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Il parafulmine umano Roy Cleveland Sullivan, un guardiaboschi in pensione di Waynesboro, in Virginia, era soprannominato il Parafulmine Umano perché era stato colpito da fulmini ben sette volte nell'arco dei trentasei anni della sua carriera. Il primo, nel 1942, gli aveva provocato la perdita dell'unghia di un alluce. Ventisette anni dopo una seconda saetta gli bruciò le sopracciglia. L'anno seguente, nel 1970, un terzo fulmine gli ustionò la spalla sinistra. Dopo che Sullivan ebbe i capelli incendiati da un quarto colpo di fulmine, nel 1972, prese l'abitudine di portare con sé nella sua automobile un secchio d'acqua. Il 7 agosto 1973 stava guidando quando un fulmine uscì da una bassa nuvoletta, lo colpì al capo attraversando il cappello, gli incendiò i capelli, lo scaraventò a circa trenta metri dalla macchina, gli percorse entrambe le gambe e gli fece volar via una scarpa. Sullivan si rovesciò sulla testa il secchio d'acqua per spegnere il fuoco. Fu colpito a una caviglia per la sesta volta, il 5 giugno 1976. Il settimo episodio avvenne il 25 giugno, mentre stava pescando. Questa volta dovette essere ricoverato per ustioni al petto. Egli non fu mai in grado di spiegare la sua capacità di attirare i fulmini, ma una volta disse che li vedeva distintamente quando guizzavano verso di lui. Alle 3 di mattina del 28 settembre 1983, Sullivan, ormai settantunenne, si tolse la vita con un colpo di pistola. Due dei suoi cappelli da guardia forestale, traforati alla sommità da colpi di fulmine, sono oggi custoditi nelle sale delle esposizioni del Guinness dei Primati a New York e a Myrtle Beach, nella Carolina del Sud. Il bambino congelato L'inverno del 1984-85 scatenò numerose ondate di freddo memorabili negli Stati Uniti continentali, dal Michigan al Texas, e si verificò anche uno dei casi più straordinari di sopravvivenza degli annali della moderna medicina. La mattina del 19 gennaio 1985, a Milwaukee, nel Wisconsin, la temperatura era scesa al livello polare di 60 gradi sotto zero. Mentre i suoi genitori dormivano, il piccolo Michael Troche, di due anni, uscì di casa con addosso il suo pigiamino leggero e andò a spasso nella neve. Dopo una ricerca affannosa, suo padre lo ritrovò, parecchie ore più tardi, letteralmente congelato. Il bambino aveva cessato di respirare, cristalli di ghiaccio si erano formati sia sulla sua pelle sia al di sotto, e le sue membra erano rigide come bastoncini. Portato in tutta fretta all'ospedale pediatrico di Milwaukee, Michael fu sottoposto alle cure di un’équipe di venti infermieri e diciotto medici, compreso il dottor Kevin Kelly, uno specialista di ipotermia. Quando Michael arrivò all'ospedale il dottor Kelly lo diagnosticò "morto, decisamente morto". I medici potevano sentire il suo povero corpicino congelato emettere sinistri scricchiolii. mentre lo sollevavano sul tavolo operatorio. La temperatura interna di Michael era scesa a 16 gradi centigradi, un precipizio dà cui nessuno era mai tornato in vita. La squadra di medici si mise al lavoro senza indugi, collegando il corpo del bimbo a una macchina cuore-polmoni per riscaldargli il sangue, iniettando farmaci per impedire al cervello di dilatarsi, disgelando il corpo e operando delle incisioni attraverso gli arti perché i tessuti si riempivano d'acqua proveniente da cellule scongelate e minacciavano di scoppiare. Per tre giorni il bambino giacque in uno stato di semincoscienza, sospeso fra la vita e la morte. Poi, miracolosamente, si ristabilì quasi rapidamente come si era congelato. Subì lesioni di lieve entità ai muscoli di una mano e dovette essere sottoposto a trapianti di cute per cancellare le lunghe incisioni che gli erano state praticate lungo le braccia e le gambe, ma a parte ciò uscì incredibilmente illeso da questa spaventosa esperienza. E, secondo l'ultimo bollettino medico, lo stupefacente Michael Troche non rivelò nessun sintomo del paventato danno cerebrale che l'avrebbe potuto trasformare in un vegetale. Strano a dirsi, i medici dichiararono che probabilmente era sopravvissuto proprio perché era così