L'uomo dal cervello perforato

L'11 settembre 1894 Phineas P. Gage, di venticinque anni, stava usando una bacchetta di ferro lunga ottanta centimetri per spingere delle cariche esplosive in fori dove poi sarebbero state fatte saltare. Per qualche motivo, una delle cariche esplose prima del tempo e la bacchetta fu sparata contro la faccia di Gage. L'attrezzo, dal peso di più di cinque chili e dal diametro di sei millimetri, penetrò nella sua guancia sinistra esattamente al di sopra del mento, per la forza dell'esplosione trapassò completamente il cervello e staccò un ampio frammento frontale. dalcranio.

A quanto si racconta, poche ore dopo l'incidente Gage chiese a che punto fosse il suo lavoro! Da allora, per parecchi giorni, sputò dalla bocca pezzi d'osso e di cervello. Poi cadde in preda al delirio e alla fine perse l'uso dell'occhio sinistro. Dopo di ciò si ristabilì fisicamente, anche se i suoi conoscenti dicevano che era degenerato in un bruto irresponsabile.

Ampi rapporti sulla miracolosa sopravvivenza di Gage comparvero sia sull’American Journal of Medical Science che sul British Medical Journal dell'epoca. La sua storia, nonostante il triste finale, c'induce a chiederci quanto del nostro cervello sia realmente necessario per la sopravvivenza. Un documentario della televisione svedese del 1982 sull'argomento mostrò parecchi pazienti che vivevano normalmente soltanto con una frazione della loro materia grigia. Un soggetto, un ragazzo di nome Roger, aveva soltanto il cinque per cento del cervello intatto, eppure riuscì a laurearsi in matematica.

Il diamante maledetto

Secondo una leggenda la favolosa gemma nota come il Diamante Hope una volta ornava la fronte di un idolo indiano, da cui fu rubato da un prete indù. Il povero sacerdote, si racconta, in seguito a ciò fu fatto prigioniero e torturato. La straordinaria pietra preziosa, che ha fama di gettare una mortale maledizione su chi la possiede, comparve in Europa per la prima volta nel 1642, come proprietà del mercante e contrabbandiere francese Jean-Baptiste Tefernier. La sua vendita gli procurò un guadagno enorme, ma il suo scriteriato figlio scialacquò la maggior parte del denaro. Mentre viaggiava in India alla ricerca di un nuovo colpo di fortuna, Tefernier fu aggredito da un branco di cani rabbiosi e dilaniato.

La gemma passò poi al re di Francia Luigi XIV, che ridusse le sue strabilianti dimensioni da 112,5 carati a 67,5. Ma questa riduzione non diminuì la maledizione. Dopo che Nicolas Fouquet, alto funzionario e finanziere, si fece prestare il diamante per un ballo ufficiale, fu arrestato per malversazione e condannato al carcere perpetuo. Luigi XVI e la regina Maria Antonietta, successori di Luigi XIV, trovarono la morte sotto la lama della ghigliottina.

Nel 1830 la gemma, ormai un tesoro storico, fu comprata dal banchiere londinese Henry Thomas Hope per 150.000 dollari. Non fu un acquisto fortunato. Le fortune della famiglia declinarono rapidamente, e un nipote morì senza un soldo prima che un altro erede vendesse alla fine la pietra maledetta. Nei sedici anni che seguirono, il Diamante Hope passò da un proprietario all'altro, compresi il francese Jacques Colet, che si suicidò, il principe russo Ivan Kanitovitsky, che fu assassinato. Nel 1908, il sultano turco Abdul Hamid acquistò il diamante per 400.000 dollari e lo donò alla sua concubina favorita, Subaya. Ma in capo a un anno Hamid aveva ucciso Subaya a pugnalate e aveva perso il trono. Il successivo proprietario fu Simon Montharides, finché la sua carrozza si rovesciò, uccidendo lui, la moglie e la figlioletta.

Il diamante e la relativa maledizione passarono poi a un magnate della finanza, l'americano Ned McLean, che lo ebbe al prezzo d'occasione di 154.000 dollari. Poco dopo suo figlio Vincent perì in un incidente d'auto, e una figlia morì per una overdose. La moglie diventò morfinomane, e McLean morì in manicomio. La signora McLean si spense nel 1947, lasciando la pericolosa eredità a sei nipoti, compresa Evelyn, che allora aveva cinque anni.

