|
|
|
|
|
|
|
MEDUSA Una delle Gòrgoni e l'unica delle tre che fosse mortale. La leggenda esalta la sua meravigliosa bellezza dalla quale vinto Nettuno, sotto forma d'uccello, fattala entrare in un tempio consacrato a Minerva, la possedette, incurante della profanazione. Ma Minerva si vendicò di lei, anche perché Medusa, superba della bellezza dei propri capelli, si era vantata di superare la dea. Minerva cominciò con trasformarglieli in viluppo di serpenti; poi, diede agli occhi di lei il tragico potere di pietrificare quelli che l'avessero guardata. Solo Pèrseo ebbe l'ardire di affrontarla e riuscì a stroncarle il capo, servendosi di uno specchio datogli da Minerva, con l'aiuto del quale poté vibrare il colpo omicida senza affrontare il pericoloso sguardo di lei. |
|
MINOSSE Figlio di Giove e di Euròpa, re e saggio legislatore di Creta, fratello di Radamanto e di Sarpedòne, e marito di Pasifae, da cui ebbe Catrèo, Deucaliòne, Glàuco e Andrògeno o Androgeo e due figlie assai note, Arianna, e Fèdra. Incorso nell'ira di Nettuno, al quale non aveva sacrificato un bellissimo toro bianco inviatogli dal dio a tale scopo, ne fu amaramente punito perché la moglie, invaghitasi del toro, da esso, con l'aiuto dell'ingegnoso Dedalo, concepì un figlio mostruoso, il Minotauro, che Minosse fece relegare nel Labirinto all'uopo costruito da Dedalo. Siccome Andrògeo, uno dei figli di Minosse, fu ucciso dagli Ateniesi, il padre li combatté; e, vintili, li costrinse al tributo di sette giovani e di altrettante giovinette da inviare, ogni nove anni. a Creta per essere divorati dal Minotauro. L'eroe ateniese Teseo, allora. con l'aiuto di Arianna - e quello di Dèdalo, riuscì ad uccidere il mostro: e Minosse, non potendo punire la figlia ch'era fuggita con Teseo, se la prese con Dedalo e lo rinchiuse, col figlio Icaro, nel labirinto, dal quale Dedalo riuscì a fuggire, riparando in Sicilia presso il re Còcalo. Minosse ve lo segui, sempre per riprenderselo; ma fu ucciso da Còcalo, per istigazione delle proprie figlie, ammiratrici della ingegnosità di Dedalo. E Giove, in riconoscimento del senso di giustizia e di saggezza col quale Minosse aveva regnato, lo fece giudice dei morti nell'Averno insieme col fratello Radamànto. |
|
NARCISO
|
|
NETTUNO Grande divinità latina, - per molti dei suoi attributi identificabile col Poseidòne dei Greci, - figlio di Cròno o Saturno e di Rèa, e fratello di Giove che, divenuto sovrano degli dei, nella ripartizione dei domini gli assegnò l'assoluta signoria del mare e di tutte le minori divinità marine. Anche di lui la leggenda favoleggia che la madre, quando l'ebbe partorito' per sottrarlo alla voracità del marito, nascostolo in una stalla di pecore avrebbero fatto ingoiare a Saturno un vitello in cambio della pietra con cui aveva già sostituito Giove. Egli era rappresentato impetuoso e collerico' pronto a scatenare, con un colpo del suo tridente, le più fiere tempeste e sconquassare contro le rocce le navi affidate al suo elemento; ma anche a racquietare, con un cenno, la furia delle onde. Si favoleggiava avesse un meraviglioso palazzo in fondo al mare, dal quale emergeva sopra un cocchio formato da un'immensa conchiglia, tirato da due verdi cavalli, dalle unghie di bronzo, e il corpo dei quali finiva nella coda del pesce -e ai quali si dava il nome di Ippocampi. - Era ritratto vigoroso nella tozza persona, mezzo nudo, col capo cinto da una verde corona, stringendo nel pugno come scettro il tridente, preceduto da un Tritòne che suonava in una ritorta