VISITATORI DALLO SPAZIO TRACCE E RACCONTI 

CAPITOLO 7

Un contatto di entità minore, con altri esseri, che si sarebbero congiunti con umani, quindi intervenendo geneticamente, ci viene da una scoperta interessante che fu fatta nel 1938, tra la Cina e il Tibet. In una caverna delle montagne di Bayan kara Ula, da una spedizione archeologica cinese capeggiata da Chi Pu - Tei, furono trovati 716 dischi di litio di granito, con un’alta concentrazione di cobalto e di altri metalli, datati 10.000 a.C., nei quali sono incisi dei simboli lungo una spirale che racconterebbero la storia di un popolo a noi ignoto e loro artefice. Assieme ai dischi furono trovate 716 tombe e degli strani piccoli scheletri con una testa sproporzionata. L’archeologo Karil Robin Evans che recatosi nel sito, intervistò il capo della tribù locale dei Dzopa, si senti riferire che il loro pianeta natale era Sirio, da dove sarebbero venuti 20.000 anni prima gli alieni loro progenitori e che nel 1014 a.C. un’altra spedizione degli stessi rimase bloccata nel nostro pianeta, dopo che alcune astronavi precipitarono. La cosa strana è che i Dzopa erano alti circa 1.30 m., non erano né cinesi, né tibetani e gli esperti non riuscivano ad accertarne il loro ceppo etnico. Nelle leggende locali si tramandava la tradizione che narrava di uomini bassi, con teste nodose, senza capelli e di colorito giallo, che erano discesi dalle nubi molto tempo prima. 

Un disco simile ai dischi sopra citati fu trovato anche a Festo a Creta e fatto risalire a 2.000 a.C., anch’esso con enigmatici simboli simili a quelli preistorici brasiliani, tra i quali sette protuberanze, simbolo ripetuto più volte, che rappresenterebbe le Pleiadi. Su questo disco alcuni ipotizzano, invece, che si tratti la narrazione di un corpo celeste caduto sulla terra. Altri enigmatici ma grandi dischi con funzioni probabilmente di mappatura astrale o di suddivisione sotterranea furono trovati a Marajò, un isoletta del Rio delle Amazzoni, divisi in sei settori rappresenterebbero chissà quale mistero. Per i Celti la ruota, o spirale, rappresentava la creazione e la rotazione delle stelle che apparivano nel cielo notturno, queste ruotavano attorno alla Stella Polare che indicava per loro il Paradiso, meta delle anime che vi ascendevano lungo la spirale delineata dalle stesse stelle, la spirale continua rappresentava una ciclicità, usata anche per misurare i cicli stagionali, che rapresentava nello stesso tempo l’inizio e la fine, inoltre rappresentava la strada da seguire per trovare la “luce interiore” come rappresenterebbe la pietra d’ingresso del tumulo di Newgrange. 

Un altro interessante racconto simile ad Agarthi che più avanti approfondiremo, ci viene dalla mitologia celtica e accettato “cristanamente” dalla visione di S. Patrizio nel suo dialogo con il fantasma di Caeilte del Fianna visto uscire nella grotta di Cruachan. Si racconta degli immutabili e risplendenti “Thutha Dè Danann”, che sconfitti dai figli di Mil, conquistatori dell’Erire nella quinta invasione d’Irlanda, furono costretti ritirarsi nelle colline cave presso i monti Sidhe situati sottoterra dove vivrebbero ancora tutt’oggi; di questi semidei chiamati per l’appunto “Sidhe, o Sluagh Sidhe”, si dice che siano guardiani dei laghi irlandesi e lì si vedrebbero camminare sul terreno dopo il tramonto, a volte apparirebbero come bellissime donne che pare s’accoppino con gli umani per generare stirpi di eroi, possiederebbero armate magiche che viaggiano attraverso l’aria di notte, rapendo nei loro viaggi i malcapitati mortali. Racconti questi legati a quegli antichi dei come il dio del mare Manannan Mac Lir che a quanto pare poteva mutare e viaggiare su una nave senza vele comandata solo con il pensiero e si aggirava nel antico popolo aiutandolo nelle sue imprese, o il Re Bran sceso da un veicolo che non sfiorava mai l’acqua, forse quella ruota o meglio “Roth Ramrach” che portava più di mille persone. Nel terzo capitolo del libro di Krsna dove si racconta dei canti rivolti al Dio dagli abitanti dei pianeti Gandharva e Kimara, si narra di esseri chiamati, guarda caso, proprio con un nome similare ai Sdhe, cioè Siddhaloka e i Carapa, che potrebbero essere benissimo gli Sarapa “Angeli Serafini”, infatti, si narra che dai loro pianeti celesti gli angeli e le loro compagne, a cui erano unite le Aspara, aprirono le danze in onore di Krsna mentre altri saggi e deva versavano piogge di fiori. 

