ADE O ADES

Era il nome greco del figlio di Crono o Saturno e di Rea; Fratello di Zeus o Giove, e di Poseidone o Nettuno. Egli era signore dell'inferno, o regno sotterraneo, insieme con la moglie Persefone (latinamente Proserpina) che egli aveva rapita in Sicilia, mentre ella coglieva fiori vicino alla fonte Aretusa. Corrispondeva, per molti suoi attributi al latino Plutone al quale si rimanda il lettore. Sotto il nome di Ade si designava anticamente anche il regno sotterraneo dei morti, cioè l'Averno.

AFRODITE

La Venere dei Romani, dea della bellezza e dell'amore sensuale; figlia, secondo Omero di Giove e di Didone, sarebbe invece nata, secondo una leggenda più diffusa, e che trova giustificazione nell'etimologia greca del nome dalla schiuma, emergendo in tutto lo splendore della sua venustà e incomparabile grazia. Era rappresentata, cinto il corpo di rose e di mirto, velato il fiore della sua femminilità da una misteriosa cintura, tirato il carro da passeri, colombi e cigni, col giocondo corteggio del riso, dei giochi, dello zefiro, delle grazie e degli amorini. Appena nata, le ore con solenne pompa, la portarono all'Olimpo, dove tutti gli dei furono conquistati dal suo fascino; un po' meno le dee, gelose di vedere offuscato il loro prestigio femminile, e sopra tutte, Giunone e Minerva, che le erano state riconosciute inferiori in bellezza nel famoso Giudizio, da Paride, chiamato da Giove arbitro nell'ardua contesa sorta tra le tre dee per l'assegnazione della mela d'oro, gettata dalla dea discordia sulla mensa nuziale di Peleo e Teti, con l'insidiosa scritta: alla più bella! Dell'ambita preferenza assegnatale da Paride la dea lo ricompensò aiutandolo a conquistare l'amore di Elena Greca, funesta origine della decennale guerra di Troia. L'aspra gelosia cos1 amaramente sconfitta di Giunone non impedì però a questa, di implorare in prestito dalla rivale vittoriosa il prezioso cinto, quando tentò di riaccendere l'amoroso fuoco, ormai assopito, nel marito Giove, l'eterno infedele: e, in quella congiuntura, Ermete (Mercurio) trovò modo di trafugare, sagace maestro di frodi, dalle stesse mani di Giunone l'afrodisiaco Cinto che Afrodite stentò poi a recuperare. 

Dopo aver concepito, da un abbraccio con l'eroe troiano Anchise, il Pio Enea, dovette, per comando di Giove, sposare Vulcano, il deforme dio del fuoco, dal quale secondo la leggenda avrebbe avuto due figli: Eros o Cupido e Anteros. Ma Vulcano - al quale pare ella avrebbe dato un figlio, Priapo, re degli orti - dubitava della fedeltà di lei; ed un giorno sorpresala tra le braccia di Marte volle trarne allegra vendetta; circondato il letto del-l'infedeltà d'una rete cosi ingegnosa che i due amanti vi rimasero accalappiati, li offrì in scandaloso spettacolo, a tutti gli dei accorsi al richiamo del marito tradito, che fu da loro deriso e schernito come meritava. Oltre Marte numerosi altri amanti furono attribuiti ad Afrodite: Dionisio o Bacco, che l'avrebbe resa madre delle grazie; ed Epafrodito. Ma il suo grande amore fu Àdone. All'antichissima, e certo più diffusa, tradizione di Afrodite terrestre e sensuale, fu col tempo contrapposta, sull'autorevole testimonianza del poeta Esiolo, l'altra celeste e spirituale, simbolo della forza animatrice della natura e benigna pròluba, e rappresentata con in mano lo scettro ed in fronte una stella. 

APOLLO

Detto anche Febo, cioè il dio raggiante, figlio di Giove e di Latona e fratello di Diana, sin dalla gio-vinezza, combatté, prima col gigante Tizio, uccidendo, poi col serpente Pitone, che pure uccise con le sue infallibili frecce, e della pelle del quale ricopri il tripode sul quale sedeva la Pitonessa, sua sacerdotessa. La sua divinità s'identificava sol mito solare, secondo il quale, sopra un carro tirato da quattro cavalli, egli guidava il Sole per le vie del mondo. Apollo era raffigurato sotto l'aspetto d'un bellissimo giovane, armato d'un arco d'argento, la lira in una delle mani - a simboleggiare il suo supremo potere sulla poesia - il capo coronato d'alloro. Oltre che dio della poesia e conduttore e guida delle Muse, egli era ritenuto anche dio della musica: e quando Marsia, pastore della Frigia, osò sfidarlo in una gara di canto, Apollo, uscito. naturalmente vincitore appesolo ad un albero lo scorticò, vivo. Anche di medicina è il dio solare, reputato padre del celebre Esculapio aveva perfetta padronanza. Il culto d'un dio cosi importante fu assai diffuso nell'antichità: ed infiniti gli epiteti che gli furono attribuiti: Delio, Cinzio, Musagète, Targello, Smintèo, Panlopio, Licio, ecc. ecc. Il principale culto d'Apollo, si professava a Delfo. Oltre ai quattro cavalli divini che erano aggiogati sul carro del Sole e che avevano nome Piròo, Eto, Eòo e Flegonte, la leggenda attribuiva ad Apollo anche il cavallo Pègaso dalle ali di cigno, il quale, per aver urtato con lo zoccolo una rupe, ne fece scaturire la famosa fonte d'Ippocrème, alla quale si abbeveravano i poeti in cerca d'ispirazione. 