conchiglia come in una tomba, in mezzo ad un festante corteo di altri Tritoni e di Nereidi. Innamoratosi di Anfitrite, riuscì a vincere la ripugnanza di lei - che, per sfuggirlo, si era rifugiata sulle balze del monte Atlante - con le eloquenti insistenze di un delfino che, inviato da lui a perorare la causa del suo amore non corrisposto, persuase la bella fuggitiva alla resa a discrezione. Da lei Nettuno ebbe solo un figlio, Tritone; ma molti da altre, come quasi tutti gli dei. Quando i Titani mossero guerra a Giove, egli lo aiutò con tutto il suo potere, e li tenne prigionieri nelle regioni occidentali, dove il divino fratello li aveva relegati, stringendoli in cosi augusti; confini da far credere che li tenesse imprigionati nell'Inferno. dove egli non aveva alcuno dei poteri assegnati invece a Plutone.Quando Latona, perseguitata da Giunone, trovò asilo nella vagante isola di Delo, Nettuno le venne in aiuto, rendendo stabile l'isola e assicurandola, con solide colonne, al fondo del mare. Egli aiutò anche Apollo a rimettere in piedi le mura di Troia, sperimentando l'ingratitudine del re Laomedonte, ch'egli punì mandando nel paese del fedifrago uno spaventevole mostro al quale Laomedonte fu costretto di offrire in pasto la propria figliuola Esiòne che, però, Ercole giunse in tempo a salvare. Respinto da Corònide figlia di Coronèo, re della Ficide, la perseguitò con le sue proteste amorose finché Minerva gliela sottrasse, mutandola in una cornacchia. Ebbe una fiera contesa con Marte che gli aveva ucciso uno dei suoi figli, Alirrozio reo d'aver tentato di usare violenza ad Alcippe, figlia di Marte; e lo citò a comparire in giudizio dinanzi agli dei, i quali, però, gli diedero torto. Quando Ino, perseguitata, non senza ragione. dal marito Atamante. si gettò in mare col figlioletto Melicèrte o Melicèrta, Nettuno, cedendo alle preghiere di Venere, ricevette nel numero delle divinità marine madre e figlio. Non si sa bene per quali servigi resigli dall'eroe ateniese Teseo, Nettuno gli aveva promesso di appagare tre preghiere che gli avesse rivolte: e siccome Teseo gli chiese di castigare il proprio figlio Ippolito, accusato dalla moglie Fedra di attentare al suo onore, Nettuno lo accontentò facendo uscire dal mare un mostro che spaventò i cavalli attaccati al carro di Ippolito, i quali lo trascinarono in mare, dov'egli peri dilaniato dagli scogli. L'empietà di Aiace Oilèo fu severamente punita da Nettuno il quale, avendolo sentito sfidare gli dei - mentre, rifugiatosi, naufrago, sopra uno scoglio, gridava che si sarebbe salvato a loro dispetto - con un colpo di tridente fece crollare lo scoglio, gridava che si sarebbe salvato a loro dispetto - con un colpo di tridente fece crollare lo scoglio, ed Aiace fu inghiottito dalle onde. Ma soprattutto su di Ulisse - che gli aveva accecato il figlio Polifemo. sfidandolo a farsi restituire l'occhio dal padre divino - Nettuno fece cadere tutto il peso della sua collera vendicativa, perseguitandolo, nella lunga traversata dall'isola di Calipso alla terra dei Feàci, con terribili tempeste. Durante una di queste in vicinanza del promontorio Retèo, sul Bosforo Tracio, dove sorgeva la tomba di Aiace Telamonio - privato, per le mali arti d'Ulisse, delle gloriose armi d'Achille ed uccisosi per la gloria strappatagli dal Laerziale -con un'onda più impetuosa delle altre, Nettuno strappò le fatali armi dalla nave d'Ulisse e le sospinse, come trofeo di giusta riparazione all'ingiustizia, sulla tomba di Aiace. A lui erano sacri il delfino, ed il pino col quale sarebbero state costruite le prime navi: e il suo culto era largamente diffuso in tutta la Grecia, paese essenzialmente mediterraneo: e soprattutto nella città di Corinto, dove furono istituiti, in suo onore, i famosi Giuochi Istmici. A Roma, l'attributo principale che gli fu riconosciuto fu di divinità tutelare dei cavalli e delle corse; e gli fu assegnata come moglie, in luogo di Anfitrite, la dea Salacia dal latino salum che designa il mare agitato. burrascoso, piuttosto che da sai, che designa il sale. |
