasciato la famiglia. Renata è convinta che le sue impressioni siano emerse da una qualche forma di memoria "ereditata". In quanto a Grof, è dell'idea che i ricordi di Renata traggano origine da una vita precedente vissuta a Praga. La maledizione della zingara Per anni, secondo una leggenda, il derby di Epsom rimase colpito da una maledizione, scagliata dalla zingara Gipsy Lee. Un anno, a quanto si racconta, la zingara aveva profetizzato che il derby sarebbe stato vinto da un cavallo di nome Blew Gown, e scrisse la predizione su un pezzo di carta perché tutti la potessero vedere. Uno dei proprietari dei cavalli in gara, però, sostenne con arroganza che il cavallo si chiamava invece Blue Gown, senza la "w" nella prima parte del nome. Furente per essere stata contraddetta e non presa sul serio, Gipsy Lee scagliò una maledizione: nessun cavallo con la lettera alfabetica "w" nel suo nome avrebbe vinto il derby di Epsom finché lei fosse vissuta. E nessuno infatti lo vinse. Ma quando Gipsy morì, nel 1934, la sua famiglia in lutto scommise tutto quello che possedeva su Windsor Lad, e il cavallo, dato a 1 contro 7, vinse. Rasputin e le profezie sulla sua morte Il "conte" Louis Harmon fu meglio noto col suo nome d'arte: Cheiro. Celebre veggente e chiromante, fu corteggiato da re e sovrani e altri personaggi altolocati all'inizio del secolo attuale per la stupefacente esattezza delle sue profezie. Nel 1905, per esempio, durante un incontro col discusso Monaco Folle della Russia, Cheiro avvertì Rasputin del destino che lo attendeva. "Prevedo per te una morte violenta entro le mura del palazzo", gli rivelò. "Sarai minacciato dal veleno, dal coltello e da un proiettile. Alla fine, vedo le gelide acque della Neva chiudersi su di te." La successiva movimentata carriera di Rasputin come guida spirituale dello zar Nicola II e della sua famiglia gli procurò senza dubbio dei nemici alla corte russa. Eppure non nutrì sospetti quando il principe Felix Yusupov lo invitò a cena al suo palazzo la sera del 29 dicembre 1916, promettendogli di presentargli una dama di corte che voleva conoscerlo. Rifiutando vino e tè, Rasputin sbocconcellò invece un pezzo di torta che il principe aveva guarnito di cianuro. Yusupov rimase sbalordito al vedere il monaco mangiare parecchi pezzi della torta avvelenata senza risentirne. Il principe allora estrasse una pistola e colpì Rasputin alla schiena. Mentre lui si chinava sul corpo riverso a terra, Rasputin aprì gli occhi di colpo e ne seguì una lotta disperata. Altri congiurati intervennero a dare manforte al principe, e uno di loro, un certo Purishkevich, piantò altre due pallottole nel corpo di Rasputin. Poi il principe percosse il "monaco" caduto, con una sbarra d'acciaio. Il principe e i suoi accoliti legarono le braccia di Rasputin e portarono il suo corpo apparentemente senza vita al fiume Neva. Poi fecero un buco nel ghiaccio e spinsero il monaco in acqua. Ma anche questa volta egli tornò in vita. Il suo ultimo gesto fu quello di farsi il segno della croce con una mano, dopo di che affondò nelle acque gelide, avverando una sua profezia oltre a quella di Cheiro. Prima del suo assassinio egli aveva avvertito la famiglia reale con queste parole: "Se io verrò ucciso da assassini comuni voi non avete niente da temere. Ma se sarò assassinato da dei nobili, e se essi verseranno il mio sangue, le loro mani ne rimarranno lorde. Fratelli uccideranno fratelli e non vi saranno più nobili nel paese". Prima del finire di quell'anno i bolscevichi fecero esplodere la rivoluzione. Il 16 luglio 1917 lo zar e la sua famiglia furono trucidati a Ekaterinburg. E i nobili trovarono estremamente pericoloso rimanere in Russia. I fulmini globulari Cinque minuti dopo la mezzanotte, l'aereo del volo 539 della Eastern Airlines sfrecciava nel cielo di New York, diretto a Washington. La notte era buia e senza luna, con masse temporalesche in spostamento sulla costa