giovane e piccolo ed era rimasto letteralmente congelato all'istante dal vento gelido. Il suo piccolo cervello e il suo ridotto metabolismo non necessitavano di molto ossigeno per funzionare. Se Michael fosse stato un po' più grande d'età e di dimensioni corporee, sarebbe entrato nel novero dei decessi di quell'inverno. Obiettivo: Tunguska! Poco dopo l'alba del 30 giugno 1908 qualcosa proveniente dallo spazio colpì la Siberia L'esplosione, registrata dai sismografi perfino negli Stati Uniti e in Europa, fu una delle più forti mai avvenute. Per settimane polvere e detriti sollevati dalla gigantesca conflagrazione colorarono i cieli e i tramonti da una parte all'altra del globo. Al momento dell’impatto le calamite impazzirono in tutto il mondo, e numerosi cavalli barcollarono e stramazzarono al suolo in città lontane migliaia di chilometri. La zona direttamente interessata, quella del bacino del fiume Tunguska, fu devastata su larga scala. Ettari di tundra si coprirono all'istante di vapore. Gli alberi furono abbattuti nel raggio di quaranta chilometri, e rami e cortecce si staccarono dai tronchi. La foresta s’incendiò. Mandrie di animali e alcuni insediamenti umani furono divorati dalle fiamme. I Tungusi che tornarono sui luoghi del disastro "trovarono soltanto cadaveri carbonizzati". Quella notte nell'intera Europa non scese il buio. A Londra era possibile leggere il giornale a mezzanotte senza bisogno d'illuminazione artificiale; in Olanda si potevano scattare fotografie di navi che veleggiavano nello Zuider Zee. A causa della lontananza della Tunguska, il primo ricercatore scientifico arrivò sul teatro della tragedia soltanto nel 1927, quando il dottor Leonid A. Kulik, un esperto di meteoriti di Pietrogrado, vi giunse a capo di una spedizione. A sessant'anni di distanza, l'origine dell'immane esplosione della Tunguska è ancora oggetto di accese discussioni. Si trattava di una cometa errante? Di una piccola massa di antimateria che colpì e forse attraversò la Terra? Oppure del generatore nucleare di una nave spaziale in avaria, che fece una deviazione per non colpire grandi centri abitati del nostro pianeta? Ciascuna teoria ha i suoi fautori e presenta i suoi problemi. Certi testimoni interrogati da Kulik, e in seguito da altri studiosi, riferirono di aver visto una palla di fuoco con una scia, una coda, il che potrebbe far pensare sia a una meteorite, sia a una cometa. Ma se l'oggetto abbattutosi sul bacino della Tunguska era una meteorite, che ne era stato del cratere e, cosa ancora più importante, del meteorite stesso? Né l'uno né l'altro furono trovati. E, se si trattava di una cometa, perché non era stata avvistata prima del suo arrivo? Inoltre, dato che le comete sono in prevalenza gassose, "palle di neve sporca", da dove provenne quell’immensa energia che fu sprigionata, e che fu stimata dell'ordine di 30 megatoni? Gli esperti di fisica nucleare hanno da lungo tempo profetizzato la presenza di ciò che chiamano antimateria, ovvero immagini speculari della comune materia, ma con carica negativa. Tuttavia l’antimateria, così come noi la conosciamo, ha una vita estremamente breve. Una piccola massa che venisse a contatto con la comune materia provocherebbe, in effetti, un improvviso e tremendo rilascio di energia. Ma l'ipotesi non regge, perché e impossibile che masse di antimateria vaghino in questa parte dell'universo. L'evento della Tunguska "potrebbe" essere stato causato da una nave spaziale extraterrestre, ma anche in questo caso mancano prove decisive. Alcuni ricercatori sovietici hanno rilevato tracce anomale di radioattività nel luogo devastato, altri no. Inoltre, un eventuale veicolo spaziale avrebbe dovuto rimaner completamente disintegrato nell'esplosione, perché non furono mai trovati frammenti metallici insoliti. Le pareti sanguinanti Gli agenti della squadra omicidi di Atlanta sono abituati alla vista del sangue. Il sangue nasce dalla particolare violenza del luogo, da persone uccise a colpi di arma da fuoco, a coltellate o a forza di percosse. Ma quei poliziotti non erano preparati alla vista di sangue "in assenza" di un