ARACNE

Figlia d'Idimone colofonio, valentissima tessitrice e ricamatrice che volle sfidare. nella pratica della difficile arte, Minerva, misurandosi con lei. Essa seppe ordire una mirabile tela nella quale erano raffigurati alcuni dei molti amori di Giove. Minerva, sdegnata, in un impeto di cieco quanto ingiusto furore, spezzò il telaio e gli altri oggetti della povera Aracne e la tramutò nel ragno. 

ARES

Figlio di Giove e di Giunone, dio della guerra, più largamente onorato a Roma sotto il nome di Marte. Aveva come indivisibili compagni la Discordia, la Strage, la Paura e il Terrore. Una curiosa leggenda narra che egli sarebbe stato procreato dalla sola Giunone, invidiosa di Giove che, senza l'aiuto di lei, aveva pur procreato Minerva, balzata in armi dal capo dell'Onnipotente. Ares, o Marte, che divenne l'amante ufficiale di Afrodite, dalla quale ebbe vari figli: Cupido o Eros, Anteros, Dèimos, Fòbos ed Armonia. Oltre ai figli avuti da Anodite, gli erano attribuiti Evadne, figlia di Febea; gli fu attribuita dalla leggenda la paternità di Romolo e Remo che egli avrebbe avuto dalla Vestale Rea Silvia. Marte, originariamente, in Italia, era dio dell'agricoltura e gli era perciò dedicato il primo mese di primavera. 

ARTEMIDE

Più tardi identificata con la deità italica di Diana, fu detta figlia di Giove e di Latona e valse a rappresentare simbolicamente la luce lunare, così come il fratello Apollo quella solare. Moralmente, essa èè la dea della castità e della fedeltà coniugale, gelosa della sua rigida virtù. Artemide era conosciuta e adorata sotto tre differenti rapporti. e cioè: come divinità celeste, terrestre e infernale. Come divinità celeste, essa era la Luna che, con le sue fasi, esercitava una benefica influenza sulla natura, sul succedersi delle stagioni, sui movimenti del mare. Giove medesimo l'aveva dotata di arco e di frecce, creandola regina dei boschi e delle selve e dandole come ancelle fedeli e ubbidienti sessanta ninfe, figlie dell'Oceano. Era raffigurata in abito di cacciatrice, mezzo nuda, con, sulla fronte una mezzaluna sulla fronte, e armata dell'arco del Turcasso. Come divinità infernale, Artemide prendeva il nome di Ecate, e le si attribuivano tre teste. Divenuta divinità latina, sotto il nome di Diana, ella fu assunta, insieme con Apollo, a protettrice di Roma.

ATENA

Ha riscontro nella latina Minerva, è bellissima figlia di Giove, balzata in armi fuori dalla dolorante testa di lui. Alla nascita, cosi insolita, di Atena, tutta la natura sussultò: ed ella, armata di tutto punto, con elmo, asta, scudo e l'egida, si presentò, già adulta, al padre, pronta a mostrargli come fosse disposta ad aiutarlo, sia con le armi, sia con la saggezza, sue doti sovrane. E, tanto per cominciare, lo aiutò valorosamente nella lotta contro i Titani, dal nome d'uno dei quali, dopo averlo atterrato, prese il suo secondo nome di Pallade. Pur col suo assetto guerriero, Atena era soprattutto la dea della sapienza, della vita tranquilla e operosa, la protettrice dell'intelligenza e di tutte le arti, tanto quella del filare, tessere, ricamare, quanto quella del comporre in poesia e del fare la guerra. Quando Cècrope, fondata Atene, era incerto sul nome da assegnare alla città, Atena e Posidone pretesero d'imporle ciascuno il proprio, finché la controversi, sottoposta al giudizio dei Numi, fu composta da una loro sentenza, secondo la quale avrebbe dato il proprio nome alla città chi dei due contendenti, fosse riuscito ad offrire all'umanità il dono più utile. Poseidone, con un colpo del suo tridente, fece balzare su dalla terra un cavallo, mentre Atena una pianta d'ulivo carica delle sue bacche: ed a lei fu concesso, cosi, senza alcun contrasto, di dare alla nuova città il proprio nome. A Pallade Atena, molto suscettibile alle offese fattele dai mortali, la leggenda attribuisce la metamorfosi di Aràcoe in ragno; quella di Corònide, figlia di Coronèo re della Focide, in cornacchia, quella di Nitdmene in gufo, a punirla del suo incestuoso amore del padre. Assai diffuso fu, nell'antichità, il culto per una dea cosl importante come Pallade che ebbe, però, il suo più famoso tempio nel Partenone, opera meravigliosa d'arte, conservàtaci solo in piccola parte, e adorna di bassorilievi attribuiti al grandissimo scultore. Nel mito italico, Pallade Atena diventa Minerva, ch'è quanto dire la dea della mente, dell'intelligenza sopra tutto: gli attributi guerrieri le furono dati solo molto: più tardi, e per semplice imitazione, dal modello greco. 

