Un massacro in volo

Qualcosa di terrificante avvenne nel cielo un giorno della tarda estate del 1939, e ancor oggi l'incidente rimane un fitto mistero.

Tutto quello che si sa è che un aereo militare da trasporto lasciò l'aeroporto della marina di San Diego alle 15.30 per un volo di routine diretto a Honolulu. L'equipaggio era composto da tredici uomini. Tre ore dopo, mentre l'aereo sorvolava il Pacifico, lanciò un frenetico segnale con cui indicava di trovarsi in difficoltà. Poi la comunicazione radio s'interruppe.

Poco dopo l'aereo tornò traballando alla base ed effettuò un atterraggio d'emergenza. Membri del personale di terra accorsero all'aereo e quando salirono a bordo rimasero inorriditi alla vista di dodici cadaveri. L'unico superstite era il copilota che, benché gravemente ferito, era rimasto in vita abbastanza a lungo da riportare l'aereo a San Diego. Pochi minuti dopo anch'egli morì.

Tutti i corpi presentavano ampie ferite aperte. Fatto ancora più strano, il pilota e il copilota avevano scaricato le loro pistole automatiche Colt 45 contro qualcosa. I bossoli vuoti furono trovati sul pavimento della carlinga. L'interno dell'aereo era pervaso da uno sgradevole odore di zolfo.

L'esterno dell'aereo era gravemente danneggiato, come se fosse stato colpito da missili. Il personale che salì a bordo dell'aereo ne discese con una strana infezione della pelle.

Furono adottate rigorose misure di sicurezza e al personale d'emergenza fu ordinato di lasciare l'aereo. Il compito di rimuovere i cadaveri e d'investigare sull'incidente fu lasciato a tre ufficiali della Sanità.

Sull’incidente fu poi stesa un'efficace cortina di silenzio, che si diradò solo quindici anni dopo, quando l'investigatore Robert Coe Garden ne fu informato da qualcuno che si era trovato in quell’aereoporto, al tempo del fatto. Il mistero di ciò che l'equipaggio incontrò nel cielo in quel pomeriggio del 1939 non è stato ancora chiarito.

Perseguitato dai fulmini

Nel 1899 un fulmine uccise un uomo mentre se ne stava nel suo orticello di casa a Taranto. Trent'anni dopo suo figlio trovò la morte nello stesso modo e nello stesso posto. L'8 ottobre 1949, la nipote della prima vittima e figlia della seconda, venne anch'essa colpita.

Non meno strano fu il destino di un ufficiale inglese, il maggiore Summerford che mentre combatteva nei campi delle Fiandre nel febbraio del 1918 fu sbalzato da cavallo da un fulmine e rimase paralizzato dalla cintola in giù.

Summerford fu congedato e si ritirò a vivere a Vancouver. Un giorno, nel 1924 mentre, ormai ristabilito, stava pescando sulla sponda di un fiume, un fulmine colpì l'albero sotto cui era seduto e gli si paralizzò il lato destro del corpo.

Due anni dopo l'ufficiale si era abbastanza ristabilito da poter fare delle passeggiate in un parco locale. Un giorno d'estate del 1930, mentre andava a spasso, fu investito da un altro fulmine, e questa volta rimase paralizzato in modo permanente. Morì due anni dopo.

Ma il fulmine lo cercò ancora una volta. Quattro anni dopo, durante un temporale, un fulmine colpì un cimitero e distrusse una lapide. Era quella del maggiore Summerford.

"K-19"

Per anni Thomas Wolfe, il famoso scrittore americano, ebbe un'idea per un romanzo che avrebbe dovuto intitolarsi "K-19" e avere come un soggetto un pullman contraddistinto da questa sigla. Le esistenze di tutti i personaggi della storia sarebbero state influenzate in un modo o nell'altro da questo veicolo. Egli parlò del suo progetto di romanzo col suo editore, Maxwell Perkins, ma non riuscì mai a elaborare la storia in modo soddisfacente. Perkins gli suggerì di concentrare i suoi sforzi su altri testi finché non fosse sicuro di avere una trama che funzionasse. Wolfe si disse d'accordo, ma il destino volle che non potesse riprendere la sua idea del K-19. Morì all'improvviso di un attacco di cuore nel 1938.