cadavere, soprattutto di sangue che scaturiva dalle pareti e creava pozzanghere sul pavimento della casa di un'anziana coppia di coniugi georgiani, William e Minnie Winston, rispettivamente di settantanove e settantasette anni. Minnie Winston notò prima il sangue che sprizzava dal pavimento della stanza da bagno "come se venisse da un annaffiatoio" quando, un giorno di settembre del 1987, entrò per fare il bagno in quella stanza della casa di mattoni con tre camere da letto, dove abitava con suo marito da ventidue anni. Il 9 settembre, poco dopo mezzanotte, quando i due coniugi trovarono altro sangue che gocciolava dalle pareti e imperlava il pavimento delle stanze, telefonarono alla polizia. "Io non sanguino", precisò William Winston, "e nemmeno mia moglie. E qui viviamo soltanto noi due." Quella sera Winston era andato a letto verso le 21.30, dopo aver chiuso le porte e aver messo in funzione il sistema di allarme. Né lui né sua moglie avevano sentito rumori sospetti, e il sistema di allarme era sempre rimasto attivato. Steve Cartwright, agente della squadra omicidi di Atlanta, ammise che la polizia aveva trovato "una grande quantità di sangue" spruzzato in tutta la casa, ma non vide nessun corpo, di animale o di essere umano, che potesse spiegarne l'origine. Il giorno dopo il laboratorio della scientifica dello stato della Georgia confermò che il sangue era umano. Cal Jackson, il portavoce della polizia di Atlanta, dichiarò che il dipartimento considerava l'episodio "una circostanza insolita poiché non disponiamo di un cadavere o di un motivo che spieghi la presenza di tanto sangue". Un caso di autocombustione Certi dicono che la cucina è il posto più pericoloso della casa. Ma l'8 gennaio 1985 la diciassettenne Jacqueline Fitzsimons, studentessa di alta cucina presso l’Istituto Tecnico Hilton di Widnes, nel Cheshire, era uscita dalla cucina e stava conversando con delle compagne di classe nel corridoio quando improvvisamente s'incendiò. Jacqueline accusò una sensazione di bruciore alla schiena mentre parlava con un'amica, Karen Glenholmes. "Tutt'a un tratto Jacqueline ha detto che non si sentiva bene", riferì Karen, "abbiamo sentito puzza di bruciato e abbiamo visto che la sua camicia si era incendiata. Si è messa a gridare aiuto perché stava ardendo. In un attimo anche i suoi capelli erano in fiamme." Le insegnanti e le altre studentesse che si trovavano nel corridoio le strapparono di dosso gli abiti in fiamme e spensero il fuoco. Poi la ragazza fu trasportata in tutta fretta all'ospedale, dove si resero evidenti gli effetti devastanti dell'incidente: il fuoco aveva divorato il 18 per cento della sua pelle. Dopo quindici giorni, malgrado le cure intensive, morì. Il funzionario della prevenzione incendi del Cheshire, Bert Gilles, ammise di essere perplesso come chiunque altro. "Ho interpellato sette testimoni oculari" disse "finora non esiste una chiara spiegazione del fuoco, anche se la combustione spontanea è una possibilità da prendere in esame." Il coroner avviò un'inchiesta, e alla fine un giurì archiviò il caso stabilendo che Jacqueline Fitzsimons era morta "per disgrazia", il che era indubbiamente vero. Nemesi cosmica Sessantacinque milioni di anni fa i dinosauri scomparvero dalla faccia della terra in uno spazio di tempo che su scala geologica corrisponde a un battito di ciglia. Circa 165 milioni di anni prima i dinosauri erano la specie dominante dal pianeta. I paleontologi si sono interrogati a lungo sulla loro scomparsa, e hanno proposto come motivo più probabile dei bruschi cambiamenti del clima terrestre. Ma che cosa, in primo luogo, provocò questi catastrofici mutamenti? Un'alterazione graduale dell'atmosfera o dell'ambiente avrebbe ampiamente consentito ai dinosauri di adattarsi. La prima indicazione di una possibile causa cosmica giunse dalla collaborazione di due scienziati, padre e figlio, dell'Università della California a Berkeley. Il geologo Walter Alvarez stava studiando dei giacimenti presso Gubbio, in Italia, nel 1977, quando scoprì uno strato sedimentario ricco d'iridio, un elemento raro che è difficile trovare nella