DAFNE

Ninfa, figlia del dio fluviale Penèo, di cui si innamorò Apollo che non le dava tregua perch'ella si arrendesse alle sue cupide voglie. La ninfa, sfinita pel lungo sottrarsi all'inseguimento inesorabile del dio, implorò l'aiuto del padre, che la tramutò in una pianta d'alloro. Impietosito della sorte di lei, Apollo volle che l'alloro gli fosse consacrato. - Aveva lo stesso nome un'altra ninfa del monte Delfo, - e anche un'altra, figlia del dio fluviale Ladone. - Un'altra, infine, figlia dell'indovino Tirèsia, avrebbe professato anch'essa la divinazione a Delfo, secondo l'asserzione dello storico Diodoro Siculo.

DIONISIO

Presto identificato col latino Bacco, fu venerato, originariamente, sotto la forma d'un albero di edera. Successivamente, esso fu raffigurato in un giovane dalla florida barba, coronando di le edera e di pampini, al quale. poi, si aggiunsero una pelle di lince o di leopardo. gettata sulle spalle, e gioielli femminili, fra la chioma fluente e prolissa. I suoi simboli erano la tazza e il tirso. e gli alberi che gli erano consacrati, oltre alla vite e all'edera, erano il fico e la quercia. Il culto di Diòniso si mescolò, col tempo, con quello di Demetra, divinità della vegetazione, e con quello di Apollo, per la comune prerogativa della divinazione e dell'ispirazione poetica. I Romani lo onoravano sotto il duplice nome di Bacco e di Libero.

EDIPO

Figlio di Laio e re di Tebe e di Giocasta. Prima ancora della nascita il Fato inesorabile gli aveva decretato una lunga serie di sventure. L'Oracolo di Delfo aveva infatti predetto a Laio che il figlio tanto atteso era destinato ad ucciderlo ed a sposare la propria madre: e così, per scongiurare le sinistre predizioni' quando il bimbo nacque, fu da Laio consegnato a un servo, che lo portasse sulla vetta del monte Citerone, e lo esponesse alle fiere, dopo li averlo legato pei piedi, con una corda, sul tronco d'un albero. Ai pianti disperati della povera creaturina accorsero i pastori del re Pòlibo; e, liberati dalle funi i piedini tumefatti - donde il nome di Edipo - lo portarono dal re che, non avendo figliuoli, volle adottarlo come suo: e così Edipo crebbe, ritenendosi figlio di Polibo. Ma siccome, un giorno, ad un banchetto, uno dei convitati gli fece sorgere, con certe oscure allusioni, dubbi sulla legittimità della sua discendenza, Edipo interpellò l'oracolo il quale lo sconsigliò di tornare in patria, se non voleva uccidere suo padre e sposare sua madre. Atterrito dal responso, egli abbandonò Corinto. - credendo che Polibo fosse suo padre e Mèrope sua madre - e si diresse alla volta di Tebe, la più famosa città dell'Alto Egitto, chiamata Eptàpile, dalle sue sette porte. Giunto in prossimità della città, in un sentiero cherendeva stretto il passaggio, si scontrò con un cocchio sul quale il re Laio si recava a Delfo, per consultare l'oracolo sul modo di liberare Tebe dal flagello della Sfinge, che desolava la città. 

Il re, con tono imperioso, comandò allo straniero di farsi da parte e non impedirgli il passo: ma Edipo, fiero di natura e non abituato a ricevere ordini, sguainata la spada, uccise il re, e poi riprese la sua strada finché, giunto a Tebe, andò a purificarsi dell'omicidio involontario presso una fontana che in seguito, da lui prese il nome di Edipòdia. Giunta a Tebe la notizia della morte di Laio ad opera d'uno sconosciuto, gli successe nel trono Creante fratello della regina vedova Giocasta, il quale, a liberare Tebe dal flagello della Sfinge - animale mostruoso, figlio del gigante Tifone e dell'orribile ninfa Echidna, al quale la leggenda attribuiva corpo di leone, faccia di donna, ali d'uccello e coda di drago - che, appollaiata su d'una rupe vicino a una dell'e porte della città, costringeva i passanti a sciogliere un famoso enigma, uccidendo barbaramente chi non sapesse rispondere - promise il regno e la mano di Giocasta a chi fosse riuscito a sciogliere l'indovinello. Edipo volle provarcisi; e, prestata tutta la sua attenzione all'enigma che domandava quale fosse l'animale che, al mattino, cammina con quattro piedi. al meriggio con due, e, alla sera, con tre, pensò giustamente che doveva essere l'uomo il quale, nell'infanzia si aiuta, per camminare, un po' con le mani e un po' coi piedi; nel vigore dell'età, si regge sulle sue gambe; e, giunto alla vecchiezza, si aiuta, per camminare, col bastone; e rese questa risposta. Allora la Sfinge, sconfitta, si fracassò la testa fra gli scogli: e Tebe fu salva. Avendo così Edipo assolto felicemente il compito affidatogli, conquistò col trono la mano di Giocasta, la quale da lui concepì due figliuoli, Etèocle e Polinice e due figliuole, Antigone e Ismene. 

