MEDUSA

Una delle Gòrgoni e l'unica delle tre che fosse mortale. La leggenda esalta la sua meravigliosa bellezza dalla quale vinto Nettuno, sotto forma d'uccello, fattala entrare in un tempio consacrato a Minerva, la possedette, incurante della profanazione. Ma Minerva si vendicò di lei, anche perché Medusa, superba della bellezza dei propri capelli, si era vantata di superare la dea. Minerva cominciò con trasformarglieli in viluppo di serpenti; poi, diede agli occhi di lei il tragico potere di pietrificare quelli che l'avessero guardata. Solo Pèrseo ebbe l'ardire di affrontarla e riuscì a stroncarle il capo, servendosi di uno specchio datogli da Minerva, con l'aiuto del quale poté vibrare il colpo omicida senza affrontare il pericoloso sguardo di lei.

MINOSSE

Figlio di Giove e di Euròpa, re e saggio legislatore di Creta, fratello di Radamanto e di Sarpedòne, e marito di Pasifae, da cui ebbe Catrèo, Deucaliòne, Glàuco e Andrògeno o Androgeo e due figlie assai note, Arianna, e Fèdra. Incorso nell'ira di Nettuno, al quale non aveva sacrificato un bellissimo toro bianco inviatogli dal dio a tale scopo, ne fu amaramente punito perché la moglie, invaghitasi del toro, da esso, con l'aiuto dell'ingegnoso Dedalo, concepì un figlio mostruoso, il Minotauro, che Minosse fece relegare nel Labirinto all'uopo costruito da Dedalo. Siccome Andrògeo, uno dei figli di Minosse, fu ucciso dagli Ateniesi, il padre li combatté; e, vintili, li costrinse al tributo di sette giovani e di altrettante giovinette da inviare, ogni nove anni. a Creta per essere divorati dal Minotauro. L'eroe ateniese Teseo, allora. con l'aiuto di Arianna - e quello di Dèdalo, riuscì ad uccidere il mostro: e Minosse, non potendo punire la figlia ch'era fuggita con Teseo, se la prese con Dedalo e lo rinchiuse, col figlio Icaro, nel labirinto, dal quale Dedalo riuscì a fuggire, riparando in Sicilia presso il re Còcalo. Minosse ve lo segui, sempre per riprenderselo; ma fu ucciso da Còcalo, per istigazione delle proprie figlie, ammiratrici della ingegnosità di Dedalo. E Giove, in riconoscimento del senso di giustizia e di saggezza col quale Minosse aveva regnato, lo fece giudice dei morti nell'Averno insieme col fratello Radamànto.

NARCISO

Figlio del dio fluviale Censo e della ninfa Lirope, una delle Oceanine, fu meravigliosamente bello, secondo la leggenda, ma senza saperlo. La madre, avendo consultato l'indovino Tiresia sul destino di lui, n'ebbe questa ambigua risposta, ch'egli sarebbe vissuto finché non si conoscesse. Ma la spiegazione di questa specie di enigma non si fece molto attendere. Appassionato della caccia, egli percorreva, instancabile, boschi e monti; e, in uno di questi, si incontrò con la ninfa Eco che s'innamorò perdutamente di lui; ma, non volle corrispondere all'amore di lei, e non le si fece più vedere, riducendo Eco un'ombra della quale non rimase altro che la voce. Ma Nèmesi, la terribile dea che puniva i falli e le dolcezze degli uomini, mossa a pietà della infelicissima ninfa, decise di vendicarla. Condusse Narciso sulla sponda d'una fonte le cui acque limpide e terse gli rimandarono' come in uno specchio, l'immagine della sua bellezza: e Narciso, che non si era mai veduto' vinto dall'ammirazione per l'immagine riflessa, non trovò più la forza di staccarsene. e morì consunto dal più vano e ridicolo amore, mutato dalla dea vendicatrice nel fiore che conserva il suo nome, e che gli antichi, per questo, avevano consacrato alle Furie.