|
ORFEO Figlio di Sagro e di Calliope, apprese dal padre i misteri di Bacco, e dalla madre il divino dono di trarre dalla cetra accordi così soavi e suoni così delicati, da animare ogni cosa intorno a sì. I venti per ascoltarlo arrestavano il corso; i fiumi si fermavano; le bestie più feroci si accoccolavano, mansuete, ai suoi piedi. Reduce glorioso dalla mitica impresa, sposò la dolcissima Euridice; ma, lo stesso giorno, il pastore Aristèo, innamorato di lei, nell'inseguirla fu cagione che la ninfa, calpestando, nella fuga, un serpe velenoso nascosto tra l'erba, morisse. Orfeo, inconsolabile, dopo d'averla pianta in dolcissimi canti che commuovevano persino le pietre, decise di tentar di riprendersi la sposa dal regno dei morti; e, sceso all'Averno, con la soavità del suo canto, riuscì ad ammansire Cerbero, a far tacere le Furie ed a muovere a pietà gli stessi Plutone e Proserpina, i quali unirono per consentirgli di ricondurre la sua Euridice su nel mondo, a condizione però. che egli non si volgesse a guardarla, finché, con lei, non tosse uscito dalla silenziosa folla delle Ombre. La condizione era ben dura per chi era riuscito a strappare la preda alla morte, dopo di aver cosi disperatamente invocato il nome del suo amore: ma pure Orfeo seppe resistere, finché, non sentendo più dietro di sì il rumore dei passi della sua donna, non poté più trattenersi dal volgere il capo; ed Euridice, rifatta ombra, gli si dileguò dallo sguardo affannato' col gesto dell'addio supremo. L'infelice amante, tornato a rifar la strada, invano supplicò Caronte che gli lasciasse, di nuovo, varcar l'Acheronte; e invano rimase sulle squallide rive, per ben sette giorni. senza toccar cibo: poi, sconsolato, si ritirò sul monte Rodope; e, per tre lunghi anni, disimparò l'amore, rifiutando la consolazione offertagli dalle belle Baccanti della Tracia che, poi, sdegnate delle sue ripulse, in un cieco impeto di furore, lo sbranarono. Solo allora Orgeo, fra il compianto delle Naiadi e delle Driadi, poté ritrovare nell'Averno Euridice, senza tèma di vedersela più ritogliere. |
|
PAN Divinità mitologica e naturalistica delle più rappresentative: simbolo, tra giocondo malizioso e burlesco, della onnipotenza della vita universale. La leggenda lo fa nascere da un incontro di Mercurio con la ninfa Penelope, figlia di Driope, pascolante le greggi paterne; e per uniformarsi all'ambiente nel quale sarebbe stato concepito, Pane sarebbe venuto al mondo coi piedi caprini, con due corna in fronte, una barbetta da becco, e le cosce coperte d'ispido pelo. La madre, quando se lo vide davanti, fuggi da lui, spaventata; ma il padre, recatoselo in braccio, se lo portò nell'Olimpo, dove tutti gli dei si misero a fargli grandi feste, e Bacco più degli altri. E, da questa t'estesa e sorridente accoglienza dei divini abitatori d'Olimpo, gli sarebbe derivato il nome di Pàn, che, grecamente. esprime: tutto. Egli era comunemente rappresentato errante pei boschi, per le valli e le montagne' in mezzo alle