Due anni dopo, la famiglia McLean vendette il diamante a Harry Winston, un commerciante di pietre preziose. Winston, a sua volta, lo trasferì legalmente alla Smithsonian Institution, dove tuttora rimane. Forse la maledizione non può esercitare i suoi nefasti effetti sulle istituzioni come invece ha fatto sulle persone. O forse il terribile maleficio scomparve per sempre con Evelyn McLean, che fu trovata morta senza motivo apparente nel suo appartamento di Dallas il 13 dicembre 1967, all'età di venticinque anni.

Il brigantino scomparso

Era un bel brigantino, di solido legname e di vela quadrata, quando fu battezzato Amazon nell'isola di Spencer, nella Nuova Scozia, nel 1861. Ma ci furono cattivi presagi anche allora, quando il suo primo comandante morì quarantotto ore dopo aver assunto il comando.

Seguirono una serie di piccoli disastri. Nel suo viaggio inaugurale l'Amazon colpì uno sbarramento per la pesca, sfregiandosi lo scafo. Durante i lavori di riparazione scoppiò un incendio, in seguito al quale il suo secondo comandante fu licenziato. Il brigantino intraprese la sua terza traversata dell'Atlantico con un terzo comandante... e andò a cozzare contro un'altra nave nello Stretto di Dover.

Poi, nel 1867, l’Amazon naufragò nella Baia del Ghiaccio, a Terranova, dove fu lasciato. Alla fine una compagnia americana lo recuperò, lo riparò e lo diresse verso il sud. La nave fu registrata sotto bandiera statunitense e ribattezzata Maria Celeste.

Il capitano Benjamin S. Briggs l'acquistò nel 1872. Il 7 novembre di quell'anno egli fece vela a New York per il Mediterraneo con sua moglie, sua figlia, sette uomini d'equipaggio e 1700 barili di alcool del valore di 38.000 dollari.

Il 4 dicembre un brigantino inglese trovò la Celeste a mille chilometri a ovest del Portogallo. Degli uomini dell'equipaggio salirono a bordo della nave, ma non trovarono anima viva né sopra né sotto coperta. Il carico era in ordine con una sola eccezione: un barile di alcool era stato aperto. I bauli dei membri dell'equipaggio, con dentro le loro cose, fra cui pipe e borse di tabacco, erano ancora al loro posto. L'ultima annotazione sul diario di bordo, in data 24 novembre, non faceva pensare minimamente a un disastro incombente. L'unica cosa fuori posto era un pezzo della battagliola, che si trovava sul ponte dov'era il posto della lancia di salvataggio.

La sorte del capitano Briggs, della sua famiglia e del suo equipaggio rimane uno dei più durevoli tra i molti misteri del mare aperto. Ciò che appare chiaro è che tutti abbandonarono frettolosamente la nave sull'unica scialuppa di salvataggio. Forse temevano un'imminente esplosione. È possibile che l'alcool, caricato in un clima freddo, avesse cominciato a emanare esalazioni sotto il calore dei tropici. Non si può escludere che Briggs, inesperto del suo carico, abbia fatto suonare l'allarme ed evacuare il brigantino. E può anche darsi che si sia sollevato un vento così impetuoso da sospingere via la Maria Celeste.

L'unica cosa certa è che non sapremo mai che cosa realmente accadde.

Fuoco dal cielo

Vampate di calore di un’intensità da altoforno provenienti dal cielo si sono verificate parecchie volte. Ciascuno degli. abitanti delle rive del lago Whitney, nel Texas, potrà dirvi che cosa successe la notte, per il resto priva di eventi, del 15 giugno 1960.

Dapprima, riferiscono i testimoni, il cielo era sereno, le stelle brillavano e la temperatura si aggirava sui 24°C. Poi delle saette guizzarono all'orizzonte e una lieve brezza spirò dal lago. Inaspettatamente, si levò un vento ruggente che portò via il tetto dell'emporio del villaggio di Mooney, sparpagliando pane e scatolame per tutto il negozio.