Ad attenuare in parte le atroci conseguenze dell'incesto involontario, una tradizione posteriore fece nascere i quattro figliuoli di Edipo non da Giocasta, ma da Euriganèa, ch'egli avrebbe sposato dopo la morte di Giocasta. Con questa, però, egli visse felicemente per molti anni, finché una delle solite pestilenze espiatorie costrinse Edipo a far, di nuovo, ricorso all'oracolo che, per tutto responso, chiese che fosse punito l'ignoto uccisore di Laio. Edile, che amava i suoi sudditi, ordinò le più severe ricerche del reo; e così apprese, con orrore, dal servo medesimo che l'aveva sottratto alla morte e che era stato testimonio dell'uccisione di Laio, d'essere stato egli stesso parricida e marito incestuoso di sua madre; e. non potendo più sopportare la vista del testimonio della sua fatale empietà, si strappò gli occhi, mentre la madre s'appiccava. Scacciato da Tebe dai suoi figli maschi. ch'egli maledisse, e perseguitato dalle Furie, Edipo partì accompagnato dalla tenerezza pietosa della figlia Antigone; ed errò a lungo, finché giunse nell'Attica, nel bosco di Colòno sacro alle Furie, e al quale nessun profano poteva avvicinarsi. Ma Antigone ricorse, per l'infelicissimo padre, alla protezione di Teseo, ed ottenne da lui che Edipo potesse finire colà i suoi giorni, opponendosi, così, alle richieste dei Tebani che avrebbero voluto riaverlo, per sottoporlo a crudeli supplizi. 

EFESTO

Efesto, dio del fuoco, fu il fabbro degli dei. Figlio di Zeus e di Hera, quando nacque la madre non, lo accettò con amore, infatti, quando lo vide restò terrorizzata dalla bruttezza dell'essere che la regina degli dei aveva generato, così vergognandosi di lui decise di scaraventarlo giù dall'Olimpo. Il piccolo dio cadde nell'oceano dove fu raccolto da Teti e da Eurionome, ninfe del mare, che lo nascosero in una caverna prendendosi cura di lui. Efesto rimase con loro fino all'età di nove anni e, pur crescendo brutto e storpio, rivelò subito delle eccezionali abilità nel forgiare metalli. Preparata un’officina, all’interno della caverna, egli ricambiò tutto l’amore ricevuto da Teti ed Eurinome fabbricando per loro gioielli d’inestimabile bellezza.Un giorno Teti presentandosi ad un banchetto indetto dagli dei, adornata dai gioielli forgiati da Efesto, fu al centro dell’attenzione di tutte le dee ma soprattutto di Hera, che essendo la regina dell’Olimpo, non poteva essere seconda a nessuno. Alla fine del banchetto Hera chiese a Teti chi era stato l’artefice dei tanti ammirati gioielli, e Teti, temendo per il suo protetto, cercò di esimersi dalle domande, ma Hera facendosi più insistente la costrinse a confessare. Saputa la verità, Hera ebbe qualche rimorso nei confronti del figlio, e volle incontrarlo, senza però rivelargli la sua vera identità. Così facendo Hera glicommissionò un trono d’oro, Efesto, però, riconobbe subito la madre e cercò di vendicarsi per il male fattogli da piccolo.

Quando il trono fu pronto, la regina, lo fece ammirare a tutti gli dei, esaltando la bravura con la quale era stato lavorato, ma soprattutto che, chi l’aveva costruito era stato un dio, suo figlio Efesto, e chiese a Zeus di accettarlo sull’Olimpo.Tutto era perfetto solo un particolare non andò a genio a Hera, in pratica lei non si poteva più alzare dal trono perché dei lacci trasparenti l’avevano legata. Alle sue grida disperate tutti gli dei andarono a consolarla e Zeus mandò Ermes a cercare Efesto, perché sciogliesse la madre dal misterioso ordigno, però lui non accettò di andarci e anzi provava gioia per la burla riuscita. Dopo il fallimento d’Ermes, fu il turno d’Ares, ma fu inutile, quindi per ultimo fu mandato Dioniso, che col dolce suo vino ubriacò Efesto e lo convinse a liberare la madre. Zeus, per sdebitarsi del torto fatto dalla moglie gli offrì in sposa Venere. Efesto sull’Olimpo fu bene accettato perché inizio a costruire palazzi ed oggetti utili agli dei come il tridente di Poseidone, il carro del sole, spade, elmi ed altro. Col tempo Efesto dimenticò il torto subito dalla madre e si affezionò a lei, e proprio perché la difese durante un litigio col marito, egli fu scaraventato giù dall’Olimpo su Lemmo, però questa volta per mano del padre. In seguito stanco per essere deriso per la sua goffaggine e per i continui tradimenti di Venere, decise di lasciare per sempre l’Olimpo e di rifugiarsi nelle viscere del monte Etna. Qui aiutato dai Ciclopi continuò la sua abilità di lavorare qualsiasi oggetto.