greggi, danzando. o meglio. saltellando, e accompagnandosi col suono della zampogna. alla quale si ricollegava una delle sue avventure d'amore. la più delicata, anche se la meno fortunata: questa. Innamoratosi a modo suo - cioè per naturale impulso di desiderio - di Siringa, ninfa d'Arcadia restia alle sue voglie prepotenti, ed inseguitala per monti e per selve, ad una invocazione di soccorso da lei lanciata al dio fluviale Ladone se la vide, improvvisamente, trascinare dalla corrente, mentre nel luogo in cui ella si era sottratta alla vista di lui, spuntava un fascio di canne che. ondulando al vento, gli tester pensare a un fievole grido di lamento della ninfa che s'era dileguata. E allora. tagliate sette di quelle canne. e disposte in ordine decrescente, le saldò con la cera, foggiando, Cosi. quel rustico strumento pastorale al quale. per ricordo della mancata avventura, diede il nome di siringa che, poi, fu mutato in quello di zampogna. Neanche il suo amore per la ninfa Piti ebbe lieto fine, per la gelosia irruente e selvaggia di Bòrea, che gliela contese e, irritato dalle ripulse di lei, la precipitò dall'alto d'uno scoglio. Pane, allora, inconsolabile d'averla perduta, scongiurò Gèa perché gliela facesse rivivere in una forma arborea: e la dea, impietosita, gli mutò la ninfa nell'albero del pino, che, da allora, fu consacrato a Pane, il quale delle sue fronde amava intessersi una ghirlanda al capo. Anche di un'altra ninfa di Eco egli fu preso di tenerissimo e paziente amore non corrisposto. Non sempre però egli trovò ripulse al suo insaziabile desiderio: e molto più arrendevoli sarebbero state. secondo la leggenda, oltre a varie ninfe. la regina Onfale e persino la insospettabile Diana. |
|
PEGASO Pegaso il cavallo alato della mitologia greca, simile all'ippogrifo nell'aspetto |
|
PENELOPE |
|
PERSEO Nacque da Giove e da Dànae, figlia di Acrìsio, re di Argo, il quale, ammonito dall'oracolo che egli avrebbe perduto la vita per mano del figlio di sua figlia, la fece rinchiudere in una torre di bronzo, dove Giove penetrò e, sotto la parvenza d'una pioggia d'oro, la fece madre di Pèrseo. Acrisio, allora, fece chiudere in una cassa madre e figlio e la fece gettare in mare. Ma, per volere di Giove, la cassa, invece d'affondare, giunse, galleggiando, all'isola di Serifo, - dove il re Polidètte trasse in salvo i due naufraghi, allevò il fanciullo e si innamorò della bellissima Danae che, però, non gli corrispose. E, pensando che la presenza di Perseo fosse di impedimento alla sua passione, per liberarsi di lui gli affidò la rischiosissima impresa di uccidere Medusa, la più terribile delle Gòrgoni sovrane di tre sconosciute isole dell'Oceano. Secondo la leggenda - che, attraverso il tempo, sub' molte varianti - le Gòrgoni erano tre: due erano immortali, Steno ed Euriale : la terza' invece. Medusa. non aveva questo dono; e questa Pèrseo doveva affrontare e uccidere. Esse erano dotate di sorprendente bellezza. ma avevano il potere di pietrificare chiunque le guardasse; ciò che avrebbe potuto anche significare che la vista della loro bellezza facesse, per così dire, restar di sasso chi le avesse guardate. Di Medusa, poi, si favoleggiava che Nettuno, innamoratosi di lei, si fosse mutato in un grosso volatile sul quale, rapitala, l'avrebbe portata in un tempio di Minerva, profanandolo con lei, e suscitando così, l'ira della formidabile dea. Secondo un'altra tradizione, Medusa sarebbe invece, incorsa nello sdegno della stessa dea, per essersi pubblicamente vantata di superarla