NETTUNO

Grande divinità latina, - per molti dei suoi attributi identificabile col Poseidòne dei Greci, - figlio di Cròno o Saturno e di Rèa, e fratello di Giove che, divenuto sovrano degli dei, nella ripartizione dei domini gli assegnò l'assoluta signoria del mare e di tutte le minori divinità marine. Anche di lui la leggenda favoleggia che la madre, quando l'ebbe partorito' per sottrarlo alla voracità del marito, nascostolo in una stalla di pecore avrebbero fatto ingoiare a Saturno un vitello in cambio della pietra con cui aveva già sostituito Giove. Egli era rappresentato impetuoso e collerico' pronto a scatenare, con un colpo del suo tridente, le più fiere tempeste e sconquassare contro le rocce le navi affidate al suo elemento; ma anche a racquietare, con un cenno, la furia delle onde. Si favoleggiava avesse un meraviglioso palazzo in fondo al mare, dal quale emergeva sopra un cocchio formato da un'immensa conchiglia, tirato da due verdi cavalli, dalle unghie di bronzo, e il corpo dei quali finiva nella coda del pesce -e ai quali si dava il nome di Ippocampi. - Era ritratto vigoroso nella tozza persona, mezzo nudo, col capo cinto da una verde corona, stringendo nel pugno come scettro il tridente, preceduto da un Tritòne che suonava in una ritorta conchiglia come in una tomba, in mezzo ad un festante corteo di altri Tritoni e di Nereidi. Innamoratosi di Anfitrite, riuscì a vincere la ripugnanza di lei - che, per sfuggirlo, si era rifugiata sulle balze del monte Atlante - con le eloquenti insistenze di un delfino che, inviato da lui a perorare la causa del suo amore non corrisposto, persuase la bella fuggitiva alla resa a discrezione. 

Da lei Nettuno ebbe solo un figlio, Tritone; ma molti da altre, come quasi tutti gli dei. Quando i Titani mossero guerra a Giove, egli lo aiutò con tutto il suo potere, e li tenne prigionieri nelle regioni occidentali, dove il divino fratello li aveva relegati, stringendoli in cosi augusti; confini da far credere che li tenesse imprigionati nell'Inferno. dove egli non aveva alcuno dei poteri assegnati invece a Plutone.Quando Latona, perseguitata da Giunone, trovò asilo nella vagante isola di Delo, Nettuno le venne in aiuto, rendendo stabile l'isola e assicurandola, con solide colonne, al fondo del mare. Egli aiutò anche Apollo a rimettere in piedi le mura di Troia, sperimentando l'ingratitudine del re Laomedonte, ch'egli punì mandando nel paese del fedifrago uno spaventevole mostro al quale Laomedonte fu costretto di offrire in pasto la propria figliuola Esiòne che, però, Ercole giunse in tempo a salvare. Respinto da Corònide figlia di Coronèo, re della Ficide, la perseguitò con le sue proteste amorose finché Minerva gliela sottrasse, mutandola in una cornacchia. Ebbe una fiera contesa con Marte che gli aveva ucciso uno dei suoi figli, Alirrozio reo d'aver tentato di usare violenza ad Alcippe, figlia di Marte; e lo citò a comparire in giudizio dinanzi agli dei, i quali, però, gli diedero torto. Quando Ino, perseguitata, non senza ragione. dal marito Atamante. si gettò in mare col figlioletto Melicèrte o Melicèrta, Nettuno, cedendo alle preghiere di Venere, ricevette nel numero delle divinità marine madre e figlio. Non si sa bene per quali servigi resigli dall'eroe ateniese Teseo, Nettuno gli aveva promesso di appagare tre preghiere che gli avesse rivolte: e siccome Teseo gli chiese di castigare il proprio figlio Ippolito, accusato dalla moglie Fedra di attentare al suo onore, Nettuno lo accontentò facendo uscire dal mare un mostro che spaventò i cavalli attaccati al carro di Ippolito, i quali lo trascinarono in mare, dov'egli peri dilaniato dagli scogli. 