Parker s'incaricò di far trasportare la salma di Wolfe nella sua nativa Asheville, nella Carolina del Nord, dove sarebbe stata inumata. Mentre il treno usciva dalla stazione, Perkins osservò l'auto con a bordo la bara di Wolfe. La macchina stava per uscire dal suo campo visivo quando egli si accorse tutt'a un tratto della sigla che recava: K-19.

Il disastro mai avvenuto

Il 10 ottobre 1931, l'allora più recente dirigibile degli Stati Uniti, l'Akron, aveva in programma un giro sullo stadio Fairfield in occasione della partita di calcio fra la squadra di Washington e la Jefferson-Marshall a Huntington, nella Virginia dell'Ovest.

La prima persona che vide il dirigibile in volo fu Harold Mackenzie, che l'osservò mentre si dirigeva verso la vicina cittadina di Gallipolis, nell'Ohio. Telefonò ai suoi vicini che lavoravano nello stabilimento della Foster Diary perché lo guardassero anche loro.

Due di questi, Robert Henke e sua moglie, andarono in First Avenue con la loro amica Claude Parker. I tre osservarono l'aeromobile con un binocolo e ben presto si aggiunsero a loro altre persone, che videro l'Akron librarsi al di sopra del fiume.

Sull'altra sponda, a Point Pleasant, nella Virginia dell'Ovest, altre persone osservarono l'avanzare del dirigibile. Il veicolo, lungo da 30 a 50 metri, stava viaggiando a un centinaio di metri di quota quando, alle 14.50, avvenne qualcosa d'inaspettato e di terrificante.

Come la signora Henke dichiarò al Gallipolis Daily Tribune il 12 ottobre, "Quando abbiamo avvistato il dirigibile ci è parso che stesse deformandosi e precipitando. Alcuni di quelli che l'hanno visto hanno detto che quattro persone si sono buttate coi paracadute. L’oggetto sembrava circondato dal fumo, ma può darsi che si trattasse di nubi".

Gli osservatori videro, inorriditi, il dirigibile esplodere in fiamme e precipitare sulle colline a sud di Gallipolis Ferry.

Mezza dozzina di testimoni avvertirono del disastro il dottor Holzer, direttore dell'aeroporto. All'alba dell’indomani una squadra di soccorso perlustrò il luogo indicato. Per l'intero giorno esso fu setacciato e scrutato dal cielo, ma non fu possibile trovare traccia dell’aeromobile o del suo sventurato equipaggio per un motivo molto semplice: essi non esistevano. L'Akron quel giorno era rimasto al sicuro nel suo hangar.

Maghi della pioggia e dei sereno

Avvenne nella città indiana di Dharamsala, dove risiedono molti profughi tibetani, il 10 marzo 1973. Ogni anno, in questa data, i rifugiati commemorano la fuga del Dalai Lama dal Tibet. Ma da settimane imperversavano tempeste provenienti dalle falde dell'Himalaia, e le cerimonie per l'anniversario sembravano minacciate. Il tempo non lasciava presagire nessun miglioramento, e alla fine i profughi si rivolsero a Gunsang Rinzing, un anziano lama temuto e famoso per la sua facoltà di controllare il tempo atmosferico. L'operato del lama fu in seguito descritto da David Read Barker, un antropologo che a quell'epoca stava conducendo una ricerca sul campo in India. Erano le 20, spiegò il dottor Barker, e Rinzing cominciò accendendo un fuoco sotto la pioggia.

"Era in uno stato di concentrazione", riferì Barker, "e recitò dei mantra e un sadhana, soffiando spesso in una tromba ottenuta da una tibia umana e battendo sul tamburo a due facce di uno sciamano. Dopo averlo osservato da rispettosa distanza per parecchie ore, andammo a letto, certi che l'indomani il tempo sarebbe stato ancora pessimo com'era stato nei giorni precedenti. All'alba del giorno seguente la pioggia era diventata una sottile pioviggine, ed entro le 10 si trasformò in una fredda nebbia nel raggio di circa 150 metri.

