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FENICE |
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GIOVE Lo Zeus dei Greci che, col solo corrugare delle sopracciglia, a detta d'Omero, faceva tremare l'Olimpo - era il sommo fra gli dei, così come lo Iupiter pei Latini, col significato di padre del giorno, arbitro assoluto delle sue azioni - e non tutte erano sempre moralmente irreprensibili, ma soggetto al Fato inesorabile. Qui si è già accennato come la madre Rèa lo sottrasse alla bestiale avidità del padre Crono, e come per nascondere a quest'ultimo i vagiti del divino fanciullo allattato dalla capra Amaltèa, i Curèti e i Coribanti, picchiando con le spade sugli scudi, facessero un fracasso assordante. Quando Giove ebbe un anno, era già in possesso di tutta la sua forza, della quale si valse per assalire il padre Cròno - che i Latini presto identificarono con Saturno antica divinità italica - spodestarlo confinandolo nel Tartaro, impadronirsi del Cielo e della Terra, ed assoggettarsi tutti gli dei, compresi i suoi fratelli Nettuno, Plutone, Vèsta, Cèrere e Giunone. Di quest'ultima fece la sua sposa, ma non si può certo dire che le serbasse fedeltà, bench'essa spasimasse di gelosia e cercasse, sia pure inutilmente, di ricondurlo e di sconvolgere le innumerevoli avventure ch'egli ebbe con Tèmi, con Maia, con Dione, con Cèrere, con pronome, con Mnemosine, con Latona, per non parlare delle belle mortali che non si contano, ma delle quali basterà citare Sèmele, Alcmèna, Leda, Dànae, Europa e Io: e da tutte ebbe figlioli. Due gliene diede anche Giunone: Vulcano ed Ebc. Nel mito latino, Giove rappresenta tutti j fenomeni celesti - primo fra tutti il fulmine, ch'egli scagliava fra il cupo rombo dei tuoni - e la divina forza della vegetazione insieme con la pratica dell'agricoltura. I vari aspetti che assume la sua divinità dominatrice Sono trasparenti dai vari epiteti che gli sono attribuiti, quali Lucèzio - cioè fonte della luce - Folgorante o Fulminante, Pluvio - cioè apportatore di Pioggia - Termine, - cioè protettore dei confini dei campi - Feretrio - cioè padrone delle spoglie opime che a lui erano dedicate; Statore - o legislatore ecc L'epiteto che riassumeva la somma delle sue attribuzioni era quello di Ottimo Massimo Capitolino, dal tempio che gli era dedicato, in comunione con Giunone e Minerva, in Campidoglio. E in onore di queste tre divinità furono istituiti pubblici giuochi, chiamati Ludi Romani. A Giove erano sacri le idi che cadevano il giorno tredici d'ogni mese - tranne il marzo, il maggio, il luglio e l'ottobre nei quali cadevano al quindici. -Era rappresentato maestoso nell'aspetto, nudo il torso e le spalle possenti, il fulmine impugnato con la destra, lo scettro e una statuetta della vittoria nella sinistra. Ai suoi piedi posava un'aquila grifagna, nell'atto di affissarsi nei grandi occhi del nume: e gli erano consacrate le querce. |
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HYPNOS Personificazione del sonno, era venerato come divinità. La leggenda lo faceva gemello di Thanatos, la morte. figli entrambi della Notte. Hypnos era pero, un dio benefico che largiva ai travagliati mortali la dolcezza del riposo e l'oblio del dolore. La fiera nemica di Ercole, Giunone, ottenne dal dio far addormentare Giove, perch'ella potesse, nel frattempo, far naufragare l'eroe invincibile che tornava da Troia. Quando Giove si fu ridestato, nell'impeto della sua collera, scagliò Hypnos in mare; ma la Notte lo pose in salvo. Era raffigurato con la verga che addormenta e col papavero. Nella mitologia romana, prese il nome di Somnus e si favoleggiò abitasse in una grotta silenziosa, nel paese dei Cimmeri. |
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ICARO Icaro, era figlio di Dedalo e Naucrate, una delle schiave di Minosse. Il padre Dedalo era un ottimo fabbro, infatti Atena stessa l'aveva iniziato a quell'arte. Uno dei suoi apprendisti, era suo nipote Talo, figlio di Policasta, sorella di Dedalo. Già a sedici anni Talo aveva superato suo zio in abilità, difatti aveva inventato diversi attrezzi tra cui la sega. Essendo geloso perchè tutta la fama andava a Talo, decise di ucciderlo spingendolo dal tetto del tempio di Atena. Oltre ad essere invidioso Dedalo, sospettava che suo nipote avesse avuto dei rapporti incestuosi con Policasta. Dopo averlo spinto, Dedalo scese dal tempio e chiuse il corpo di Talo in una sacca, per seppellirlo in un luogo