A questi racconti si possono associare altre mitiche figure come “le fate, i ghoul, le ninfe greche, o spiriti dei boschi”, che il professore di Cambridge,Tom Lethbridge, nel suo libro, “Ghost and Divining Rod”, ipotizza siano solo fenomeni “riflessi” di registrazione di immagini dovuti a “campi elettrostatici”, cioè “campi elementali” provocati dai pensieri e dai desideri degli individui, campi che suddivide in “campi delle naiadi”, relative alla registrazione dell’acqua, e “campi delle driadi”, relative alle registrazioni dei boschi, una sorta di allucinazione, una “proiezione mentale”, ricollegabile alla teoria psicometria concepita per i poltergesit. Ma questo, come afferma anche lo stesso Lethbridge per alcune sue strane esperienze, non risolve tutti i casi di avvistamento, o di incontri con altri esseri definiti in qualche modo “fantasmi, demoni, angeli”, ecc.. In effetti, se andiamo a leggere alcuni versi del “libro dei Vigilanti”, anche Enoch, parla di esseri risplendenti e di “colline sotterranee”, qui riservate per le punizioni inflitte da Dio ai Vigilanti impuri di Semeyaza, che si accoppiarono con le figlie degli uomini generando i malvagi giganti, in merito Enoch riferisce: 

“Il Signore disse a Michele: Annunzia a Semeyaza ed agli altri che, insieme con lui si unirono con le donne per corrompersi, con esse, in tutta la loro impurità: quando tutti i loro figli si trafiggeranno a vicenda, e quando vedranno la morte dei loro cari, legati per settanta generazioni sotto le colline della terra fino al giorno del giudizio e della loro fine, fin quando si compirà l’eterno giudizio. E allora li porteranno nell’inferno di fuoco e saranno chiusi, per l’eternità, in tormenti e in carcere”

(X, 11-12-13); nel capitolo (XXVI, 1-2-3) inizia il viaggio in questo mondo sotterraneo che porta Enoch nel “Giardino di Giustizia” , o meglio nel Paradiso Terrestre ove vi trova terreno fertile con alberi da frutta, tra i quali “l’Albero della Conoscenza” descritto come un albero simile ad un carrubo e con frutta simile all’uva. Questo viaggio inizia così: 

“E di là andai al centro della terra e vidi un luogo benedetto e fertile con rami all’interno che continuavano a germogliare dall’albero che era stato tagliato. E di colà vidi un monte santo e, sotto di esso, verso il suo oriente, acqua il cui scorrere era verso nord, e vidi verso oriente, un altro monte, alto come l’altro e fra essi un profondo burrone…

(XXVI, 1-2-3)”, nel capitolo (XXXII, 1-2-3-4-5-6) si legge: 

“E dopo questi profumi, mentre guardavo a settentrione, sui monti, vidi sette monti pieni di spighe bellissime ed alberi odoriferi, cinnamomo e pepe. E di colà andai sulla cima di quei monti, lontano; a oriente, attraversai il mare di Eritrea; mi allontanai da esso e passai sulle spalle dell'angelo Zutiele. E giunsi nel giardino di giustizia e vidi la varietà di quegli alberi, molti e grandi. Fiorivano colà, dal bel profumo, grandi, dalla molta bellezza, magnifici e l'albero della conoscenza da cui, mangiando, si aveva grande saggezza. 

