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LA CORNACCHIA VANITOSA

C'era una volta una cornacchia che si era stancata delle sue penne dai colori modesti. Ne desiderava altre, più belle e appariscenti. Ogni tanto si lamentava con le sue amiche cornacchie dell'abito scuro che indossava tutti i giorni e sognava di indossarne uno colorato ed elegante, in modo che tutti si voltassero ad ammirarla. Un giorno trovò per terra alcune penne di pavone dai colori splendenti, li raccolse e se ne adornò: contenta di averle trovate, si mise in mostra. Incontrò alcune delle sue amiche e, con grande vanità, passò in mezzo a loro: alcune risero, ma lei le disprezzava perché non capivano la sua bellezza. Fu così che perse l'amicizia delle sue compagne, ma la cornacchia vanitosa era talmente presa dal suo nuovo vestito che non gliene importò. Andò allora tra i pavoni, sperando di essere accolta come una di loro. Purtroppo la derisero tutti in coro e non la accolsero nel loro gruppo, perché era mezza cornacchia e mezzo pavone. Sconsolata decise di tornare dalle compagne di sempre, ma queste la cacciarono intimandole di tornare con i pavoni e di non farsi più vedere. Così la cornacchia dalle penne di pavone restò sola con la sua vanità. 

 

   

LA COLOMBA E LA FORMICA

In un caldo giorno d'estate, una formica aveva deciso di andare al fiume per berne l'acqua fresca. Mentre stava bevendo, perse l'equilibrio e cadde in acqua. A causa delle piccole dimensioni, non riusciva a contrastare la corrente e veniva trascinata sempre più lontano dal suo formicaio. Nel frattempo, una colomba che stava raccogliendo piccoli fili di erba e pezzettini di legno per rinforzare il nido, vide la formica in difficoltà. Si abbassò fino a toccare con le zampette la superficie dell'acqua e sollevò la formichina fuori dal fiume. Dopo averla ringraziata per la sua gentilezza, la formica se ne era andata per la sua strada. Qualche ora dopo, un cacciatore, che si era appostato nel bosco, stava per sparare alla colomba. Per fortuna la formica se ne accorse in tempo e morsicò la caviglia dell'uomo. Il cacciatore, che stava per sparare, urlò per il fastidio della puntura e mancò il bersaglio. Fu così che la piccola formica restituì il favore alla sua amica colomba.

   

IL RAGNO E L'APE

Una mattina di primavera un'ape operaia andava girovagando da un fiore all'altro
in cerca di polline. All'improvviso, uscendo da una corolla, cascò nella rete di un ragno. Nascosta dietro una foglia, il piccolo ragno si rallegrò ed accorse.
- Sei un traditore! - gli gridò l'ape. - Tendi le tue trappole per uccidere chi lavora! -
Il ragno si avvicinò ancora di più, e l'ape, voltandosi, cercò di colpirlo sfoderando dall'addome il lungo pungiglione.
Ma il ragno si scansò in tempo e le saltò addosso.
- Ape, con che diritto osi giudicarmi? - le rispose tenendola stretta. - Tu sei come la frode: hai il miele in bocca e di dietro il veleno.

 

   

IL GRANCHIO

Un granchio si accorse che molti pesciolini, anziché avventurarsi nel fiume, preferivano aggirarsi prudenti intorno ad un masso
L'acqua era limpida come l'aria, e i pesci nuotavano tranquilli godendosi l'ombra e il sole.
Il granchio attese la notte, e quando fu sicuro che nessuno lo avrebbe visto, andò a nascondersi sotto il masso.
Da quel nascondiglio, come un orco dalla sua tana spiava i pesciolini, e quando gli passavano vicino li acciuffava e li mangiava.
- Non è bello ciò che stai facendo - brontolò il masso - Approfitti di me per uccidere questi poveri innocenti.
Il granchio non ascoltò nemmeno. Felice e contento seguitava a catturare i pesciolini trovandoli di un sapore prelibato.
Ma un giorno, all'improvviso, venne la piena. Il fiume si gonfiò, investì con grande forza il masso, che rotolò nel letto del fiume, schiacciando il granchio che gli stava sotto.

 

   