nella bellezza della chioma; e Minerva, per vendetta, gliela avrebbe mutata in un orribile groviglio di serpi, dando agli occhi di lei il potere di render di pietra quelli ch'essa guardasse. Perseo s'accinse all'impresa, validamente aiutato da Mercurio e da Minerva, che gli suggerirono dove avrebbe potuto procurarsi tre cose indispensabili per raggiungere il suo intento, e cioè: un elmo che lo rendesse invisibile, un sacco da viaggio, e un paio di sandali alati. ch'egli avrebbe trovato presso le tre Grazie. Minerva, in più, gli diede anche uno specchio nel quale, senza suo pericolo, egli potesse veder riflessa, prima di stroncargliela, la testa di Medusa; e Mercurio un falcetto per compiere, con più sicurezza, l'operazione. Perseo, giunto dalle Grazie - che, fra tutte e tre, avevano un occhio e un dente solo, del quale si servivano a vicenda - lo strappò loro, costringendole, per riaverlo, a consegnarli gli oggetti che gli occorrevano per misurarsi nel formidabile cimento. e ad indicargli la via per snidare Medusa. Avute le indicazioni richieste, egli sorprese la Gorgone addormentata; e, conformandosi alle istruzioni di Minerva, stroncata col falcetto la testa di Medusa e la ripose nel sacco. Le altre due Gorgoni accorsero, furibonde, per vendicare la sorella; ma Perseo, reso invisibile dall'elmo magico, riuscì a sottrarsi al loro inseguimento, affidandosi ai calzari alati: e, postosi in salvo, consegnò più tardi a Minerva il capo di Medusa, che la dea mise sull'egida da lei inseparabile. Pel momento, però la testa della Gorgone doveva rendere ancora molti segnalati servizi a lui. Sorvolando l'Etiopia, prima di tutto gli occorse di salvare da un'orribile morte la bella Andròmeda , figlia del re Ceteo, e che questi, in obbedienza al comando dell'oracolo, aveva esposta. legata ad uno scoglio' alla voracità d'un mostro marino, mandato nel paese da Nettuno perché irritato contro Cassiopèa moglie del re, rea d'aver recato offesa alle Nereidi. L'infelice Andromeda stava già per finire nelle fauci del mostro, quando Pèrseo, scendendo a picco dal cielo sul quale lo portavano i suoi calzari, lo uccise in tempo: e si ebbe' per ben meritata ricompensa, in moglie Andròmeda. Essa però era stata, in precedenza, promessa a Fineo, fratello di Cefeo: e siccome costui non intendeva di rinunziare al sui diritto, Pèrseo dovette misurarsi con lui e n'ebbe facilmente ragione mostrandogli la testa di Medusa. Gli rimaneva, ora, da aggiustare i conti con Polidètte, che, approfittando dell'assenza di lui aveva perseguitato Dànae con le sue insistenze amorose: e, ancora una volta, la testa di Medusa operò mirabilmente a toglierlo di mezzo. Perseo, poi, cedette il regno al fratello di lui, Dictis, ch'era stato colui che lo aveva già tratto a salvamento, insieme con la madre Danae, rimorchiando la cassa nella quale Acrisio li aveva rinchiusi. Generoso com'era, Perseo, invece di vendicarsi del nonno, che pur gli aveva fatto quel brutto scherzo, lo rimise, invece, sul trono usurpatogli dal fratello Preto, il quale, per la circostanza, dovette far anch'egli conoscenza con la testa di Medusa: dopo di che, l'eroe la consegnò definitivamente, in omaggio a Minerva, sua potente protettrice. |
|