E sembrava un carrubo e il suo frutto era come uva bellissima e il profumo di quell'albero andava ed arrivava lontano. E dissi: "E' bello quest'albero. E come É bello ed allegro il suo aspetto". E mi rispose l'angelo santo, Raffaele che stava meco: "Questo É l'albero della conoscenza da cui mangiarono tuo padre antico e tua madre antica che ti hanno preceduto ed hanno appreso la sapienza, si aprirono i loro occhi, seppero che erano nudi e furono scacciati dal giardino

Altra storia ce la rivelano i Navaho Paiate, essi raccontano che Tomescha è abitata nel sottosuolo dagli Hav-musuvs che viaggiano a bordo di canoe volanti, essi sono vestiti di bianco e possiedono armi a forma di tubo, capaci di stordire, armi simili, le troviamo accennate anche in altri testi, vedi: “Nel regno di Saba, ultimo paese archeologico” di G. Mandel, che riporta tradizioni leggendarie arabiche ed islamiche in cui si parla di armi come laser, atomiche e battaglie combattute con regni africani e asiatici come il Tibet, la stessa cosa nelle narrazioni della mitica Atlantide. 

Il Candelabro delle Ande citato prima, ricorda Schiva e il tridente simbolo di Nettuno, il sovrano di Atlantide, ed è una scultura alta 240 metri che si trova nella scogliera a Pancas in Perù, luogo dove sono state ritrovate le famose “Pietre di Ica”, di andesite, risalenti a 80 milioni di anni fa e incise millenni or sono da una civiltà ignota che rappresentò in esse figure di dinosauri, scene di lotta con animali preistorici, ed elementi anacronistici come: cannocchiali, macchine volanti, atlanti , ecc.; che gli studiosi ritengono raffigurino l’evoluzione del genere Homo da forme di vita diverse tra cui i rettili e anfibi modificati geneticamente da extraterrestri. Teoria questa, avanzata anche per i Rapa Nui dell’isola di Pasqua, che attenderebbero gli uomini dalla pelle bianca venuti dalle stelle, Il dio Make-Make viene ricordato con: “uomini uccello simili alle sirene uccello di Ulisse nell’Odissea di Omero, uomini lucertola simili al dio dei maya Itzamma, uomini pesce simili all’Oanes babilonese, al greco mito di Tritone figlio di Poseidone, alle sirene citate per la prima volta nel trattato irlandese De monstris del VI secolo e addirittura uomini insetto”, sembra quasi il repertorio di una serie di tipologie aliene avvistate e divulgate nei nostri giorni da alcune riviste specializzate, vedi alieni: retiliani, insettoidi, ecc.. 

A queste enigmatiche figure appartiene anche la dea egizia Neith, personificazione del “caos”, considerata anteriore agli dei, il suo culto risale a 7000 anni fa, ed è rappresentata anch’essa con la testa di uccello. Mr. Bonwick, nel suo libro sulla fede egizia, scrive che Nout è la Grande Madre, divinità femminile dalla quale procedono tutte le cose, sempre per gli egizi lo è stata anche Isis, la regina venuta dall’Etiopia che per il suo giusto agire e i suoi insegnamenti avrebbe ottenuto, dopo la morte ossequio divino, quell’ossequio che per gli uomini divenuti dei non fu più dimenticato ma travisato. “Uomini Uccello” portatori di fuoco, “che potrebbero solo indicare esseri venuti dal cielo”, li ritroviamo anche in america dove ancora oggi esiste il “gioco del Volador”, uomini legati con una corda a una caviglia che si lanciano da un estremità di un palo e girano fino a toccare terra. Tra gli indiani Hopi, si pratica in loro ricordo una danza del fuoco, dove si portano due dischi dietro la schiena, come nelle misteriose rappresentazioni delle statue “dell’uomo aquila”, di Tula e Tiahunaco in Messico. 