ERACLE O ERCOLE

Nome greco dell'eroe leggendario che rivive, in gran parte, nel mio italico e romano di Ercole, figlio di Giove e di Alcmèna , nato a Tebe. L'ira implacabile di Giunone l'avrebbe perseguitato, secondo la leggenda, prima ancora della sua nascita. Non volendo che il figlio della sua rivale godesse delle alte fortune che il Fato gli prediceva, Giunone fece si che, nel parto gemello di Alcmena, avesse la precedenza su di Ercole, concepito da Giove, Euristèo concepito da Anfitrione marito di Alcmena: e, in forza della primogenitura, Euristèo potesse imporre al minore fratello uterino le famose dodici fatiche, dalle quali Giunone sperava non potesse, alla lunga, uscire incolume. Le imprese leggendarie di questo, che fu il più grande eroe greco, cominciarono da quando, bambino ancora in fasce, strozzò i due mostruosi serpenti mandati da Giunone per soffocarlo. Giunone. però senza saperlo. ma solo per un malizioso capriccio di Minerva. avrebbe, un giorno, allattato il bimbo, che l'avrebbe morsa al capezzolo, lasciando così cadere delle gocce di latte, dalle quali sarebbe nata la Via lattea. Cresciuto in età, Ercole imparò da Radamànto il maneggio dell'arco, nel quale, poi, doveva divenire insuperabile; da Castore l'arte di combattere a mano armata, e dal centauro Chirone la medicina e la chirurgia. Quando la fama della forza e della destrezza di Ercole cominciò a correre il mondo, il fratello Euristeo, temendo di essere da lui spodestato e cedendo alle vive insistenze dell'implacabile Giunone. gl'impose a nome di Giove di compiere le famose dodici fatiche, vietandogli persino di rientrare a Micene, e prescrivendo anzi, che egli deponesse fuori delle mura della città le spoglie dei nemici vinti, e non a mezzo di araldi. Ed Ercole dovette obbedire al volere di Giove. 

Il suo primo cimento fu la lotta col leone di Nemèa, mostro nato da Tifone e da Echidna' e che non poteva essere ucciso con le armi, avendo la pelle invulnerabile. Per aver ragione di lui' l'eroe lo costrinse a rifugiarsi nella tana, dopo d'averlo inutilmente colpito con le frecce e stordito con i formidabili colpi della sua clava; e ivi lo soffocò' nella stretta delle sue braccia di acciaio. Poi. scuoiatolo' della pelle si fece una veste e della testa un elmo. La seconda fatica consistette nell'uccisione dell'Idra di Lèrna, dalle sette o nove teste, una delle quali immortale, mentre le altre rinascevano appena recise. Il corpo di lei era, per metà, quello di una bella ninfa, e, per metà, quello di un serpente. Ercole l'affrontò; e dopo d'aver bruciato le sei otto teste mortali, per impedire che si riproducessero, spappolò con un masso enorme la testa immortale, e tinse, nel sangue che ne sgorgò a torrenti, le frecce del suo turcasso. che avrebbero prodotto, così, ferite mortali o incurabili. Il terribile Cinghiale d'Erimanto, che devastava l'Elide e l'Arcadia, offerse ad Ercole la terza prova della sua forza. Inseguita la fiera sino sulla cima del monte Erimanto, egli l'afferrò per le quattro zampe e la portò viva dinanzi ad Euristeo che, al solo vederla, volle morire di spavento, e corse a nascondersi in una botte. La cerva di Cerinèa, che aveva i piedi di rame e le corna d'oro, era sacra a Diana e staggirava per le balze del monte Cerine a con tanta agilità e leggerezza nella corsa, che nessuno aveva mai potuto raggiungerla. 