L'empietà di Aiace Oilèo fu severamente punita da Nettuno il quale, avendolo sentito sfidare gli dei - mentre, rifugiatosi, naufrago, sopra uno scoglio, gridava che si sarebbe salvato a loro dispetto - con un colpo di tridente fece crollare lo scoglio, gridava che si sarebbe salvato a loro dispetto - con un colpo di tridente fece crollare lo scoglio, ed Aiace fu inghiottito dalle onde. Ma soprattutto su di Ulisse - che gli aveva accecato il figlio Polifemo. sfidandolo a farsi restituire l'occhio dal padre divino - Nettuno fece cadere tutto il peso della sua collera vendicativa, perseguitandolo, nella lunga traversata dall'isola di Calipso alla terra dei Feàci, con terribili tempeste. Durante una di queste in vicinanza del promontorio Retèo, sul Bosforo Tracio, dove sorgeva la tomba di Aiace Telamonio - privato, per le mali arti d'Ulisse, delle gloriose armi d'Achille ed uccisosi per la gloria strappatagli dal Laerziale -con un'onda più impetuosa delle altre, Nettuno strappò le fatali armi dalla nave d'Ulisse e le sospinse, come trofeo di giusta riparazione all'ingiustizia, sulla tomba di Aiace. A lui erano sacri il delfino, ed il pino col quale sarebbero state costruite le prime navi: e il suo culto era largamente diffuso in tutta la Grecia, paese essenzialmente mediterraneo: e soprattutto nella città di Corinto, dove furono istituiti, in suo onore, i famosi Giuochi Istmici. A Roma, l'attributo principale che gli fu riconosciuto fu di divinità tutelare dei cavalli e delle corse; e gli fu assegnata come moglie, in luogo di Anfitrite, la dea Salacia dal latino salum che designa il mare agitato. burrascoso, piuttosto che da sai, che designa il sale.

ORFEO

Figlio di Sagro e di Calliope, apprese dal padre i misteri di Bacco, e dalla madre il divino dono di trarre dalla cetra accordi così soavi e suoni così delicati, da animare ogni cosa intorno a sì. I venti per ascoltarlo arrestavano il corso; i fiumi si fermavano; le bestie più feroci si accoccolavano, mansuete, ai suoi piedi. Reduce glorioso dalla mitica impresa, sposò la dolcissima Euridice; ma, lo stesso giorno, il pastore Aristèo, innamorato di lei, nell'inseguirla fu cagione che la ninfa, calpestando, nella fuga, un serpe velenoso nascosto tra l'erba, morisse. Orfeo, inconsolabile, dopo d'averla pianta in dolcissimi canti che commuovevano persino le pietre, decise di tentar di riprendersi la sposa dal regno dei morti; e, sceso all'Averno, con la soavità del suo canto, riuscì ad ammansire Cerbero, a far tacere le Furie ed a muovere a pietà gli stessi Plutone e Proserpina, i quali unirono per consentirgli di ricondurre la sua Euridice su nel mondo, a condizione però. che egli non si volgesse a guardarla, finché, con lei, non tosse uscito dalla silenziosa folla delle Ombre. La condizione era ben dura per chi era riuscito a strappare la preda alla morte, dopo di aver cosi disperatamente invocato il nome del suo amore: ma pure Orfeo seppe resistere, finché, non sentendo più dietro di sì il rumore dei passi della sua donna, non poté più trattenersi dal volgere il capo; ed Euridice, rifatta ombra, gli si dileguò dallo sguardo affannato' col gesto dell'addio supremo. L'infelice amante, tornato a rifar la strada, invano supplicò Caronte che gli lasciasse, di nuovo, varcar l'Acheronte; e invano rimase sulle squallide rive, per ben sette giorni. senza toccar cibo: poi, sconsolato, si ritirò sul monte Rodope; e, per tre lunghi anni, disimparò l'amore, rifiutando la consolazione offertagli dalle belle Baccanti della Tracia che, poi, sdegnate delle sue ripulse, in un cieco impeto di furore, lo sbranarono. Solo allora Orgeo, fra il compianto delle Naiadi e delle Driadi, poté ritrovare nell'Averno Euridice, senza tèma di vedersela più ritogliere. 