In tutto il resto della zona continuò a piovere a dirotto, però la folla di parecchie migliaia di profughi, non si bagnò nelle sei ore in cui rimase riunita. A un certo punto, durante il discorso del Dalai Lama, si scatenò nei pressi una tremenda grandinata che si abbattè con gran fragore sui tetti delle case confinanti col luogo della riunione, ma soltanto pochi chicchi caddero sulla folla."

Quattordici anni prima, al tempo dell'invasione del Tibet da parte dell'esercito cinese e della fuga del Dalai Lama in India, inattese condizioni atmosferiche garantirono la sua incolumità durante il suo attraversamento dell’Himalaia per riparare in India. Mentre gli aerei cinesi cercavano d'intercettare lui e i suoi seguaci, una fitta nebbia avvolse provvidenzialmente la zona del loro passaggio, rendendoli completamente invisibili dall'alto. Per i tibetani, naturalmente, quest'improvvisa visibilità zero fu semplicemente una prova dei poteri divini del Dalai Lama sul tempo atmosferico.

Salvati da un bambino morto

Una sera, all'inizio del 1978, alle 22 in punto, l'agricoltore in pensione Henry Sims, di settantadue anni, tornò a casa dall'ospedale della Florida dov'era ricoverata la figlia di diciotto anni, mentre sua moglie Idellar si trattenne ancora. Quando Sims arrivò, l'altra figlia, cinque nipoti e un'amica di famiglia stavano già dormendo. Egli si mise a letto e non tardò ad addormentarsi.

"Quello che ricordo è che sognai", raccontò in seguito. "Vidi i figli di mio cognato, Paul e la sua sorellina di otto mesi, che venivano verso di me. Avevano entrambi trovato la morte fra le fiamme nel 1932 quando la loro casa a Live Oak, in Florida, prese fuoco. Nel sogno Paul, che ricordo chiaramente, mi veniva incontro dicendo: "Zio Henry, zio Henry". Non avevo mai fatto un sogno del genere, e mi sono svegliato di colpo con un sentore di fumo nelle narici. Il mio primo pensiero è andato ai miei nipoti: bisognava farli uscire subito. Così mi sono messo a chiamarli e a urlare." Le sue grida svegliarono tutti che fuggirono dalla casa in fiamme giusto in tempo per salvarsi.

Il tenente Frederick Lowe, ispettore dei vigili del fuoco di Hialeah Heights, in Florida, commentò: "Quest'uomo è riuscito miracolosamente a svegliarsi proprio nel momento d'importanza vitale. Altri due minuti e tutti sarebbero periti".

"Dio non era ancora pronto a lasciarmi morire", concluse Henry Sims. "È stato lui a mandare il piccolo Paul ad avvertirmi del pericolo e a tirarci tutti fuori da quella casa in fiamme."

Un numero infausto

Nel maggio 1979 un DC-10 dell'American Airlines precipitò presso l'aeroporto O'Hare di Chicago subito dopo il decollo. Fra le vittime c'era la scrittrice Judy Wax, il cui libro, Iniziare dalla metà, era appena stato pubblicato.

Il numero del volo dell'aereo caduto era il 191. Alla pagina numero 191 del suo libro, la Wax si era diffusa sulla sua paura del volo.

Il numero del maggio 1979 della rivista Chicago pubblicò una recensione del suo libro e una fotografia dell'autrice. Il lettore che avesse tenuto il foglio controluce avrebbe potuto veder trasparire l'annuncio a tutta pagina che figurava sull'altra facciata: la pubblicità di un volo su un DC-10 dell'American Airlines per la California.

La nave scomparsa

Tutto sembrava in regola nel giugno 1872, quando il piroscafo Iron Mountain partì sbuffando da Vicksburg, con l'equipaggio al completo, il suo carico di balle di cotone e barili di melassa ammonticchiati sul ponte, e una fila di chiatte a rimorchio.