Ercole l'insegui tutto un anno e finalmente gli riuscì d'abbracciarla mentre stava per sfuggirgli lanciandosi a nuoto nel fiume Ladòne: e questa fu la quarta fatica. La quinta fu costituita dallo sterminio degli Uccelli Stinfàlidi, che avevano artigli, becco ed ali di bronzo e penne dello stesso metallo, di cui essi si servivano lanciandole, come di frecce: e la sesta dalla conquista del Cinto d'Ippolita, regina delle Amazzoni, alla quale era stato donato dal dio Marte: e la figlia d'Euristeo voleva il cinto perse. er ottenerlo, Ercole fu costretto ad affrontare le bellicose Amazzoni e ucciderne la regina, cui tolse il cinto desiderato. Secondo una variante, non l'uccise ma la diede in sposa a Teseo. La settimana fatica prende il nome dalle Stalle di Augia che Augìa, re degli Epei, affidò ad Ercole da ripulire dello stabbio e del letame che vi si era, da trenta anni, accumulato, promettendogli in compenso la decima parte delle bestie che vi erano ammassate. L'impresa pareva impossibile: ma Ercole riuscì a compierla, deviando nelle stalle il corso del fiume Aifeo, che riuscì a spazzar via, con la violenza della sua corrente, tutto l'enorme sudiciume Alla resa dei conti, però, Augìa si rifiutò di mantenere la promessa fatta ad Ercole che, infuriato della slealtà di lui, l'uccise insieme coi figli. La cattura del Toro di Creta è ricordata come l'ottava fatica di Ercole Nettuno, per punire Minosse re di Creta di aver trascurato un sacrificio già promessogli, aveva mandato nell'isola un toro ferocissimo, che l'eroe catturò vivo e condusse a Micene. Diomède - da non confondere con l'eroe greco compagno assiduo di Ulisse - re dei Bistoni, crudele e sanguinario, aveva l'abitudine di nutrire certe sue feroci cavalle con la carne degli stranieri che gli capitavano a tiro: ed Ercole compi la sua nona fatica uccidendo Diomede, che, poi, fece divorare dalle stesse cavalle. Però Euristeo, quando esse gli furono condotte innanzi, preferì lasciarle in libertà. La conquista de I buoi di Geriòne diedero occasione alla decima fatica, e non certo la più leggera, dell'eroe instancabile.

 Era Gerione un mostruoso gigante figlio di Crisàore e di Calliroe, il quale aveva tre corpi e possedeva un ricco armento custodito da un drago dalle sette teste, e da un cane bicipite; ed Ercole per impadronirsi dell'armento dovette prima affrontare e uccidere Gerione e i suoi dipendenti. Ritornando dell'impresa con i buoi conquistati, nel passare per l'Italia, si fermò presso Pallante, figlio di Evàndro, e fu derubato di quattro coppie delle sue più belle giovenche dal gigante Caco (l'etimologia greca della parola vuoi dire cattivo, malvagio).Ma Ercole lo sorprese nel suo speco e, dopo una violenta lotta, lo strozzò, ricuperando le giovenche rubate, e compiendo, così, la sua decima fatica. L'undicesima gli fu offerta dalla conquista dei pomi aurei delle Eperidi custoditi dal drago Ladòne e da Atlante .Per venirne in possesso, Ercole incaricò Atlante di andargliene a cogliere e, intanto, si offerse di reggere per lui, sulle spalle, il peso del cielo. Atlante non avrebbe più Voluto liberarlo, ma Ercole, con un'astuzia, riuscì a cavarsela, e allora si accinse a compiere la dodicesima ed ultima fatica, scendendo all'Inferno donde trasse incatenato il triplice cane Cerbero che Euristeo, però, gli impose di riportare all'Inferno. Queste, in breve riassunto, le famose fatiche d'Ercole, alle quali, però, vanno aggiunte altre numerose e svariate imprese attribuitegli dalla leggenda. Tra esse, vanno ricordate: la lotta contro i Centauri. Salvò Esiòne, figlia di Laomedonte, uccidendo il drago al quale era stata esposta nuda, sul lido del mare, per essere divorata. 

Nella lotta col gigante Antèo figlio della Terra e che riprendeva nuova forza ogni volta che poteva toccarla coi piedi, sollevatolo di peso tra le braccia, lo soffocò: e caduto, in seguito, in mano del crudele re Busiride, in Egitto, mentre stava per essere da lui sacrificato a Giove, spezzate le catene che lo immobilizzavano, uccise il suo persecutore e i figli di lui, consumando poi allegramente il pasto ch'era stato loro imbandito. Quando scese all'Inferno per trarne Cerbero vi trovò Teseo e Piritòo che vi erano stati incatenati in punizione d'aver tentato di rapire Proserpina. Liberò il primo, ma fu impedito di sciogliere il secondo da un terremoto che lo atterrì Per aver ucciso, in un trasporto di collera alla quale era molto soggetto, il proprio amico Ifito, venne a contesa con lo stesso dio Apollo; e ci volle un fulmine di Giove per dividere i due contendenti: dopo di che, Ercole fu condannato, per quella sua empia temerità, a servire per tre anni, in veste di schiavo e in abiti muliebri, Onfale regina della Lidia, filando la lana. Riacquistata finalmente la libertà, mosse guerra a Laomedònte, re di Troia, e l'uccise coi figliuoli, ad eccezione di Podàrce - che, poi, si chiamò Priamo e fu padre di Ettore. - Tornato in Grecia, mosse guerra a Nelèo re di Pilo, lo uccise e ne sterminò la progenie, solo risparmiando il figlio minore Nestore che. nell'Iliade d'Omero, è raffigurato come l'uomo più giusto, saggio e facondo dei Greci combattenti sotto le mura di Troia: quindi, attaccò i Lacedemoni, vinse Ippocòonte che aveva usurpato il trono a Tindarèo, al quale lo restituì, e liberò Prometeo, incatenato sul Caucaso, dopo di aver ucciso l'avvoltoio che gli divorava il fegato eternamente rinascente. 