PAN

Divinità mitologica e naturalistica delle più rappresentative: simbolo, tra giocondo malizioso e burlesco, della onnipotenza della vita universale. La leggenda lo fa nascere da un incontro di Mercurio con la ninfa Penelope, figlia di Driope, pascolante le greggi paterne; e per uniformarsi all'ambiente nel quale sarebbe stato concepito, Pane sarebbe venuto al mondo coi piedi caprini, con due corna in fronte, una barbetta da becco, e le cosce coperte d'ispido pelo. La madre, quando se lo vide davanti, fuggi da lui, spaventata; ma il padre, recatoselo in braccio, se lo portò nell'Olimpo, dove tutti gli dei si misero a fargli grandi feste, e Bacco più degli altri. E, da questa t'estesa e sorridente accoglienza dei divini abitatori d'Olimpo, gli sarebbe derivato il nome di Pàn, che, grecamente. esprime: tutto. Egli era comunemente rappresentato errante pei boschi, per le valli e le montagne' in mezzo alle greggi, danzando. o meglio. saltellando, e accompagnandosi col suono della zampogna. alla quale si ricollegava una delle sue avventure d'amore. la più delicata, anche se la meno fortunata: questa. 

Innamoratosi a modo suo - cioè per naturale impulso di desiderio - di Siringa, ninfa d'Arcadia restia alle sue voglie prepotenti, ed inseguitala per monti e per selve, ad una invocazione di soccorso da lei lanciata al dio fluviale Ladone se la vide, improvvisamente, trascinare dalla corrente, mentre nel luogo in cui ella si era sottratta alla vista di lui, spuntava un fascio di canne che. ondulando al vento, gli tester pensare a un fievole grido di lamento della ninfa che s'era dileguata. E allora. tagliate sette di quelle canne. e disposte in ordine decrescente, le saldò con la cera, foggiando, Cosi. quel rustico strumento pastorale al quale. per ricordo della mancata avventura, diede il nome di siringa che, poi, fu mutato in quello di zampogna. Neanche il suo amore per la ninfa Piti ebbe lieto fine, per la gelosia irruente e selvaggia di Bòrea, che gliela contese e, irritato dalle ripulse di lei, la precipitò dall'alto d'uno scoglio. Pane, allora, inconsolabile d'averla perduta, scongiurò Gèa perché gliela facesse rivivere in una forma arborea: e la dea, impietosita, gli mutò la ninfa nell'albero del pino, che, da allora, fu consacrato a Pane, il quale delle sue fronde amava intessersi una ghirlanda al capo. Anche di un'altra ninfa di Eco egli fu preso di tenerissimo e paziente amore non corrisposto. Non sempre però egli trovò ripulse al suo insaziabile desiderio: e molto più arrendevoli sarebbero state. secondo la leggenda, oltre a varie ninfe. la regina Onfale e persino la insospettabile Diana.

Quando Cèrere cercava, per mare e per terra, la sua Proserpina, sarebbe stato Pane ad indicare a Giove il luogo dove avrebbe potuto trovarla; e, per le preghiere di lui, Giove avrebbe mandato alla dea le Parche che le facessero scorta all'inferno. Quando, poi, Bacco mosse alla favolosa conquista delle Indie. Pane sarebbe stato uno dei suoi più utili condottieri, perché a lui fu attribuita l'invenzione dell'ordine di battaglia, dello schieramento degli esercizi nelle due ali, che si sarebbero chiamate, poi, corni appunto dalle corna di lui. Nella sua natura era anche un istintivo bisogno di raccoglimento e di quiete: e, a mezzogiorno, nel colmo dell'ardore solare, egli si compiaceva di cercare nella fresca ombra delle selve un luogo tranquillo sonno riparatore delle sue forze troppo profuse: e guai, allora, a chi avesse osato di rompere l'armonioso silenzio della natura! Balzando, infuriato, egli si sarebbe messo all'inseguimento dei malaccorti disturbatori i quali. sorpresi dalla sua insospettata apparizione, si sarebbero dati a una pazza fuga, presi dal timor panico. La leggenda attribuisce a Pane non solo virtù divine, ma, addirittura, il vanto d'averne, pel primo, insegnata la pratica allo stesso Apollo. E la rozza zampogna divenne, col tempo, non solo un rustico strumento musicale caro agli svaghi delle ninfe e dei pastori, ma il simbolo dell'ordine e dell'armonia che regge e governa la vita universale. Quale divinità eminentemente naturalistica, gli erano offerti sacrifici di bestiame e focacce, mosto, latte e miele dai pastori, dai cacciatori e dai pescatori, che l'avevano loro nume tutelare. Più tardi, Pane divenne il dio protogenio dell'universo, il dio, infine, del Gran Tutto, espresso grecamente, come si è già detto, dallo stesso nome Pan.