crosta terrestre. Suo padre, Luis Alvarez, premio Nobel per la fisica, suggerì una spiegazione: un enorme oggetto extraterrestre, forse una cometa o un asteroide, poteva aver colpito la terra e sollevato un'ingente quantità di detriti, facendo ricadere uno strato d'iridio. Fossili rinvenuti nell'argilla dove il giovane Alvarez aveva trovato l'iridio permisero di far risalire il giacimento a 65 milioni di anni fa, il periodo della grande estinzione dei dinosauri. Altre estinzioni di massa, a quanto pare, avvennero periodicamente ogni 26 milioni di anni, ma anche a intervalli più brevi, vale a dire di qualche migliaio di millenni. Non è possibile che un eventuale ciclo cosmico ricorrente sia la spiegazione di queste totali estinzioni, compresa quella che cancellò dal pianeta il Tyrannosaurus Rex e altre specie simili? Certi scienziati sono di questo avviso. Nel 1984 l'astrofisico di Berkeley Richard Muller e l'astronomo Marc Davis, insieme con un altro astronomo, Piet Hut, dell'Institute for Advanced Study dell’Università di Princeton, proposero l'esistenza di una compagna del Sole chiamata "Stella della Morte", o Nemesi, orbitante intorno al Sole ogni 26-30 milioni di anni. Avvicinandosi al sistema solare, il campo gravitazionale di Nemesi potrebbe far deviare degli asteroidi dalla loro orbita o trascinare delle comete nella sua scia, mandandole a schiantarsi sulla superficie della Terra. Se le cose stessero davvero così, il Sole e Nemesi sarebbero collegati fra loro in un sistema binario. In effetti, la maggior parte delle stelle della nostra galassia sono binarie, ma non se ne conosce nessuna che abbia periodi di rivoluzione così lunghi. Le loro orbite sono solitamente misurate in settimane o mesi. Inoltre, una simile stella compagna dovrebbe essere facilmente visibile. Muller crede che Nemesi possa essere una piccola stella rossa, il che ne renderebbe molto più ardua l'individuazione. Egli afferma che anche i periodi più lunghi di rivoluzione fra sistemi binari potrebbero essere comuni anche se noi non li abbiamo mai individuati a causa delle loro orbite estreme. Un’équipe di astronomi condotta da Muller ha già scartato tutte le possibili candidate eccetto tremila stelle visibili dall'emisfero settentrionale. Se Nemesi non verrà trovata fra queste, dichiara Muller, lui e i suoi colleghi rivolgeranno la loro attenzione alle stelle dell'emisfero meridionale. Non è il caso di preoccuparci che nel frattempo la Stella della morte ci visiti all'improvviso. Calcoli attuali situano Nemesi al punto estremo della sua orbita, e questo significa che non tornerà per altri 10- 13 milioni di anni. L'incendiaria Niente è più terrificante dell'infuriare di un incendio, specialmente se - nell'autentica tradizione di Firestarter di Stephen King - il piromane sta in agguato nel subconscio di qualcuno. Era questo il problema che la famiglia Willey dovette affrontare nel 1948 nella sua fattoria di Macomb, nell'Illinois. Il signor Willey mandava avanti l'azienda agricola con suo cognato e i suoi due figli. La sua nipotina Wanet stava gironzolando intorno alla casa. Sembrava che non stesse accadendo nulla di anormale finché in casa delle strane macchie marroni cominciarono a comparire sulla carta da parato. Esse diventavano incredibilmente calde, spesso raggiungendo i 240°C prima di sprigionare fiamme. Gli incendi erano così frequenti che i vicini dei Willey tenevano in casa secchi colmi d'acqua, in attesa di gettarla su un incendio non appena scoppiava. Qualche fiammata divampava quasi ogni giorno. Nessuno sapeva spiegarne la causa, neppure la locale stazione dei pompieri. "L'intera faccenda è talmente stramba e fantastica che provo quasi vergogna a parlarne", confessò il capo dei pompieri Fred Wilson ai giornalisti. Col passare dei giorni gli incendi si fecero sempre più frequenti e bizzarri. Ben presto cominciarono a divampare dalla veranda, dalle tendine e da altri punti della casa e le ipotesi si fecero più numerose. Secondo dei rappresentanti della vicina base dell'aeronautica militare, le combustioni erano causate dalle onde radio ad alta frequenza, mentre