E col vento arrivò un calore da prosciugare i polmoni. Il termometro, sulla facciata del negozio di articoli da pesca di Charley Riddle, balzò dalla temperatura della mezzanotte di 20 a 30 gradi in pochi minuti, per arrivare poi a una punta di 48°C.

L'acqua dei radiatori delle macchine traboccò bollente, gli impianti di pioggia artificiale saltarono, e nella cittadina di Kopperl madri terrorizzate fasciarono letteralmente i loro piccoli con lenzuola bagnate. Quando l'agricoltore Pete Burns rincasò quella sera, la sua piantagione di cotone arata di fresco era in perfetta salute: la mattina dopo la trovò completamente carbonizzata. Nella stessa zona i campi di grano rimasero avvizziti e bruciacchiati.

Nonostante tutto questo, la più strana tempesta che si fosse mai abbattuta sul Texas probabilmente sarebbe rimasta ignorata dai mezzi d'informazione se il giorno dopo il cameraman della TV Floyd Bright non avesse fotografato i danni. Il meteorologo Harold Taft, del Canale Cinque di Forth Worth, ipotizzò che la causa di tutto fosse stata la corrente d'aria in discesa prodotta da un temporale vagante. "L'aria in discesa si raffredda in misura di 5,5 gradi Fahrenheit per ogni 1000 piedi (un piede = cm 30,54) di caduta" spiegò Taft. Se la corrente d'aria avesse iniziato la sua discesa alla sommità della parte frontale del temporale, a una quota di 20.000 piedi e a una temperatura di 25 gradi, si sarebbe riscaldata di altri 110 gradi prima di raggiungere il livello del suolo.

Ma l'aria calda tende anche a salire. "La forza verso il basso dev'essere stata enorme", ammise Taft, "e questo potrebbe spiegare i venti di 130-160 chilometri all'ora che si registrarono quella notte."

Malgrado questa spiegazione non si può non rimanere impressionati per tanta furia scatenatasi dal cielo, e viene da chiedersi se non sia stato qualcosa di simile a quello che incenerì un campo di cotone nel Texas centrale ad aver provocato, in altre notti, alcuni dei grandi incendi non spiegati che di tanto in tanto avvengono in diverse parti del mondo.

La stupefacente archeologia di Bligh Bond

La località di Glastonbury, nel Somerset, ha un posto preminente nelle antiche tradizioni e leggende inglesi. Secondo la saga dei cavalieri della Tavola Rotonda, re Artù fu sepolto sotto l'abbazia di Glastonbury. La leggenda cristiana vuole che san Giuseppe d'Arimatea abbia portato il Sacro Graal a Glastonbury e vi abbia piantato un'acacia ancor oggi esistente. Si dice inoltre che Glastonbury sia il luogo dove coloro che operano nel campo dell'"archeologia metapsichica" abbiano fatto forse le loro più importanti scoperte.

Nel 1907, l'Abbazia di Glastonbury, un cumulo di rovine abbandonate e infestate dalle erbacce, fu comprata dallo stato e data in custodia a un comitato diocesano che era ansioso di farvi effettuare degli scavi. Esso commissionò i lavori alla Società Archeologica del Somerset, che nominò direttore degli scavi un promettente architetto ed ecclesiastico di Bristol di nome Bligh Bond.

All'insaputa del clero e delle altre autorità interessate, Bond era membro della Society for Psychical Research, come lo era il suo amico capitano John Bartlett. I due furono d'accordo di servirsi dell'abilità di Bartlett nella pratica della scrittura automatica, per cercar di fare in modo che gli spiriti, tramite la penna del capitano, comunicassero le loro indicazioni sugli scavi da eseguire.

L'esperimento iniziò alle 16.30 del 7 novembre 1907. "Potete dirci qualcosa su Glastonbury?", chiese Bond. Bartlett rispose tracciando una pianta dell'abbazia, completa di misurazioni, seguita da messaggi in un miscuglio di cattivo latino e ciò che sembrava inglese arcaico, apparentemente dettato da monaci da lungo tempo defunti. Molto di quanto Bond apprese contraddiceva le sue conoscenze di studioso, nondimeno egli procedette.