PEGASO

Pegaso il cavallo alato della mitologia greca, simile all'ippogrifo nell'aspetto 
Pegaso era il celebre cavallo alato della mitologia greca sgorgato dal tronco di Medusa decapitata da Perseo. Divenne così il cavallo di questo eroe che aiutò a liberare Andromeda da un mostro marino a cui era stata offerta in sacrificio.Catturato da Bellerofonte mentre si dissetava alla fonte di Pirene, Pegaso fu determinante nell'impresa di Perseo contro la Chimera. Il mito narra che con un colpo di zoccolo percosse l'Elicona facendo scaturire la fonte di Ippocrene, sacra ad Apollo, alla quale si dissetavano poeti e cantori per ricevere l'ispirazione. Per questo motivo Pegaso veniva anche considerato il cavallo delle Muse. Alla fine delle sue vicende, Pegaso si trasformò nell'omonima costellazione. 

PENELOPE

Figlia di Icàrio, e di Peribèa,emogliefedeledi Ulisse. Durante la ventennale assenza di lui, seppe opporre una ferma e saggia resistenza alle petulanti insistenze dei Proci, i quali pretendevano ch'essa scegliesse uno di loro a marito e successore al trono rimasto vacante per la presunta morte di Ulisse. Per prendere tempo e farsi gioco di loro, essa dichiarò che, prima di passare a nuove nozze, voleva tessere la famosa tela pel lenzuolo funebre che avrebbe avvolto il suocero Laerte, quando fosse giunto a morte. Ma, ogni notte, disfaceva la parte di tela ordita durante il giorno. Il giochetto durò finché alcune delle sue ancelle infedeli rivelarono ai Proci il trucco: e questi allora, le si misero nella reggia a banchettare e consumare le rendite sue e del figlio Telemaco, al quale tesero anche un agguato mortale che, però, Minerva riuscì a sventare. Ulisse, finalmente tornato ad Itaca` li sterminò aiutato dal figlio, dai pochi servi rimastigli fedeli, e dall'inseparabile Minerva e riuscì, non senza difficoltà, a farsi riconoscere dalla moglie descrivendole minutamente il letto nuziale, ch'egli stesso aveva fabbricato di propria mano.E, dopo, visse a lungo con lei. Un'altra Penelope' figlia di Driope ricorda la leggenda, facendola madre del dio Pane, da lei avuto dall'amore di Mercurio.

PERSEO

Nacque da Giove e da Dànae, figlia di Acrìsio, re di Argo, il quale, ammonito dall'oracolo che egli avrebbe perduto la vita per mano del figlio di sua figlia, la fece rinchiudere in una torre di bronzo, dove Giove penetrò e, sotto la parvenza d'una pioggia d'oro, la fece madre di Pèrseo. Acrisio, allora, fece chiudere in una cassa madre e figlio e la fece gettare in mare. Ma, per volere di Giove, la cassa, invece d'affondare, giunse, galleggiando, all'isola di Serifo, - dove il re Polidètte trasse in salvo i due naufraghi, allevò il fanciullo e si innamorò della bellissima Danae che, però, non gli corrispose. E, pensando che la presenza di Perseo fosse di impedimento alla sua passione, per liberarsi di lui gli affidò la rischiosissima impresa di uccidere Medusa, la più terribile delle Gòrgoni sovrane di tre sconosciute isole dell'Oceano. Secondo la leggenda - che, attraverso il tempo, sub' molte varianti - le Gòrgoni erano tre: due erano immortali, Steno ed Euriale : la terza' invece. Medusa. non aveva questo dono; e questa Pèrseo doveva affrontare e uccidere. Esse erano dotate di sorprendente bellezza. ma avevano il potere di pietrificare chiunque le guardasse; ciò che avrebbe potuto anche significare che la vista della loro bellezza facesse, per così dire, restar di sasso chi le avesse guardate. 

