I GIORNALISTI ALLA RICERCA DELLA LIBERTA'

Sfoglio i quotidiani, seguo i telegiornali, ma è veramente difficile che trapeli dalla fittissima maglia delle innumerevoli "notizie" che ci vengono costantemente ammannite qualche dato, qualche testimonianza genuina, qualche versione non ufficiale (non chiamiamola neppure verità, almeno per ora). Se desidero conoscere la versione non ufficiale di quello che accade nel mondo, devo cercare altre fonti, meno diffuse, meno reboanti, ma che considerano gli eventi sotto un'angolazione inedita, critica, eterodossa. Allora mi chiedo: quegli strapagati corrispondenti delle grandi reti d'"informazione", in che modo operano? Immagino i loro uffici arredati elegantemente, abbelliti da una kenzia, magari a New York con vista su Central Park. In questo ambiente confortevole, i nostri corrispondenti scrivono i loro magistrali editoriali, col computer ovviamente. Tra l'altro ovviamente hanno il collegamento ad "Internet" per tenersi costantemente "informati". Qualche frase ad effetto, qualche dotta citazione, un po' di ironia e il pezzo è pronto per essere graziosamente elargito a milioni di lettori per lo più inconsapevoli. 

Ma il primo ad essere inconsapevole è proprio l'autore del fondo: il fondo è un testo argomentativo in cui si propugna una tesi con una serie di prove, ma se la tesi non coincide con una personale e meditata opinione, essendo soltanto un luogo comune , e se gli argomenti addotti sono pregiudizi, che cosa scriverà il nostro "giornalista"? E' conscio poi della responsabilità di cui è investito, maggiore di quella di un cronista? Un cronista, infatti, può essere superficiale, frettoloso. Ciò è molto grave, ma nel "fatto" che egli riporta si può credere o non credere. Si può pensare che sia stato amplificato o ingigantito, ma l'evento resta lì più o meno innocuo. Invece se il commentatore compone il suo fondo insinuando nei lettori la sua "verità" con tutti gli artifici della retorica, persuadendo in modo più o meno occulto, quali conseguenze causerà questo modus operandi? Il "fatto" si è allontanato, confondendosi nella grisaille degli infiniti accadimenti che occorrono; il tema è ancora complessivamente presentato come "fatto", nondimeno è invischiato in una ragnatela di interpretazioni. 

Ha ragione Nietzsche quando afferma che i "fatti" non esistono, perché esistono solo le interpretazioni: ciò non toglie che alcune interpretazioni siano errate, e che altre siano poco oneste. Non penso che i giornalisti debbano andare alla ricerca della "verità ", ma dovrebbero cercare versioni non ufficiali per poi confrontarle con quelle ufficiali. Forse le prime non sono del tutto plausibili. Quindi, dopo aver aggiustato il tiro delle proprie convinzioni, dovrebbero comporre il pezzo. Non sempre la coerenza è un pregio; bisogna apprezzare le persone che cambiano idea, che sono disposte anche ad una rivoluzione copernicana all'interno della propria coscienza. Comunque mi sembra sia difficile sperare in un'evoluzione di certi "giornalisti": infatti, come i prigionieri del platoniano mito della caverna scambiano le ombre delle cose per le cose stesse, così queste prestigiose firme sentono un'"ECO" e pensano che sia il suono vero.