PLUTONE Si diceva che, nei primissimi tempi, gli fossero state sacrificate vittime umane, sostituite, più tardi, da tori o pecore di colore nero. Nelle cerimonie del suo culto, non si praticava, però, lo stesso rito che per gli altri dei. Intorno all'altare che gli era consacrato, si soleva scavare una fossa destinata a raccogliere il vino delle libazioni e il sangue delle vittime, sempre di colore nero e di numero pari, mentre per tutti gli altri dei, le vittime dovevano esser sempre di numero dispari. Esse erano adornate di piccole bende nere, o coronate di rami di cipresso. Si teneva loro il capo inchinato verso terra, mentre le si conducevano presso il sacerdote sacrificatore, il quale, dopo d'aver bruciato fra le loro corna un pò d'incenso, apriva loro il ventre con un coltello dal manico rotondo guarnito d'ebano, torcendo da loro lo sguardo. La carne delle vittime doveva essere tutta consumata dal fuoco. essendo rigorosamente vietato di mangiarne. Tra le piante, gli erano sacri il cipresso e il narciso. Quando cominciarono a celebrarsi i misteri eleusini in onore di Cèrere, Plutone fu concepito come il dio delle ricchezze minerarie sotterranee; e allora i suoi attributi si confusero e si identificarono con quelli di Pluto e il suo culto crebbe e si fece più schiero e più rispettoso. |
|
POLIFEMO Il più conosciuto dei Ciclopi. Ulisse. approdato all'isola dei Feaci, e guidato da Nausicàa alla reggia di Alcmoo loro re, accolto da lui ospitalmente e rivelatogli l'essere suo. cedendo alle vive preghiere di lui, tra le molte peripezie occorsegli nella sua vita errabonda dopo la partenza da Troia, gli narra il modo col quale, penetrato, con dodici compagni, nella spelonca di Polifemo. si vendicasse del mostro che, invece di accoglierlo ospitalmente, gli divorò, in tre pasti, sei dei compagni, promettendogli, come dono ospitale, di mangiar lui per ultimo. Ulisse. durante l'assenza di Polifemo aguzzò un grosso palo' lo nascose sotto lo sterco del bestiame adunato in gran copia nella caverna dove il ciclope aveva l'abitudine, la sera, di chiudere gran parte del suo armento ed attese il ritorno del mostro che, rientrato nella caverna e chiusone l'accesso con un enorme masso, dopo d'aver munto le pecore e le capre ed aver divorato due dei compagni d'Ulisse, fu da lui ubriacato. |
|
PROMETEO Uno dei Titani, figlio di Giapèto e di Tèmi - o, secondo altri, di Chimène - è una delle più potenti figure dell'antica mitologia, simbolo dell'umana ragione vittima del dispotismo cieco ed autoritario. Secondo la leggenda, egli sarebbe stato il primo a formare l'uomo di argilla e dargli un'anima, col fuoco rapito al tirannico Giove, con l'aiuto di Minerva. Giove, indignato che un mortale si fosse, con l'inganno, impadronito delle sue gelose prerogative di creatore dell'universo, comandò a Vulcano d'incatenarlo solidamente sul monte Càucaso, dove un avvoltoio, o un'aquila, gli divorava il fegato continuamente rinascente. L'atroce supplizio durò finché Ercole venne a liberarlo, uccidendo l'aquila vorace con una delle sue infallibili frecce. La liberazione di Prometeo, però, non sarebbe stata consentita da Giove se un immortale non avesse rinunziato a questo suo divino privilegio, in espiazione della colpa del Titano: e a questa rinuncia si offerse il Centauro Chiròne che accettò di buon grado la morte, per sottrarsi alle terribili sofferenze che gli causava una insanabile e spasimante ferita inferitagli, involontariamente, da una delle frecce di Ercole, avvelenate dal sangue dell'Idra di Lerna. E solo così prometeo ottenne il perdono da Giove. Oltre che pel dono del fuoco agli uomini, Prometeo fu considerato loro benefattore per gli altri insegnamenti da lui impartiti nel campo della conoscenza e dell'arte, che fecero di lui il segnacolo della prima era di civiltà e del progresso umano.
|
|
|