Le scoperte non tardarono: prima una cappella, di cui non si sospettava l'esistenza, all’estremità orientale dell'abbazia, poi un arco di porta, indi un’abside poligonale e una cripta. Il genio di Bond diventò celebre nei circoli archeologici come in quelli ecclesiastici: fino al 1918, quando rivelò nel suo libro Il cancello delle rimembranze come fosse stato guidato nel suo ritrovamento da spiriti di monaci. Le autorità, scandalizzate, fecero di tutto per rimuoverlo dalla sua carica, e ci riuscirono. Poi asportarono o alterarono molte delle segnalazioni archeologiche che egli aveva eretto sul luogo, e perfino proibirono la vendita dei suoi testi nell’abbazia.

Nonostante le straordinarie scoperte effettuate da Bond nell'abbazia, e il suo amore personale per il luogo, egli fu cacciato da Glastonbury da persone di mentalità ristretta perché impiegò tecniche non convenzionali per rivelare le sue meraviglie.

Lo spettro della "Great Eastern"

La Great Eastern fu senza dubbio una delle navi più grandi che abbiano mai solcato i sette mari. Fu anche una delle più sfortunate, perseguitata fin dall’inizio dallo spirito di un operaio che era rimasto rinchiuso nel suo doppio scafo.

Il suo creatore, Isambard Kingdom Brunel, era già un noto costruttore di ponti e di ferrovie quando concepì l'idea di una città galleggiante che collegasse Londra col resto del mondo. Architetti navali avevano già disegnato e costruito transatlantici di linea della stazza di quasi 3000 tonnellate. Ma la Great Eastern di Brunel metteva in ombra qualsiasi nave mai esistita. In effetti, con la sua stazza stimata attorno a 100.000 tonnellate, faceva sfigurare qualsiasi altra cosa fosse in grado di galleggiare. Dieci grandi caldaie alimentate da 115 fornaci azionavano le sue ruote a pale di 18 metri e un'elica posteriore di 9 metri. Cinque fumaioli eruttavano verso il cielo il suo fumo di carbone. La Great Eastern aveva sufficienti sistemi ausiliari da equipaggiare una piccola flotta, comprese dieci ancore da cinque tonnellate ciascuna, sei torreggianti alberi da vele, e un proprio impianto d'illuminazione a gas.

Ma la nave si dimostrò fin dall’inizio perseguitata dalla malasorte. Al varo della più grande nave del mondo, Brunel invitò l'esercito di operai che l'avevano costruita. Tra questi non presenziò un flemmatico maestro d'ascia che aveva lavorato al doppio scafo.

La cerimonia inaugurale non andò affatto secondo il programma, e la mole e il peso enormi della Great Eastern fecero bloccare il meccanismo di alaggio. Probabilmente la nave non sarebbe stata neppure varata se un'alta marea eccezionale non le avesse permesso di galleggiare sul Tamigi. Ma poco dopo quel piccolo successo la Great Eastern Navigation Company di Brunel fallì, e lo stesso Brunel morì. Il giorno della sua morte il comandante si era lamentato con l'ingegnere capo perché il suo sonno era stato "gravemente disturbato da un continuo martellare proveniente dal basso".

Sulla scia di quell’inquietante episodio, uno dei fumaioli della Great Eastern esplose, uccidendo sei persone e distruggendo il grande salone. Poi le fortune della nave migliorarono momentaneamente. ma alla quarta traversata dell'Atlantico del lussuoso piroscafo una tremenda burrasca mise fuori uso le sue ruote a pale e scagliò in mare le scialuppe di salvataggio. E di nuovo, anche nell'infuriare del vento, fu udito un fantasma che batteva con un martello sottocoperta.

La Great Eastern riuscì ad arrivare in porto, ma come nave passeggeri era finita. I suoi ultimi proprietari ebbero difficoltà anche a venderla come ferrovecchio. Nel 1885, mentre finalmente veniva smantellata, gli operai fecero una raccapricciante scoperta. Accanto a una sacca di attrezzi arrugginiti giaceva lo scheletro del maestro d'ascia scomparso, imprigionato fra le pareti di ferro del doppio scafo della Great Eastern.