Di Medusa, poi, si favoleggiava che Nettuno, innamoratosi di lei, si fosse mutato in un grosso volatile sul quale, rapitala, l'avrebbe portata in un tempio di Minerva, profanandolo con lei, e suscitando così, l'ira della formidabile dea. Secondo un'altra tradizione, Medusa sarebbe invece, incorsa nello sdegno della stessa dea, per essersi pubblicamente vantata di superarla nella bellezza della chioma; e Minerva, per vendetta, gliela avrebbe mutata in un orribile groviglio di serpi, dando agli occhi di lei il potere di render di pietra quelli ch'essa guardasse. Perseo s'accinse all'impresa, validamente aiutato da Mercurio e da Minerva, che gli suggerirono dove avrebbe potuto procurarsi tre cose indispensabili per raggiungere il suo intento, e cioè: un elmo che lo rendesse invisibile, un sacco da viaggio, e un paio di sandali alati. ch'egli avrebbe trovato presso le tre Grazie. Minerva, in più, gli diede anche uno specchio nel quale, senza suo pericolo, egli potesse veder riflessa, prima di stroncargliela, la testa di Medusa; e Mercurio un falcetto per compiere, con più sicurezza, l'operazione. Perseo, giunto dalle Grazie - che, fra tutte e tre, avevano un occhio e un dente solo, del quale si servivano a vicenda - lo strappò loro, costringendole, per riaverlo, a consegnarli gli oggetti che gli occorrevano per misurarsi nel formidabile cimento. e ad indicargli la via per snidare Medusa. Avute le indicazioni richieste, egli sorprese la Gorgone addormentata; e, conformandosi alle istruzioni di Minerva, stroncata col falcetto la testa di Medusa e la ripose nel sacco. Le altre due Gorgoni accorsero, furibonde, per vendicare la sorella; ma Perseo, reso invisibile dall'elmo magico, riuscì a sottrarsi al loro inseguimento, affidandosi ai calzari alati: e, postosi in salvo, consegnò più tardi a Minerva il capo di Medusa, che la dea mise sull'egida da lei inseparabile. Pel momento, però la testa della Gorgone doveva rendere ancora molti segnalati servizi a lui. Sorvolando l'Etiopia, prima di tutto gli occorse di salvare da un'orribile morte la bella Andròmeda , figlia del re Ceteo, e che questi, in obbedienza al comando dell'oracolo, aveva esposta. legata ad uno scoglio' alla voracità d'un mostro marino, mandato nel paese da Nettuno perché irritato contro Cassiopèa moglie del re, rea d'aver recato offesa alle Nereidi. 

L'infelice Andromeda stava già per finire nelle fauci del mostro, quando Pèrseo, scendendo a picco dal cielo sul quale lo portavano i suoi calzari, lo uccise in tempo: e si ebbe' per ben meritata ricompensa, in moglie Andròmeda. Essa però era stata, in precedenza, promessa a Fineo, fratello di Cefeo: e siccome costui non intendeva di rinunziare al sui diritto, Pèrseo dovette misurarsi con lui e n'ebbe facilmente ragione mostrandogli la testa di Medusa. Gli rimaneva, ora, da aggiustare i conti con Polidètte, che, approfittando dell'assenza di lui aveva perseguitato Dànae con le sue insistenze amorose: e, ancora una volta, la testa di Medusa operò mirabilmente a toglierlo di mezzo. Perseo, poi, cedette il regno al fratello di lui, Dictis, ch'era stato colui che lo aveva già tratto a salvamento, insieme con la madre Danae, rimorchiando la cassa nella quale Acrisio li aveva rinchiusi. Generoso com'era, Perseo, invece di vendicarsi del nonno, che pur gli aveva fatto quel brutto scherzo, lo rimise, invece, sul trono usurpatogli dal fratello Preto, il quale, per la circostanza, dovette far anch'egli conoscenza con la testa di Medusa: dopo di che, l'eroe la consegnò definitivamente, in omaggio a Minerva, sua potente protettrice.