i funzionari del servizio antincendi ipotizzavano che nelle pareti della fattoria potessero formarsi dei gas infiammabili. Nonostante queste ingegnose spiegazioni, non emerse nessuna soluzione pratica al problema dei Willey. Alla fine, dopo aver assistito agli incendi per giorni, gli stanchi e frustrati vigili del fuoco tartassarono la piccola Wanet fino a farle confessare, come dissero ai giornalisti, che era stata lei ad appiccare i fuochi tirando fiammiferi accesi mentre gli altri voltavano l'occhio. Nessuno credette a questa spiegazione. La valutazione più attendibile venne da Vincent Gaddis, che studiò il caso nel 1962. Nel suo libro Luci e fuochi misteriosi affermò che la piccola Wanet avrebbe dovuto avere una costanza incredibile, e una scorta illimitata di fiammiferi, nonché parenti e vicini eccezionalmente miopi". In altre parole, come l'eroina di Firestarter, doveva aver appiccato gli incendi con mezzi paranormali, in un modo che andava molto al di là della comprensione delle autorità locali. Trafitti da un palo Ci sono esseri umani che sono sopravvissuti pressoché a ogni genere di catastrofe: dalla caduta da un aereo senza paracadute, all'ímpalamento con ogni genere di oggetti appuntiti. A quest'ultima categoria appartiene il caso del motociclista ventunenne Richard Topps, del Derbyshire, in Inghilterra, che sopravvisse a un malaugurato scontro col palo di una staccionata. Nell'agosto del 1985 la motocicletta di Topps andò a sbattere contro un'automobile. Mentre il suo passeggero rimaneva gravemente ferito, Richard fu sbalzato al di sopra del manubrio e proiettato contro uno steccato, dove rimase infilzato diagonalmente dal petto all'anca da un paletto lungo ottanta centimetri. A causa della confusione che si determinò, il giovane fu lasciato appeso per più di un'ora, completamente cosciente, ma incapace di liberarsi, finché fu trovato da suo fratello. Per togliergli il paletto che gli trapassava il torace ci vollero due ore di operazione, durante le quali i chirurghi trovarono che tutti i suoi organi interni vitali erano rimasti illesi. Topps si ristabilì rapidamente e fu dimesso. La diciottenne Kimberley Lotti di Quincey, nel Massachusetts, subì un analogo impalamento nel dicembre 1983 mentre rientrava a casa dal lavoro al volante del suo camion, e anche lei visse abbastanza a lungo da poterlo raccontare. Il suo camion uscì di strada e si scontrò con un reticolato di alluminio. Uno dei pali di sostegno, del diametro di cinque centimetri, fu divelto, infranse il parabrezza e le trapassò la parte superiore sinistra del petto. "Era strano", rammentò Kimberley in seguito, "non sentivo il minimo dolore. Pensavo che il tubo premesse semplicemente contro il mio braccio. Credo che fossi in stato di choc." I soccorritori tagliarono il tubo per una lunghezza di circa 13 centimetri dalla parte anteriore e da quella posteriore del suo corpo e la portarono in ospedale, dove il resto del palo d'alluminio fu estratto senza mettere a repentaglio la sua vita. La signora in azzurro Gli annali dei miracoli riconosciuti dalla Chiesa abbondano di rapporti storici documentati che sono di particolare interesse per gli studiosi di parapsicologia. Tuttavia, poche carriere spirituali possono competere, con quella dell'umile Signora in Azzurro, Suor Maria Coronel de Agreda. A quanto lei stessa sosteneva, Suor Maria aveva il dono della bilocazione, ossia compariva in due posti diversi nello stesso tempo, e questo avvenne in circa cinquecento occasioni fra il 1620 e il 1630. Nata in Spagna nel 1602 in una famiglia religiosa della borghesia, Suor Maria ebbe fin da bambina intense visioni. Da ragazza cadeva facilmente in trance estatiche. Entrò in giovane età nel convento francescano dell'Immacolata Concezione di Agreda. Qui scelse e s'impose un regime che comprendeva lunghi periodi di digiuno, privazione del sonno e autoflagellazioni. Fra i miracoli che le furono attribuiti in questa fase della sua vita ci fu l'inquietante capacità di rispondere ai pensieri inespressi di altre persone e di far levitare il suo fragile corpo al di sopra del pavimento del convento. Ma