Gli enigmatici monoliti di Baalbek

Presso le pianure devastate dove un tempo sorgevano Sodoma e Gomorra rimangono le splendide rovine di Baalbek, così chiamata dal nome di dio adorato dagli antichi fenici. Le più imponenti vestigia del passato di Baalbek consistono in una gigantesca acropoli che non ebbe paragoni nell'antichità per le dimensioni dei blocchi di pietra usati per la sua costruzione.

In effetti, i blocchi di Baalbek non sono paragonabili ad altri neppure ai nostri giorni, e questo ha indotto alcuni a ipotizzare che possano essere serviti come piattaforme per navi spaziali. Che cos'altro avrebbero potuto sorreggere dei blocchi di pietra lunghi 20 metri, alti 4, spessi 3 e mezzo, pesanti fino a novecentomila chili? Gli enormi monoliti di Baalbek erano stati tagliati a mano, trasportati laboriosamente per mezzo miglio e sollevati di sei metri al di sopra del suolo per fornire una base virtualmente inamovibile per... che cosa?

Un suggerimento può essere trovato nella descrizione biblica degli antichi abitanti di Baalbek contenuta nel libro dei Numeri. Mentre vagava nel deserto, sta scritto, Mosè mandò delle spie a Canaan per vedere quali probabilità di riuscita avrebbe avuto un'invasione.

"Noi non potremo vincere questi uomini", esse riferirono, "perché sono più forti di noi... La terra che noi abbiamo attraversato... è tale da inghiottire i suoi stessi abitatori: e tutti gli uomini che vi vedemmo erano di grande statura. E là vedemmo i giganti, i figli di Anak... e noi eravamo ai nostri occhi come cavallette, e così eravamo ai loro."

Fa venire il capogiro pensare alla possibilità che antichi giganti si dedicassero a imprese di dimensioni colossali su cui possiamo soltanto fare delle congetture. Ma il fatto che le pietre monumentali di Baalbek sorgano così vicino alla città distrutta di Sodoma e Gomorra può essere qualcosa di più di una curiosa coincidenza.

Che cosa distrusse Sodoma e Gomorra?

Nessuno scienziato ha mai spiegato in modo sufficiente l'esistenza dei tectiti, strani globuli di roccia radioattiva, di aspetto vetroso, che si possono trovare, fra l'altro, nel Libano. Secondo una teoria avanzata dal dottor Ralph Stair, dell'Ufficio Nazionale Pesi e Misure degli Stati Uniti, è possibile che i tectiti siano giunti da un pianeta distrutto, i cui frammenti ora orbitano fra Marte e Giove formando una fascia di asteroidi.

Un'altra teoria ancora più inquietante è stata proposta da un matematico sovietico, il professor Agrest. Secondo Agrest, la composizione dei tectiti presuppone l'azione di temperature estremamente elevate oltre a quella della radiazione nucleare. Egli sapeva che nessun ordigno nucleare era stato fatto esplodere di recente nel Libano, ma non si poteva escludere che la conflagrazione fosse successa in epoca biblica. Nelle pergamene del Mar Morto esisteva, dopo tutto, questa strana descrizione della distruzione di Sodoma e Gomorra:

"Una colonna di fumo e di ceneri ascese nell'aria come una colonna di fumo scaturita dalle viscere della terra. Una pioggia di zolfo e di fuoco distrusse Sodoma e Gomorra, e l'intera pianura e tutti gli abitanti e ogni pianta. E la moglie di Lot si volse a guardare e fu trasformata in una colonna di sale".

La colonna di fumo e di fuliggine fa pensare stranamente a un fungo atomico, sostiene Agrest. Ma chi ai tempi biblici avrebbe potuto possedere delle armi nucleari? Per Agrest c'era una sola inevitabile conclusione: armi in grado di creare una simile distruzione potevano provenire soltanto dal cielo. Forse, egli suggerisce, noi siamo stati visitati da extraterrestri nel remoto passato, ma non lo sapremo mai con certezza finché i tremendi segreti della struttura dei tectiti non saranno rivelati.