Un culto “stellare” questo, iniziato a loro dire, con la razza Akhu, “Uomini Uccello” che portarono loro, la “Pietra della profezia” che anticiperebbe una futura catastrofe, dopo aver predetto fatti storici già accaduti. Ricordo che un futuro evento catastrofico è profetizzato in molti testi e culture, ed è legato all’apparizione di una stella, vedi il Sepher Zohar cabalico, (il libro dello splendore), gli Oracoli Sibillini che profetizzarono il Cristo, le storie profetiche della cultura Maya, ecc.. Questi “esseri”, sempre secondo gli Hopi, scesero “nel tempo della creazione”, dove la “Donna Bisonte Bianco” comparve per istruire il loro popolo, per qualche motivo cosmico. Mito questo, ricollegabile con ”La Dea Bianca”, simbolo di fertilità per i popoli dell’Africa e degli aborigeni australiani. Quest’ultimi, tra l’altro, credono che il terriccio rosso delle loro terre, sia il sangue sparso della luna quando diede vita alla terra, e “adamah” significa anche “argilla rossa“, ricordo, come ho già detto, che c’è chi sostiene, che un tempo c’erano più lune orbitanti attorno alla terra”. 

Un altro culto della Dea Bianca è tuttora praticato dalla società esoterica del “Priorato di Sion”, anche i Celti adoravano anticamente una figura materna, ancora prima che arrivassero i cristiani in Galia. “La Dea Terra o Grande Madre che ci vigila, che ci dona e che ci toglie” da 25.000 anni fu sempre venerata come madre degli esseri viventi e rappresentata svariatamente, vedi la venerata Maka nella cultura maya, l’orribile rappresentazione dell’azteca Coatlicue, rappresentata in una statuetta rinvenuta in Mexico con la testa formata da due serpenti che si affrontano e una collana con teschi e mani mozzate, simile è la dea dravidica hindu, Durga Le Kali, sorella di Visnu, vedi la sumera Ishtar e l’ebrea Lilith, o la triplice dea greca della fertilità e regina degli spetri, “Artemide, Diana, Ecate,” e la figlia Aradia, la celtica Dana o “Danu” e Morrigan, immagini queste, tese forse a rappresentare quella dualità sole-terra che originerebbe la “Vita”. Oggi le si possono collegare le molteplici “apparizioni mariane”, legate spesso ad entità con poteri telepatici, vedi il caso di “Fatima” ed altre “manifestazioni eteree” che sembrano un “manifestarsi della natura” per la propria sussistenza.“L’uomo uccello”, lo ritroviamo ancora tra i Chippewa e i Sioux; narrano che il dio “Wakon” arrivò a capo di molti Uccelli del Tuono. Gli indios Waikano invece, parlano di canoe rotonde come gusci di tartarughe. 

I Karibi parlano di un uomo dai grandi poteri arrivato con la veste bianca a bordo di vascelli volanti. Itzamma da itzmen cioè “lucertola”, il dio della cultura degli Itza in Messico è raffigurato in un bassorilievo che lo mostra emergere da un guscio di tartaruga, “forse una astronave”, il suo simbolo era la croce. Ad Acanbaro, sempre in Messico furono trovate, in una zona abitata anticamente dagli enigmatici Maraschi, delle statuette rappresentanti ancora dinosauri; queste attraverso analisi con il metodo della termoluminescenza, nel 1972, furono fatte risalire al 2.500 a.C. Alla civiltà precolombiana di Ica, fatta risalire azzardatamene, da 60 a 100 milioni d’anni fa, sono associate, come afferma il professor Javier Darma Cabrera, le famose raffigurazioni delle “piste” Nazca, tra l’altro simili al celebre simbolo di salvezza hindu e celtico, del “Cavallo Bianco” in Inghilterra; queste sono apprezzabili solo a 300 metri di altezza e raffiguranti animali e forme geometriche, interpretate da alcuni anche come spazioporto per le Pleiadi servito per sfuggire all’evento catastrofico terrestre avvenuto circa 60 milioni di anni fa. Se leggiamo le interpretazioni date ai petroglifi delle civiltà precolombiane descritte da Quixe Cardinale nel suo libro “il Ritorno delle Civiltà Perdite 1969”, non sembrerebbe poi un ipotesi così assurda; basti pensare al monolite, o pietra commemorativa: “Teocalli della Guerra Sacra”, raffigurante una piramide senza punta con sopra un disco, interpretato non come calendario, ma descritto come disco volante con tanto di propulsori; pare infatti che fosse una forza centrifuga, una sorta di vortice artificiale a creare il campo elettromagnetico sostenitore di questi fantomatici veicoli spaziali. 