orientale. Improvvisamente l'aereo venne colpito da una scarica elettrica. Il passeggero Roger Jennison, professore di elettronica presso la Kent University, si allarmò, e ancora di più quando vide "una sfera splendente di poco più di 20 centimetri di diametro uscire dalla cabina di pilotaggio e attraversare il corridoio dell'aereo". Jennison descrisse la palla di luce come di colore azzurro chiaro e apparentemente solida. Si muoveva a passo d'uomo, circa 75 centimetri sopra il pavimento, ma non ferì nessuno, e l'aereo riuscì ad atterrare indenne all'aeroporto di Washington. Si sa per certo che a volte simili globi luminosi sono esplosi, spesso con effetti devastanti. Gli scienziati chiamano questo elusivo fenomeno "fulmine globulare" il che spiega poco o nulla in considerazione dei tanti misteri che il fulmine stesso rappresenta tuttora per i fisici. Una curiosa teoria è stata però avanzata dai ricercatori M.D. Altschuler, L. House e E. Hildner, del National Center for Atmospheric Research di Boulder, nel Colorado. Secondo la teoria dei tre studiosi, i temporali possono agire come giganteschi acceleratori naturali di particelle, in grado di emettere protoni enormemente carichi di energia. Quando i protoni caricati cozzano contro i nuclei atomici nell’atmosfera, una microreazione nucleare genera atomi di ossigeno e di fluorina ad alta carica. A loro volta questi. atomi, nel degradarsi, sprigionano positroni e raggi gamma: una gran quantità di energia, insomma, è tale da poter alimentare dei fulmini globulari. Se la teoria fosse giusta, significherebbe che probabilmente le vittime di un fulmine globulare verrebbero investite da radiazioni letali. Sette volte sette Dopo che il compianto Arthur Koestler ebbe pubblicato Le radici della coincidenza, uno studio su curiosi sincronismi in fatto di tempo e di luogo, fu bombardato da lettere di persone che avevano avuto esperienze di questo tipo. La sequela più straordinaria di coincidenze fu probabilmente quella segnalata da Anthony S. Clancy di Dublino, nato il giorno 7 del settimo mese del settimo anno del secolo, che era anche il settimo giorno della settimana. "Sono il Settimo figlio di un settimo figlio" scrisse "e ho sette fratelli; tutto questo fa sette volte sette." In realtà i sette sono otto se contiamo il numero delle lettere del suo nome di battesimo, ma le coincidenze non finiscono qua: il giorno del suo ventisettesimo compleanno andò all'ippodromo. Il cavallo numero sette della settima corsa si chiamava Settimo Cielo, e aveva sette lunghezze di handicap. Le probabilità contro Settimo Cielo, erano di sette contro uno, ma Clancy scommesse comunque sette scellini. Settimo Cielo arrivò settimo. Due salvataggi incrociati Allan Falby era un capitano, negli anni trenta, della polizia di El Paso, nel Texas, al comando della Pattuglia Motociclistica che faceva servizio sull'autostrada, ma uno scontro con un camion che superava i limiti di velocità per poco non pose termine alla sua carriera. La vita gli stava lentamente sfuggendo da un'arteria troncata di una gamba quando un passante, Alfred Smith, si fermò a soccorrerlo. Smith legò strettamente la gamba sanguinante e Falby sopravvisse, anche se gli ci vollero parecchi mesi prima che si ristabilisse completamente e potesse tornare in servizio. Cinque anni dopo Falby arrivò sul luogo di un incidente automobilistico nella stessa zona. Un uomo era andato a sbattere contro un albero e giaceva ferito, col sangue che gli usciva a fiotti da un'arteria tagliata della gamba destra. Prima che arrivasse l'ambulanza Falby riuscì a legare l'arteria con una pinza emostatica e a salvare la vita all'infortunato. Solo allora si rese conto che si trattava dell'uomo che cinque anni prima l'aveva salvato: Alfred Smith. Falby prese l'episodio con freddezza professionale. "Tutto questo dimostra semplicemente", commentò, "che una buona pinza emostatica ne merita un'altra.". |