La nave con una volontà propria

Già mentre era in costruzione, la corazzata tedesca Scharnhorst mostrò di avere una sua mente propria. Era stata costruita solo a metà quando, con un improvviso ruggito, si rovesciò, schiacciando mortalmente 60 uomini e ferendone gravemente altri 110.

La notte prima del giorno previsto per il varo, la corazzata ruppe gli ormeggi, infranse un paio di enormi chiatte e dal molo discese, senza equipaggio, in acqua. Poi, in una delle sue prime missioni, una torretta esplose, uccidendo 12 uomini.

Verso la fine della guerra la Scharnhorst fu inviata a distruggere convogli britannici al largo dell’estremità settentrionale della Norvegia. Un comandante inglese, avvertendone la vicinanza, ordinò di aprire il fuoco senza però individuarla. La corazzata si buttò a capofitto nel tratto di mare cannoneggiato, e fu fatta a pezzi. Cadde su un fianco e colò a picco, a un centinaio di chilometri dalla costa della Norvegia.

La maggior parte degli uomini dell'equipaggio morì subito, ma alcuni superstiti furono tratti in salvo dagli inglesi. Altri due riuscirono a raggiungere un'isoletta su una zattera. I loro cadaveri furono trovati anni più tardi, quando la guerra era ormai solo un terribile ricordo. A quanto pareva, la loro stufa a petrolio d'emergenza era esplosa, uccidendoli all'istante.

La maledizione della Scharnhorst aveva colpito ancora.

Il caso di Trans-en-Provence

La Francia è oggi l'unico paese con un organismo sotto gli auspici dello stato che si occupi degli UFO. Il GEPAN, il gruppo di ricerca sui fenomeni aerei non identificati, è una sezione separata dell'ente spaziale nazionale francese. Tutte le notizie di avvistamenti di UFO vengono comunicati direttamente al GEPAN, che effettua indagini sui vari casi.

Data la natura sporadica dei fenomeni relativi agli UFO, il GEPAN non ha potuto giungere a risultati sensazionali o addirittura conclusivi. Ma un caso avvenuto in Francia fa riflettere. L'8 gennaio 1981, intorno alle 17, un certo Renato Nicolai, di cinquantacinque anni, stava lavorando nel suo giardino a Trans-en-Provence quando udì un sibilo. Si voltò, a quanto riferì poi, e vide un'astronave discendere dal cielo.

Nicolai disse che il veicolo "aveva la forma di due piatti rovesciati, uno contro l'altro. Sarà stato alto un metro e mezzo e aveva il colore del piombo". Secondo Nicolai, esso rimase sul terreno per circa un minuto. Poi, "è ripartito rapidamente in direzione del bosco, vale a dire in direzione nord est".

L'indomani, e di nuovo tre giorni dopo, investigatori del GEPAN prelevarono campioni di terreno e di piante sul luogo dell'atterraggio. Il gruppo di ricerca raccolse campioni anche trentanove giorni dopo il presunto atterraggio. Secondo il GEPAN furono trovate tracce fisiche di un atterraggio. Il terreno, dichiarò l'organizzazione, conteneva piccoli quantitativi di fosfato e di zinco, e pareva aver sopportato una temperatura fra 300 e 600°C. Ma forse la scoperta più importante fu una successiva diminuzione del 30-50 per cento della percentuale di clorofilla e di pigmenti carotenoidi prodotti dalle piante nel luogo dell'atterraggio e nelle immediate vicinanze. Inoltre, stando al GEPAN "fu evidente una significativa correlazione fra le irregolarità osservate e la distanza dall'epicentro del fenomeno". Il trauma, osservò l'organizzazione, potrebbe anche essere stato provocato da un campo elettromagnetico.

Benché esitante a concludere che effettivamente una nave spaziale extraterrestre fosse atterrata nel giardino di Nicolai, lo scienziato francese Alain Esterle, già direttore del GEPAN, concluse: "Per la prima volta abbiamo riscontrato una combinazione di fattori tali da suggerire che qualcosa di simile a quanto descritto dal testimone oculare abbia avuto luogo".