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Spoleto,
in Umbria, sorge su un Colle (a noi ne basta uno), accanto al quale c'è
un Monte, chiamato Monteluco (Monte del Bosco Sacro). Costruita sul fianco del monte, in una rientranza della roccia, vi è
una casa, diroccata da molti anni, in cui abitava una famiglia credo
di legnaioli, raggiungibile solo attraverso una stretta e ripida
mulattiera (tutto ciò a 100 metri in linea d'aria dalla città). Un brutto giorno uno dei figli, un bambino, del legnaiolo morì (non
so bene le cause) tragicamente. La leggenda narra che il fantasma del bambino compaia alla finestra
della casa ormai diroccata in una notte dei primi di agosto, forse per
guardare le stelle cadenti... E'
usanza dei ragazzi che vogliono apparire coraggiosi agli occhi delle
loro belle portarle in un punto da dove si vede la casa (pur ad una
certa distanza) e lì aspettare la mezzanotte (l'ora dell'apparizione
ovviamente) per poi approfittare delle suggestioni e delle paure delle
giovinette... per rincuorarle.
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Romolo e Remo sono, nella tradizione , coloro i quali gettarono le basi
tracciando un solco per indicare il punto in cui sarebbero sorte le mura -
per la nascita della città di , la cui data di fondazione è indicata
storicamente al 21 aprile 753 AC (detto anche Natale di Roma).
Secondo la legge, Romolo e Remo - discendenti da Enea e da Venere - nacquero
da Marte e dalla vestale Rea Silvia, figlia di Numitore, re di
Albalonga.
Quando Numitore venne detronizzato dal fratello Amulio, Rea Silvia fu
costretta ad abbandonare i figli, ponendoli in una cesta affidata alle acque
del Tevere. I gemelli sarebbero in seguito stati raccolti da una lupa che li
allattò fino a quando non vennero trovati ed allevati dal pastore Fàustolo e
da sua moglie Laurenzia (o Larenzia). Diventati adulti Romolo e Remo
scacciarono Amulio riportando il nonno Numitore sul trono di Albalonga.
Allevati da una lupa Per ricostruire la vicenda di Romolo e Remo occorre fare qualche passo
indietro e, oltre a far ricorso alla storia di Enea e del popolo latino,
guardare alla leggenda - ricca di particolari - che narra come, vicino alle
rive del Tevere, in una povera capanna, vivessero appunto il vecchio pastore
Fàustolo e la moglie Laurenzia, coloro che diventeranno, in un certo senso,
i genitori putativi di Romolo e Remo. Una sera Fàustolo sedeva stanco sulla porta della capanna mentre Laurenzia,
preparava lo scarso cibo serale. All'improvviso, dal bosco, s'intese un
fruscio, e laggiù, verso il fiume, un'ombra scura scivolò fino alla riva ...
Faùstolo pensò di andare a vedere cosa fosse successo, disse alla moglie di
aspettarlo e avanzò cauto verso la riva del Tevere. Per le piogge recenti,
il fiume era allagato nei campi ed il terreno era cosparso di larghe pozze
di acqua. In una di quelle pozze, ai piedi di un albero, Fàustolo vide una
lupa enorme, sdraiata su un fianco e due bambini che si nutrivano del suo
latte. Nella capanna di Fàustolo e Laurenzia Credendo di sognare si ritirò pian piano e tornò alla capanna dove iniziò a
raccontare alla moglie incredula della lupa che allattava i due gemelli; poi
la prese per un braccio e la trascinò fuori verso il fiume.
Poco dopo i due piccoli trovatelli riposavano al caldo, nella capanna di
Fàustolo e Laurenzia, dove crebbero presto e in pochi anni diventarono due
ragazzi forti, un po' selvaggi ma buoni. Fàustolo li aveva chiamati Romolo e
Remo; ed essi lo rispettavano come un padre, ogni giorno si spingevano però
sempre più lontano dalla capanna, in cerca di nuove avventure.
La vendettaLa leggenda vuole invece che, una volta cresciuti, Romolo e Remo conobbero
la loro storia, allora ritornarono ad Albalonga, punirono il crudele Amulio
e liberarono il nonno Numitore. Ottenuto, poi, da lui il permesso, lasciarono Albalonga e si recarono sulla riva del Tevere, dove erano
cresciuti, per fondare una nuova città.Ma chi dei due le avrebbe dato il nome? Decisero di osservare il volo degli
uccelli: avrebbe dato il nome alla città chi ne avesse visti in maggior
numero. La fortuna favorì Romolo, il quale prese un aratro e, sul Colle
Palatino, tracciò un solco per segnare la cinta della città, che da lui fu
detta Roma.Era il giorno 21 Aprile, 753 anni prima che nascesse Gesù Cristo.
Uno solo sopravviveràLa nascita della nuova città segnò, purtroppo, la fine della vita di Remo.
Era stato stabilito che nessuno, per nessuna ragione, poteva passare al di
là del solco senza il permesso del capo. Ma Remo, invidioso, oppure per
burla, lo oltrepassò con un salto e, ridendo, esclamò: - Guarda com'è
facile! Romolo, pieno d'ira, si scagliò contro Remo e, impugnata la spada,
lo uccise, esclamando che chiunque avesse offeso il nome di Roma doveva
morire. Romolo, rimasto solo, governò la città in modo saggio, poi un giorno,
durante un temporale, egli scomparve, rapito in cielo dal dio Marte.
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All'inizio del secolo scorso,alcune famiglie di Roisan, si ritrovarono in una stalla accanto alla casa parrocchiale, per trascorrere la "Veglià", come era consuetudine fare in Autunno ed Inverno,
Una sera, intenti a sgusciare delle noci per la produzione dell'olio, sentirono bussare alla porta.
Si presentò un baldo giovane, molto elegante e attraente che affermò di essere di passaggio e cercava ospitalità per quella sera. La richiesta fu accolta, ma in cambio avrebbe contribuito a sgusciare le noci.
La ragazza più bella della compagnia, attratta dal giovane, entrò con lui in confidenza e si misero vicini al tavolo.
Ad un tratto, però, un giovane del gruppo, si accorse che il nuovo arrivato, forse distratto dall'affascinante ragazza del paese, eseguiva il lavoro al contrario, gettando a terra i gherigli e tenendo i gusci sul tavolo.
Chinatosi per raccogliere quel bene , all’epoca assai prezioso, si accorse che il giovane al posto dei piedi umani e delle scarpe, possedeva dei zoccoli d'animale.
Spaventato, uscì in tutta fretta senza farsi notare, per chiedere aiuto al parroco, che a sua volta, munito di aspersorio, si diresse assieme al giovane nella stalla.
Una volta entrati, lo straniero, alla vista del sacerdote, balzò in piedi e ,dopo aver graffiato la bella sulla guancia, si dileguò attraverso un finestra munita di feritoia facendola cadere.
La bella rimase sfregiata per tutta la vita e ,ancora oggi, ogni tentativo di fissare le feritoia della finestra ove e' fuggito il Diavolo è risultato invano.
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