Cabrera afferma che la datazione relativa all’Homo Sapiens andrebbe retrodatata di milioni di anni, ne sarebbero prova le stesse raffigurazioni di Ica, è non è un caso che nel 1989 proprio in Perù nello stesso luogo delle pietre di Ica fu ritrovata dal dott. F. Jimenez Del Oso, una colonna vertebrale umana, fossilizzata accanto a dinosauri entrambe vecchi di 100 milioni di anni. Alla stessa civiltà è stato attribuito il Gigante Cileno di Cerro Unitas, simile ad un robot e L’uomo Civetta di Nazca, rappresentato con un casco da cui dipartono raggi, e la “Porta del Sole “ di Tiahunaco in Bolivia, che narrerebbe la mitica storia di “Orejona”. Orejona sarebbe arrivata da Venere nell’isola del sole, sul lago Titicaca, circa cinque milioni d’anni fa, a bordo di un’aeronave. Orejona è descritta con la testa conica, grandi orecchie e mani palmate a quattro dita, essa avrebbe messo al mondo al mondo 70 figli accoppiandosi con un tapiro, che avrebbero successivamente dato origine alla razza terrestre. Gli “Uros” boliviani, infatti, affermano di essere un popolo più antico degli Incas, esistente prima di To.Ti.Tu., il padre del cielo che creò gli uomini bianchi; dicono di avere il sangue nero e di provenire da un altro pianeta. Questa storia è associabile alle leggende mesopotamiche degli “Oannes”, uomini pesce, dei Kappas giapponesi e dei Dogon africani del Mali, ai quali si riconosce conoscenze astronomiche a loro impossibili, come ad esempio, la conoscenza di Sirio B, visibile solo con un telescopio. 

Il loro dio anfibio Nommo sarebbe giunto da Sirio sulla terra a bordo di un’arca piena d’acqua, un vascello simile alla fiamma che si spegneva quando toccava terra; i Dogon narrano che Nommo divise il suo corpo per nutrire gli uomini, fu crocifisso su un albero per poi risuscitare “come Osiride e Gesù”. Stessa cosa per gli egizi, che raccontano di Seiren, l’uomo pesce giunto da Serios, “Sirio”, suo compagno era l’oscuro Anubis; per gli egizi era Sothis, “Sirio” che regolava il Nilo, per questo si ritiene che conoscessero anche loro, la binarietà di Sirio espressa mitologicamente per l’appunto nelle leggende come quella di Iside e Nefty, anzi mi sembra che conoscessero addirittura le forze che legano il nostro sistema a Sirio, che oggi gli scienziati stanno rivelando. Nel nord della Siberia, assieme a resti di mammut, furono ritrovati seicento scheletri con cranio macrocefalo, nove dita e piedi palmati, che gli esperti hanno fatto risalire a 30.000 anni fa e ritenuti visitatori provenienti da Venere. 

La prima foto rappresenta un’antica stele sumerica in cui è raffigurato il dio Oannes ricoperto dalla pelle di pesce, un dio che proveniva dal mare del Golfo Persico e che insegnò le scienze ai popoli di Sumer. Le successive sono foto di dettagli della stessa stele che mostrano oggetti volanti associabili agli odierni ufo. 

LOCAZIONE IPOTIZZATA DI AGARTHI, E IL MISTERUISO CANDELABRO DELLE ANDE COLLEGATO AL DIO NETTUNO E AL DIO SHIVA

Le misteriose linee Nazca apprezzabili solo dall’alto e un calendario azteco 

Tratto da:

"L'invisibile mistero della creazione"

GRAZIE AL SITO DI: TARZARIOL LUCIO

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