LA NASCITA DEGLI ELFI

Un giorno il buon Dio, travestito da viandante, bussò alla porta di una piccola casa e chiese ospitalità. Venne accolto e gli venne offerto persino il letto, l'unico che possedevano. Si trattava di una famiglia numerosa e i genitori erano così poveri che non avevano di che vestire i figli. Padre e madre si vergognavano di ciò e presentarono allo straniero solo la metà dei loro figli. Dio li trovò amabili e chiese alla madre se ne avesse altri oltre a quelli. La donna rispose di no. Naturalmente il buon Dio sapeva benissimo che aveva altri figli e domandò ancora: "Mia buona donna, mi hai davvero presentato tutti i vostri figli?". "Certamente - mentì la donna sorridendo -Non sono forse abbastanza?". Dio si accontentò di questa risposta e si sedette a tavola per la cena con i genitori e la metà dei loro figli. Notò che quella famiglia era molto pia e ringraziava il Signore per il cibo e, nonostante fosse appena sufficiente per loro, lo condivisero con lo straniero. Dio notò con approvazione che tutti i bambini si misero in tasca un po' di pane secco da portare ai loro fratelli e sorelle nascosti. Il giorno seguente prima di andarsene, Dio disse alla famiglia tanto ospitale: "Ciò che è stato nascosto a me verrà nascosto anche agli occhi degli estranei". Da quel momento, i bambini nudi diventarono invisibili; i genitori li percepivano e gli altri uomini potevano vederli soltanto quando lo desideravano i bimbi stessi. Dio diede ai bambini dei fiori, con i quali poterono vestirsi, e da allora non patirono più il freddo. Essendo invisibili, dovevano fare attenzione a non essere calpestati, e, per questo, Dio diede loro le ali, affinché potessero spiccare il volo in fretta al minimo 
pericolo. Quei bambini gli erano molto affezionati e Dio fece loro molti altri doni, che gli uomini comuni non possedevano.
Potevano parlare con i fiori e gli animali e trovavano sempre cibo per saziarsi e vivere in buona salute. I bambini invisibili crebbero ed ebbero dei figli, che a loro volta ebbero altri figli. Facevano del bene agli uomini senza farsi vedere, anche se talvolta si divertivano a far loro qualche scherzo. Vivevano nelle grotte, negli alberi, in riva ai fiumi, i più piccoli riuscivano persino ad abitare sulle corolle dei fiori. Gli uomini visibili li battezzarono Elfi. Mentre gli uomini sfruttavano la terra, gli Elfi diventarono gli spiriti della natura e talvolta intervenivano per contrastare le azioni degli uomini irrispettosi verso la natura. Gli elfi si manifestano di rado: non hanno molto spazio sulla terra per eseguire le loro danze e per celebrare i loro riti. Sono sempre in grado di vedere gli uomini; per contro, noi possiamo vedere gli elfi soltanto quando loro stessi lo desiderano. Se un giorno tu dovessi incontrare un elfo, comportati gentilmente con lui e mi raccomando: ricordati di non contrariarlo. Potrebbe anche farti qualche scherzo...

 

   

I CORALLLI

In un tempo lontano lontano, un pescatore stava tornando a terra con la sua barca. Il cielo si stava facendo scuro, e non solo a causa del tramonto. Ma anche perché le nuvole si stavano addensando all'orizzonte. A un certo punto, senti' un urlo straziante. Riconobbe a fatica la voce di una ragazza, visto che la tristezza e la paura le avevano camuffato il tono. Nonostante non fosse un tipo molto coraggioso, il pescatore decise subito che avrebbe fatto tutto il possibile per salvare la fanciulla in pericolo. Fermò la barca sugli scogli e a fatica la tirò in secca, perché non andasse alla deriva. Il pescatore, per la fretta, non fece attenzione al carico di pesci che aveva con cura riposto sulla barca. Infatti, mentre trascinava la barca a riva, il pesce cadde su alcuni ramoscelli. La ragazza urlava e si dibatteva perchè una fata cattiva ed invidiosa della sua bellezza l'aveva legata a una roccia, proprio vicino alla riva. Il mare, sempre più agitato e freddo, la bagnava con onde altissime. Il pescatore si buttò in mare, per liberare la giovane dalle catene che la legavano e che ormai si trovano sott'acqua. Intanto i ramoscelli venivano colorati di rosso dal sangue dei pesci. E a causa del freddo si indurivano immediatamente. La ninfa Malvina uso' quei ramoscelli per ornarsi e divertirsi. Quando si stancò li lanciò in acqua. La leggenda narra che nacquero così i primi coralli.

 

   