deserto. Interrogato dai passanti rispondeva che nel sacco c'era un serpente, ma camminando apparvero delle macchie di sangue sulla sacca e il delitto fu scoperto. L'anima di Talo volò sotto forma di pernice, mentre il suo corpo fu sepoltp là dove era caduto. Policasta, quando seppe la notizia si impiccò e gli Ateniesi eressero un santuario in suo onore presso l'Acropoli. L'Areopago condannò Dedalo all'esilio per omicidio; secondo altri, invece, egli fuggì prima di essere condannato da un processo. Dedalo si rifugiò in uno dei demi attici, i cui abitanti presero da lui il nome di Dedalidi; poi si fu accolto a Cnosso, in Creta, dal re Minosse che fu ben lieto di accogliere un artefice molto dotato. Egli visse per molto tempo a Cnosso, fino a quando re Minosse seppe che egli aveva aiutato Pasifae ad accoppiarsi con il toro bianco di Posidone, così rinchiuse Dedalo ed Icaro, avuto da Naucrate, nel Labirinto. Ma Pasifae li liberò entrambi. Fuggire da Creta non fu un'impresa molto facile, poichè Minosse faceva sorvegliare tutte le navi e offrì inoltre una ricca ricompensa a chi avesse catturato Dedalo. Con l'astuzia, Dedalo, costruì un paio di ali per se stesso ed un altro per Icaro. Dopo aver saldato le ali alle spalle di Icaro, con della cera, con le lacrime agli occhi, Dedalo gli raccomandò di stare attento e di non volare troppo in alto perchè il sole avrebbe potuto sciogliere la cera ne troppo in basso perchè le ali si sarebbero inumidite con i vapori del mare. Dopo questo, Dedalo si innalzò in volo seguito da Icaro. Mentre si allontanavano dall'isola, battendo ritmicamente le ali, i contadini, i pescatori e i pastori che alzarono lo sguardo verso di loro li scambiarono per dei. Quando si furono lasciate Masso, Delo e Paro alla sinistra e Lebinto e Calimne alla destra, Icaro disobbedì agli ordini del padre e cominciò a volare verso il sole, inebriato dalla velocità che le grandi ali imprimevano al suo corpo. Ad un tratto Dedalo, guardandosi alle spalle, non vide più suo figlio, ma soltanto delle piume sparse che galleggiavano sulle onde sotto di lui. Infatti il calore del sole aveva sciolto la cera e Icaro era precipitato in mare, annegandovi. Dedalo volò a lungo in quel luogo, finchè il cadavere di Icaro riemerse. Lo portò allora in un'isola vicina, chiamata ora Icaria, dove lo seppellì. Una pernice appollaiata su una quercia lo osservò scavare la fossa squittendo di gioia: era l'anima di Talo, finalmente vendicata. |
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IPPOLITA Regina delle Amazzoni , possedeva un prezioso cinto che le era stato donato da Marte, preso d'ammirazione per la indomita virtù guerriera di lei: ma siccome la figlia di Euristèo aveva desiderio di entrare in possesso del cinto. Cosi fu imposto ad Ercole di andar a conquistarglielo. Ippolita sarebbe stata anche disposta a cederglielo pacificamente; ma Giunone, che non dava tregua all'eroe da lei odiato sin dalla nascita, fece correr voce, fra le Amazzoni, che Ercole fosse venuto per rapire la loro regina, e le indusse, Cosi, a muovergli guerra, nella quale Ippolita rimase uccisa, secondo alcuni; secondo altri, invece - ed è la variante più autorevolmente diffusa - fu fatta prigioniera da Ercole, il quale la diede poi, in moglie a Teseo: e questi ebbe da lei un figlio, Ippolito di cui si innamorò, poi, la seconda moglie di Tèseo, Fèdra, con le tragiche conseguenze che ne seguirono. |
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JONE Nome d'un figlio di Apollo e di Creusa' la quale sedotta ancora giovinetta, abbandonò il figlio, con certi propri contrassegni, in una grotta onde lo trasse Mercurio, per comando di Apollo, per consegnarlo ad una sacerdotessa del tempio di Diana a Delfo, la quale lo crebbe e, quando fu adulto, lo fece custode del tesoro del tempio. Intanto, Creusa s'era sposata con Xuto, re d'una regione della Grecia; e siccome non riuscì a dargli un erede, Xuto, consigliato dall'oracolo di Delfo, adottò Ione come figlio. Creusa, gelosa, supponendo che il giovinetto fosse frutto dell'amore del marito con una schiava, meditò d'avvelenare proprio quello che non era altri che il proprio figlio avuto da Apollo; ma, poi, riconosciutolo per qualcuno dei propri contrassegni, d'accordo con l'ignaro marito, lo fece erede del trono. Ione, poi, sposata Elice, fece costruire una città cui diede il nome della moglie e fu ritenuto il capostipite degli Ioni.
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