PLUTONE

Figlio di Saturno e di Rea e fratello di Giove e di Nettuno, re dell'Averno e dei morti. Secondo la leggenda, pel suo aspetto sgradevole e la sua deformità naturale, nessuna delle dee avrebbe accettato d'essere sua moglie: e, per questo, si sarebbe indotto a rapire Proserpina (Persèfone), la bellissima figlia di Giove e di Cerere, mentre essa si divertiva a coglier fiori, in mezzo alle Ninfe. Plutone era, dopo Giove, il più temuto degli dei, per l'inflessibilità dei suoi giudizi. Il solo Orfeo riuscì a muoverlo a pietà, quando gli chiese di rendergli Euridice. Ma quando, per la impazienza di rivederla, Orfeo venne meno alle condizioni postegli da Plutone, questi fu sordo alle disperate invocazioni di lui; ed Euridice mori per la seconda volta. Vari erano gli attributi che la leggenda dava a Plutone, spesso raffigurato in sembiante d'un uomo maturo, dal maschio viso severo e, anzi, accigliato; con una folta capigliatura, barba crespa e prolissa, vestito di ampia tunica. con in mano lo scettro. o una forca, e con, accoccolato ai piedi. il cane tricipite Cerbero. Altre volte, era ritratto seduto su d'un trono d'ebano o di zolfo, coronato di un diadema pure di ebano; o trascinato in un carro, d'antica foggia. da quattro cavalli neri, con nelle mani un mazzo di chiavi del suo tenebroso regno, e un viluppo di serpi ai piedi. Nei più antichi tempi, si riteneva che fosse egli stesso quello che s'impadroniva delle anime dei morti e le conduceva all'Averno. Ma. poi, questo lugubre ufficio fu attribuito a Mercurio. 

Si diceva che, nei primissimi tempi, gli fossero state sacrificate vittime umane, sostituite, più tardi, da tori o pecore di colore nero. Nelle cerimonie del suo culto, non si praticava, però, lo stesso rito che per gli altri dei. Intorno all'altare che gli era consacrato, si soleva scavare una fossa destinata a raccogliere il vino delle libazioni e il sangue delle vittime, sempre di colore nero e di numero pari, mentre per tutti gli altri dei, le vittime dovevano esser sempre di numero dispari. Esse erano adornate di piccole bende nere, o coronate di rami di cipresso. Si teneva loro il capo inchinato verso terra, mentre le si conducevano presso il sacerdote sacrificatore, il quale, dopo d'aver bruciato fra le loro corna un pò d'incenso, apriva loro il ventre con un coltello dal manico rotondo guarnito d'ebano, torcendo da loro lo sguardo. La carne delle vittime doveva essere tutta consumata dal fuoco. essendo rigorosamente vietato di mangiarne. Tra le piante, gli erano sacri il cipresso e il narciso. Quando cominciarono a celebrarsi i misteri eleusini in onore di Cèrere, Plutone fu concepito come il dio delle ricchezze minerarie sotterranee; e allora i suoi attributi si confusero e si identificarono con quelli di Pluto e il suo culto crebbe e si fece più schiero e più rispettoso.

POLIFEMO

Il più conosciuto dei Ciclopi. Ulisse. approdato all'isola dei Feaci, e guidato da Nausicàa alla reggia di Alcmoo loro re, accolto da lui ospitalmente e rivelatogli l'essere suo. cedendo alle vive preghiere di lui, tra le molte peripezie occorsegli nella sua vita errabonda dopo la partenza da Troia, gli narra il modo col quale, penetrato, con dodici compagni, nella spelonca di Polifemo. si vendicasse del mostro che, invece di accoglierlo ospitalmente, gli divorò, in tre pasti, sei dei compagni, promettendogli, come dono ospitale, di mangiar lui per ultimo. Ulisse. durante l'assenza di Polifemo aguzzò un grosso palo' lo nascose sotto lo sterco del bestiame adunato in gran copia nella caverna dove il ciclope aveva l'abitudine, la sera, di chiudere gran parte del suo armento ed attese il ritorno del mostro che, rientrato nella caverna e chiusone l'accesso con un enorme masso, dopo d'aver munto le pecore e le capre ed aver divorato due dei compagni d'Ulisse, fu da lui ubriacato.