Suor Maria era nota soprattutto per la sua stupefacente facoltà di bilocazione. Le sue proiezioni astrali, a quanto si racconta, la sbalzavano attraverso l'Oceano Atlantico fino alle zone desertiche del Texas occidentale del diciassettesimo secolo, dove provvedeva alle necessità fisiche e spirituali di pellirosse seminudi. Di tutte le tribù indiane che popolavano il sud ovest americano prima della venuta dei Conquistadores, la meno nota è quella dei poveri Jumanos, che erano stanziati lungo il Rio Grande nei dintorni dell'odierna Presidio, nel Texas. Agli inizi della migrazione spagnola dal Messico i Jumanos furono contattati da Padre Alonzo de Benavides, un francescano. Con sua grande sorpresa, egli trovò questi indiani, in prevalenza cacciatori e raccoglitori, già convertiti al cristianesimo. Cosa ancora più stupefacente, essi sostenevano che a indirizzarli a quell'incontro era stata una misteriosa "donna in azzurro" la stessa anima gentile che aveva dato loro i rosari, aveva curato le ferite e fatto conoscere il messaggio di Gesù Cristo. Sbalordito quanto turbato, Padre Benavides chiese immediatamente per via epistolare sia a papa Urbano VIII sia a re Filippo IV di Spagna chi l'avesse preceduto nel suo ministero. Non ricevette risposta fino al 1630, al suo rientro in Spagna, dove venne a conoscenza dei miracoli di Suor Maria; andò a trovarla in convento e vide che l'abito del suo ordine era di colore azzurro. Nell'occhio dei ciclone La natura può presentare numerosi spettacoli di estrema violenza, ma pochi possono essere paragonati, per potere distruttivo e intensità, a un tornado, dove venti centrifughi possono raggiungere la velocità di 320 chilometri orari. Nonostante esista una gran quantità di fotografie e riprese televisive, sono scarsi i resoconti di testimoni oculari. Un'osservazione estremamente rara dell'"interno" di un tornado fu compiuta in seguito a una bufera che imperversò su McKinney, nel Texas, a nord di Dallas, il 3 maggio 1943. "L'occhio del ciclone si trovava a circa sei metri dal suolo" dichiarò, sconvolto, Roy Hall, dopo che la sua casa era appena stata distrutta da un tornado. "L'interno del tornado era vuoto e l'orlo del fondo dell’imbuto di per sé non sembrava spesso più di tre metri e, forse per via della luce interna, appariva perfettamente opaco. Le sue pareti erano così lisce e uniformi da somigliare all'interno di un tubo rivestito di vetro." L'orlo esterno vorticava davanti agli occhi di Hall con tale velocità da ferire la vista. "Mi sono abbassato sostenendomi col gomito sinistro, per proteggere mio figlio piccolo, e ho alzato lo sguardo", continuò, "è possibile che in quel momento i miei occhi doloranti abbiano contemplato qualcosa che pochi altri hanno visto vivendo poi abbastanza a lungo da poterlo raccontare? Stavo guardando fino in fondo l'interno del grande imbuto di un tornado! Si sviluppava verso il cielo per oltre tre chilometri e ondeggiava lievemente... curvandosi lentamente in direzione sud est. Sembrava in parte pieno di una nube splendente, che tremolava come una luce al neon. Questa nube sfolgorante si trovava nel mezzo dell'imbuto, e non ne toccava le pareti." Si conosce soltanto un'altra descrizione dell'interno di un tornado: è stata fatta da Will Keller, un agricoltore di Greensburg, nel Kansas, che assistette allo spettacolo grandioso e terrificante del tremendo vortice che scavalcava il rifugio dove aveva cercato scampo il 22 giugno 1928. L'aria circostante, riferì Keller, era immobile come la morte. L'interno della tromba d'aria era illuminato, con saette che crepitavano da un lato all'altro. Dall'orlo sfrangiato, sul fondo dell'imbuto, tornado più piccoli si formavano e si allontanavano turbinando. L'interno conteneva anche una nube simile a quella osservata da Hall. Nessuno dei due testimoni poteva trarre vantaggi da una storia inventata. Se le loro descrizioni fossero autentiche, dovremmo rivedere le nostre conoscenze circa i tornado, soprattutto perché l'attuale teoria non spiega una struttura interna così complicata, e in particolare la presenza all'interno di nubi e fulmini. |