Pochi minuti dopo superò un'ansa del fiume, dirigendosi verso la città dell’acciaio, Pittsburg. La nave non fu mai più rivista.

Quella stessa mattina, ma più tardi, l'Iroquois Chief, un altro piroscafo, stava percorrendo il fiume quando il suo equipaggio avvistò una fila di chiatte che scendevano tumultuosamente lungo la corrente. La nave riuscì a virare evitando una collisione. Il capitano pensò che si fossero staccate da un rimorchiatore e quindi le fece recuperare e assicurare con delle gomene, in attesa del proprietario che non venne mai.

La gomena che aveva assicurato le chiatte all'Iron Mountain era stata tagliata, e ciò significava che il suo equipaggio doveva aver incontrato qualche difficoltà: forse le caldaie stavano per esplodere, forse la nave era sul punto di affondare. Tuttavia non c'era nessuna traccia del piroscafo in nessun tratto del fiume, né c'era traccia del suo carico, che avrebbe galleggiato per chilometri se il battello fosse affondato.

Il mistero dell'Iron Mountain non è mai stato chiarito.

Il poltergeist di Annemarie

Una versione paranormale dell'episodio dell'elefante nella cristalleria si ebbe nel 1967 quando strani fatti colpirono lo studio di un avvocato di Rosenheim, in Germania. La cittadina era tranquilla e non vi succedeva mai niente di speciale, ma un giorno qualcosa cominciò a scatenare l'inferno nell'ufficio, facendo impazzire i telefoni, facendo saltare valvole e provocando altri guasti elettrici. Ben presto il fenomeno si intensificò: le luci si accendevano e si spegnevano di continuo. lampadine elettriche esplodevano senza il minimo motivo, i telefoni squillavano senza una ragione apparente.

Il personale non sapeva che cosa fare, e cominciò quindi con l'adottare il provvedimento più ovvio: telefonò ai tecnici dell'azienda elettrica locale. Gli elettricisti controllarono ogni valvola, filo e presa di corrente, ma non riuscirono a trovare una causa naturale al problema. Staccarono perfino l'impianto elettrico del palazzo dalla rete cittadina e lo rifornirono di energia con un generatore d'emergenza. Ma questo accorgimento non scoraggiò lo spettro e i disturbi continuarono.

Alla fine fu chiamato il famoso parapsicologo Hans Bender, il principale acchiappafantasmi della Germania. Egli diagnosticò subito il problema: si trattava di un poltergeist, un tipo di spettro che ama spargere lo scompiglio nelle case, spostare mobili, scagliare sassi contro gli edifici e appiccare incendi. A differenza dei fantasmi convenzionali, che infestano un particolare luogo, di solito i poltergeist se la prendono con una determinata persona. Bender non tardò a individuare il singolo bersaglio umano: Annemarie Schnabel, un'adolescente che lavorava nello studio. A volte i fenomeni si producevano non appena essa metteva piede nell'ufficio.

"Quando quella ragazza passava per le varie sale, i lampadari dietro di lei si mettevano a oscillare", riferì Bender. "Se le lampadine esplodevano, i frammenti volavano verso di lei. Ben presto", aggiunse, "i quadri cominciavano a dondolare e a girare, i cassetti ad aprirsi da soli, i documenti a cambiare di posto. Ma quando Annemarie fu mandata in ferie, non successe nulla, e quando lasciò definitivamente l'ufficio per un nuovo impiego i fatti inspiegabili cessarono per sempre di manifestarsi, anche se eventi analoghi, ma meno appariscenti, successero per qualche tempo nel suo nuovo ufficio."

Dopo la partenza della Schnabel, lo studio dell'avvocato apparve infestato da spettri più convenzionali. Quando una troupe televisiva giunse nell'ufficio, per esempio, parecchi testimoni videro apparire, accanto a una presa d'aria sul pavimento, una vaga materializzazione somigliante a un braccio umano. Essa volò fino a una vicina parete, dove andò a sbattere contro un quadro, che si mise a roteare. Per fortuna le grida dei presenti misero sull'avviso chi riuscì a riprendere con le telecamere i movimenti della tela.