L'eroe, richiesto dal mostro del proprio nome, col suo solito accorgimento gli rispose di chiamarsi Nessuno: e questo gli giovò a sottrarsi alla vendetta degli altri Ciclopi i quali, invocati in soccorso da Polifemo e accorsi, fuori della spelonca, avendogli domandato se qualcuno gli avesse usato violenza ed essendosi sentiti rispondere che nessuno, con inganno, cercava d'ucciderlo, se ne andarono, dopo di averlo consigliato di invocare il padre Nettuno. Ora, restava ad Ulisse il difficile compito di uscire, coi compagni che gli erano rimasti, dalla spelonca della quale il ciclope sorvegliava l'ingresso, ostruito da un enorme macigno: ma non gli venne meno neanche allora l'usata scaltrezza. Egli prese, senza far rumore, i più grossi montoni e' legatili con vimini, tre per tre, fece aggrappare alle lane del ventre di quello di mezzo ciascuno dei suoi compagni, Egli si nascose sotto il ventre del montone più grosso; e così, la mattina, quando il ciclope, aperta la caverna, lasciò uscire il gregge, palpando sul dorso, al passaggio, ciascun montone, non s'accorse dell'astuzia di Ulisse, mentre già egli e i compagni erano usciti all'aperto sani e salvi. Ulisse, allora, imbaldanzito, e messosi al sicuro sulla nave - che, ai suoi cenni' s'era accostata, - volle gridare il suo vero nome al Ciclope; ma questi, infuriato. svelta, con le poderose braccia. una rupe, la precipitò in mare dalla parte donde gli era giunta la voce irridente, e poco mancò non mandasse a picco la nave dell'eroe troppo imprudente, pel quale invocò dal padre Nettuno u ben triste ritorno ad Itaca, solo, naufrago, e sconosciuto a tutti. E fu esaudito. La leggenda ricorda che Polifemo amò la ninfa Oceanina Galatèa , la quale, però, gli preferiva il bel giovinetto Aci, figlio di Fauno, che, sorpreso con lei dal Ciclope, fu da lui ucciso col lancio d'una rupe che, questa volta, colse bene nel segno.

PROMETEO

Uno dei Titani, figlio di Giapèto e di Tèmi - o, secondo altri, di Chimène - è una delle più potenti figure dell'antica mitologia, simbolo dell'umana ragione vittima del dispotismo cieco ed autoritario. Secondo la leggenda, egli sarebbe stato il primo a formare l'uomo di argilla e dargli un'anima, col fuoco rapito al tirannico Giove, con l'aiuto di Minerva. Giove, indignato che un mortale si fosse, con l'inganno, impadronito delle sue gelose prerogative di creatore dell'universo, comandò a Vulcano d'incatenarlo solidamente sul monte Càucaso, dove un avvoltoio, o un'aquila, gli divorava il fegato continuamente rinascente. L'atroce supplizio durò finché Ercole venne a liberarlo, uccidendo l'aquila vorace con una delle sue infallibili frecce. La liberazione di Prometeo, però, non sarebbe stata consentita da Giove se un immortale non avesse rinunziato a questo suo divino privilegio, in espiazione della colpa del Titano: e a questa rinuncia si offerse il Centauro Chiròne che accettò di buon grado la morte, per sottrarsi alle terribili sofferenze che gli causava una insanabile e spasimante ferita inferitagli, involontariamente, da una delle frecce di Ercole, avvelenate dal sangue dell'Idra di Lerna. E solo così prometeo ottenne il perdono da Giove. Oltre che pel dono del fuoco agli uomini, Prometeo fu considerato loro benefattore per gli altri insegnamenti da lui impartiti nel campo della conoscenza e dell'arte, che fecero di lui il segnacolo della prima era di civiltà e del progresso umano.