L'ultima sua avventura, fu la contesa col dio fluviale Achelòo, che gli contendeva la mano di Deianira , figlia di Enèo re degli Etoli, e della quale si era invaghito. Anche pei viaggi intrapresi in Italia e per l'avventura che vi ebbe, il mito greco di Eracle si fuse presto con quello latino di Ercole, soprattutto per l'uccisione di Caco che aveva infestato il territorio vicino al monte Aventino, e pei contatti dell'eroe col re Evandro. A raffigurare sinteticamente la gloriosa vita di Ercole non mancò neanche i) raccontino morale, secondo il quale, prima di accingersi alle imprese, l'eroe, allora giovinetto, mentre, un giorno, in un luogo solitario, ristava pensoso e incerto sulla vita da seguire - Ercole al bivio - avrebbe visto appressarglisi due donne, austere nell'aspetto, una delle quali, la Voluttà, gli avrebbe offerto una vita ricolma di gioie e di piaceri, mentre l'altra, la Virtù, una lunga serie di aspri cimenti, coronati, però, dal bacio della gloria. E questa egli avrebbe scelta senza esitazione, come fece, più tardi, l'eroe greco Achille. Nell'antica statuaria e nelle pitture, egli è raffigurato seminudo, o avvolto nella pelle del leone Nembo, una mano appoggiata alla clava, il capo coronato di foglie del pioppo bianco - del quale si favoleggiava avesse coperta la testa quando discese all'Inferno. - Si diceva, anzi, che la foglia di quest'albero. che anticamente era bianca da tutte e due le parti, avrebbe, in seguito. preso la tinta scura da quella parte che, non toccando la testa dell'eroe sarebbe stata esposta al fumo di cui è sempre avvolto l'inferno.

ERMES O ERMETE

Cioè, interprete e messaggero, è il nome greco del latino dio Mercurio, del quale ha molti caratteri similari, creduto figlio di Giove e di Maia. Attorno al mito molto confuso e complesso che lo riguarda, confluiscono altri miti a formare un insieme di avventure e di attributi, appartenenti anche ad altre divinità. Per cominciare, Lattazio distingue ben quattro Mercùri: uno, figlio di Giove e di Maia; l'altro di Giove e di Cillene; un terzo, figlio di Bacco e di Proserpina. Cicerone ne scopre un quinto, faceridolo figlio del Valore e di Forònide. La favola s'impossessa di lui sin dal primo giorno della sua nascita. E' al mondo solo da poche ore, e già ha trovato, sulla sponda del Nilo, una tartaruga morta: la vuota, vi pratica dei buchi, nei quali fa passare delle corde di lino - perché, allora, quelle animali non erano ancora state utilizzate - e ne foggia il primo tentativo di cetra. Poi, nello stesso giorno, approfittando del sonno di Apollo, gli ruba cinquanta delle giovenche ch'egli aveva avuto in custodia da Admeto, e gliele nasconde. Quando Apollo si sveglia e s'accorge del furto, sospettando di Mercurio, lo porta davanti a Giove che, subodorando l'imbroglio, consiglia quest'ultimo ad aiutare Apollo a ritrovale le giovenche.

 Mercurio, naturalmente, le ritrova; e, mentre Apollo lo rimprovera del furto, accorgendosi che quel mariuolo gli ha, nel frattempo, rubato, e proprio sotto il naso, il turcasso con le frecce, disarmato dalla scaltrezza del bambino, scoppia in una risata: e allora l'altro gli dà, in cambio delle giovenche - che Apollo gli abbandona - la testuggine congegnata da cetra: e così, mentre Apollo, di pastore si fa musico, Mercurio s'improvvisa pastore, mentre non è ancora finito il primo giorno della sua vita; ma egli c già preconizzato - per quel suo primo saggio di scarso rispetto per la roba d'altrui - quale protettore dei ladri e - diremo cosi, per estensione - dei mercanti. Le attribuzioni che il mito dà a Mercurio sono, però, molteplici, tanto che nessuno degli dei sarò, più di lui, sovraccarico di cure e di uffici. Egli è, infatti, innanzi tutto il confidente e il messaggero di tutti gli abitatori d'Olimpo, e particolarmente di Giove E' Mercurio che, per comando di lui, va nell'isola di Ogigia per imporre alla ninfa Calipso di lasciare partire Ulisse è Mercurio che ammonisce, purtroppo inutilmente' Egisto, di non macchiarsi del sangue d Agamennone' dopo d'avergli “soffiata” la moglie: è Mercurio che, a Cartagine, comanda ad Enea d'abbandonare Didone e riprendere il mare alla volta d'Italia. E quando Giunone, dopo d'aver mutato in giovenca Io (la nuova amante del marito), la mette sotto la vigile custodia del mostro Argo dai cento occhi, è ancora Mercurio che ha da Giove l'incarico di tagliarli la testa. E il fedele e zelante incaricato si traveste da pastore e comincia a suonare la cetra con tanta dolcezza, che il mostro si lascia addormentare: e allora Mercurio fa il colpo. 