Qual era la causa del poltergeist di Rosenheim? Secondo Bender, era la stessa Annemarie. Era una ragazza infelice, in preda a frustrazioni per il suo lavoro e la sua vita sentimentale, egli spiegò. Senza dubbio, aggiunse, la sua ostilità repressa covò nell'inconscio finché non esplose sotto forma di poltergeist.

Un inno per il "Titanic"

Una domenica mattina il reverendo Charles Morgan, pastore della Chiesa Metodista Rosendale di Winnipeg, nella regione canadese del Manitoba, arrivò presto in chiesa per provvedere ai preparativi per il servizio serale. Prima di entrare nel suo studio, mise sul leggio la scelta di inni del maestro del coro, poi passò ad altri preparativi.

Quando ebbe fatto tutto, si ritirò nel suo ufficio e decise di schiacciare un pisolino fino all'ora del servizio. Ben presto si addormentò, e subito fece un vivido sogno: era buio, e si sentiva il fragore del ribollire d'immense ondate. Al di sopra del frastuono un coro cantava uno strano caotico a cui Morgan non aveva più pensato per anni.

Il sogno era così penoso che il pastore si svegliò con il canto di lode che gli risuonava ancora nelle orecchie. Guardò l'orologio e vide che gli rimaneva tempo per dormire ancora un poco, e si riaddormentò, convinto, a torto, che il breve periodo di veglia gli avesse liberato la mente dall’inquietante visione.

Non appena si fu riaddormentato, il sogno riprese: le acque tempestose, la fitta oscurità, di nuovo lo strano inno. Si svegliò di soprassalto, stranamente sconvolto. Alla fine si alzò, entrò nella chiesa deserta e mise sul leggio un nuovo cantico.

All'apertura del servizio, la congregazione intonò il canto che aveva ossessionato i sogni di Morgan, ed era strano che venisse intonato in una chiesa a migliaia di chilometri dall'oceano:

"T’imploriamo, o Signor, salva il naviglio che sta correndo in mar grave periglio".

Nell'ascoltare le parole, Morgan si sentì riempire gli occhi di lacrime.

Non molto tempo dopo il pastore avrebbe appreso che, nello stesso momento in cui lui e il suo gregge cantavano l'inno, un'immane tragedia si stava consumando nell'oceano. Era il 14 aprile 1912, e a grande distanza, nell'Atlantico settentrionale, il Titanic stava affondando.

L'uomo che morì quattro volte

Il sessantenne Musyoka Mututa di Kitui, nel Kenia, venne inumato nel settembre del 1985. Suo fratello Timothy disse che il cadavere era rimasto insepolto per due giorni, perché non si poteva mai sapere, anche se, spiegò, "non ci aspettavamo un altro miracolo. Mi aveva detto che la quarta volta sarebbe stata quella buona".

Benché fosse soltanto un umile pastore, Mututa era una leggenda nel Kenia. Era chiamato "l'uomo che ha ingannato la morte".

La sua prima "morte" avvenne quando aveva tre anni. Mentre veniva calato nella tomba, gridò e fu in tutta fretta tirato fuori.

Quando aveva diciannove anni, scomparve. Sei giorni dopo il suo corpo apparentemente senza vita fu trovato in un campo. Dopo il funerale, mentre la sua bara scendeva nella fossa. i presenti videro con spavento il coperchio cominciare a sollevarsi. Mututa era "tornato in vita".

"Morì" di nuovo nel maggio 1985 dopo una breve malattia. Un chirurgo lo dichiarò morto. La sua salma rimase esposta per un giorno, al termine del quale egli si alzò e chiese un bicchier d'acqua.

Mututa sostenne che durante ciascuna di queste tre "morti" la sua anima lasciò il corpo e ascese al cielo, dove degli angeli gli spiegarono che era "un caso di scambio di persona" e lo rispedirono sulla terra.

Evidentemente al quarto tentativo ebbero l'uomo giusto.