Quando Giove lo lascia un momento in pace, egli non perde il suo tempo: tanto nelle più delicate faccende di Stato, quanto nelle contese politiche, nelle dichiarazioni di guerra, nei trattati di pace, negli intrighi amorosi degli dei e degli umili mortali, nelle adunanze, nei negoziati di commercio, in tutto egli ha mano, pronto, astuto, sagace, spregiudicato: è tutto, si direbbe, affar suo. E non basta: a lui spetta anche il pietoso compito di condurre le anime dei morti sino alla barca di Caronte: è lui che la gente invoca nei matrimoni; lui richiedono protettore i viaggiatori, i negozianti e, in tutta la loro possibile buona fede, anche i ladri e i truffatori: non c'era, infine, incarico buono o cattivo, di grande o di poco conto, ch'egli trascurasse, librato in aria con le due piccole ali alle calcagna, e le altre due sporgenti dal suo petaso, - una specie di cappellaccio piantato sul capo, con le spalle coperte solo a metà da un mantello, mezzo nero e mezzo bianco, per essere in carattere tanto in cielo quanto all'Inferno; reggendo, con una mano il caducèo - dove erano intrecciate due serpi - e con l'altra, o un ramoscello d'ulivo o un tridente, a seconda della meta prefissa: che il caduceo era simbolo di pace e il tridente quello del commercio sul mare. Gli erano attribuiti numerosi epiteti fra i quali quello di Argicida, per aver ucciso Argo; di Trimegiste pel triplice dominio che gli era assegnato sul cielo, sulla terra e sul mondo sotterraneo degli Inferi; di Cillènio, in rapporto al monte Cillene, sul quale era nato. Pel suo valido aiuto, Marte poté uscire dalla ferrea prigione nella quale l'aveva chiuso Vulcano a punirlo della sua troppo ostentata intimità con la moglie Venere. Fu ancora lui ad incatenare sul Caucaso Prometeo, più tardi liberato da Ercole; ed a condurre attraverso il campo greco il vecchio Priamo, sino alla tenda d'Achille, pel riscatto del cadavere di Ettore. Gli si faceva sacrificio, sugli altari, delle lingue delle vittime, in riconoscimento della sua grande facondia ed eloquenza; e, il quindici di gennaio, a Roma, i mercanti gli immolavano una scrofa pregna. Erano poste sotto la sua protezione le porte delle case, adorne di sue immagini, anche perché era comune credenza di quei tempi che esse avessero il potere di tener lontani i ladri. In riconoscimento, poi, della sua mansione di conduttore delle anime sino alla barca di Caronte. la sua effigie era spesso impressa sulle tombe. 

EROS O CUPIDO

Figlio di Ares o Marte e di Afrodite o Venere, era rappresentato come un giovinetto nudo, di meravigliosa bellezza, armato di un arco donde si spiccavano frecce infallibili, dalla cui ferita nasceva il mal d'amore. Una benda gli nascondeva gli occhi ed una face accesa gli fiammeggiava in una delle mani. Divinità dallo spirito malizioso ed incline alla perversità. Appena Eros nacque, Giove, al solo guardarlo, conobbe quanti guai quel bimbo avrebbe combinato nel mondo, e cercò di convincere la madre ch'era meglio sopprimerlo. Allora Venere, a sottrarlo all'ira del re degli dei lo fece allevare, di nascosto, nei boschi. Appena il divino infante si sentì capace di maneggiare un arco, se ne costruì uno di frassino; e, imparò da sé, esercitandosi contro gli stessi animali che l'avevano nutrito, nell'arte di ferir gli uomini: e, quando gli capitava, anche gli dei. Neanche la madre Venere fu da lui risparmiata (Vedi Adone). Quando Venere, fatta gelosa dalla meravigliosa bellezza di Psiche, pregò il figlio di farla invaghire di qualche uomo dozzinale, Cupido, vista la fanciulla trovò, invece, assai di suo gusto; portarsela in un palazzo incantato, l'amò, senza però rivelarle l'esser suo, imponendole, anzi di non guardarlo se non voleva perderlo. La curiosità, però, poté in lei più dell'amore; e Cupido l'abbandonò subito, per riprendersela, poi, e farla accogliere da Giove fra gli dei.