LE FRECCE MAGIKE

C'era una volta un giovane che volle partire per fare un lungo viaggio. Sua madre gli diede dei sacchi di carne secca e delle paia di mocassini, mentre suo padre gli disse: Figlio mio, ti do queste quattro frecce magiche. Quando avrai bisogno, lanciane una! Il giovane andò nella foresta e riuscì per diversi giorni a procurarsi cibo. Ma un giorno non riuscì a prendere niente.Allora lanciò la freccia magica e riuscì a prendere un grosso orso. Un altro giorno, fu di nuovo in difficoltà: rilanciò un'altra freccia magica e riuscì a prendere un'alce. La terza volta che si trovò in difficoltà riuscì a catturare grazie alla terza freccia magica una renna e la quarta volta catturò un bufalo. Dopo aver utilizzato anche l'ultima freccia, il giovane uscì dalla foresta ed arrivò in un villaggio. In un angolo c'era una povera tenda dove viveva un'anziana coppia. Il giovane lasciò i suoi vestiti vicino ad un albero, si toccò la testa e si trasformò in un bambino e poi andò a bussare alla tenda. La donna disse: Marito mio, lascia che teniamo con noi questo bambino! Il marito borbottò, ma la donna lasciò entrare il finto bambino. Ad un tratto, il nuovo arrivato disse: Non c'è un nonno che possa farmi delle frecce? Il vecchio borbottò, ma poi le fece, e nel giro di poco tempo catturò diversi animali e diede una grande mano ai due vecchi, tant'è che anche l'uomo gli si affezionò.Un giorno venne a bussare alla porta della tenda una ragazza del paese, per chiedere un po' di carne in cambio di una mano a fare le faccende domestiche. Il finto bambino si innamorò immediatamente di lei. Qualche tempo dopo sentì che nel villaggio molti erano preoccupati: c'era una cattivissima Aquila Rossa che depredava il bestiame nei campi. Il capo del villaggio promise che avrebbe dato sua figlia in sposa a chi avrebbe ucciso l'Aquila. La figlia era proprio la ragazza di cui si era innamorato il nostro eroe. Lui prese nottetempo una delle nuove frecce magiche fatte dal nonno adottivo e la scagliò contro l'Aquila rossa, riuscendo a sconfiggerla. Poi andò a cercare i vestiti che aveva lasciato nella foresta, li indossò e ridiventò grande. Il capo concesse al giovane straniero sua figlia, e lui non dimenticòcomunque né i suoi genitori che vivevano al di là della foresta, né i suoi nonni adottivi che l'avevano tanto aiutato.

 

   

LE TRE FIGLIE DEL RE

C'era una volta un re che, essendo molto vecchio e ormai vicino alla morte, decise di dividere il suo regno fra le sue tre figlie.
Chiamò la sua primogenita e le chiese:
- Quanto bene mi vuoi?
- Ti amo come amo l'argento - rispose la primogenita.
Il re fu molto felice di questa risposta e decise di donarle una parte del suo regno.
Poi chiamò la secondogenita le fece la stessa domanda e lei rispose:
- Ti amo più di tutto, ti amo come amo l'oro.
Il re, felice per la risposta, donò anche a lei una parte del suo regno.
In fine chiamò la terzogenita.
Alla domanda essa rispose:
- Non mi piace dirti bugie, voglio essere sincera: ti amo come amo il sale.
Il re si arrabbiò moltissimo per la risposta ricevuta, la cacciò e divise i suoi averi tra le due figle e la terza se ne andò in un altro paese dove trovò lavoro come serva di un principe.
Un giorno il principe organizzò una grande festa e invitò anche il re.
La principessa preparò il pranzo.
Quando tutto fu pronto, il principe diede inizio alla festa e tutti incominciarono a mangiare. C'era però qualcosa di strano nel cibo: mancava completamente il sale.
Allora il principe fece chiamare la fanciulla per chiedere spiegazioni.
Lei venne e disse:
- Non ho usato il sale per far capire che esso è una delle cose più importanti al mondo.
Il re capì solo allora quanto importante lui fosse per sua figlia.
La principessa si riappacificò con il padre e visse felice e contenta.

 

   

GLI GNOMI

Un calzolaio, senza sua colpa, era diventato così povero che gli restava soltanto il cuoio per un paio di scarpe. Le tagliò di sera, per farle il giorno dopo e siccome aveva la coscienza pulita, andò tranquillamente a letto, si raccomandò al buon Dio e si addormentò.
Al mattino, dette le sue preghiere, volle mettersi al lavoro ed ecco, le scarpe erano sulla tavola belle e pronte. Egli si stupì e non sapeva cosa dire.
Le prese in mano, per osservarle meglio, eran fatte cosi bene che non c'era un punto sbagliato: proprio un capolavoro!
Subito dopo entrò un compratore e le scarpe gli piacquero tanto che le pagò più del solito; e con quella somma il calzolaio potè acquistare cuoio per due paia di scarpe.
Le tagliò di sera, per mettersi al lavoro di buona lena il mattino dopo; ma non ce ne fu bisogno: quando s'alzò, le scarpe erano già pronte, né mancarono i compratori che gli diedero tanto denaro da acquistare cuoio per quattro paia di scarpe.
Di buon mattino trovò pronte anche queste; e si andò avanti cosi: quello che egli tagliava la sera, al mattino era fatto, sicché ben presto egli potè di nuovo campare più che discretamente e finì col diventare un uomo facoltoso.
Ora accadde che una sera, verso Natale, l'uomo preparò tagliate le scarpe e, prima d'andare a letto, disse alla moglie: "Cosa ne diresti se stanotte stessimo alzati, per veder chi ci aiuta cosi generosamente?". La donna acconsentì e accese una candela; poi si nascosero dietro gli abiti appesi negli angoli della stanza, e stettero attenti.
A mezzanotte arrivarono due graziosi omini nudi; si misero al deschetto, presero tutto il cuoio preparato, e i loro ditini cominciarono a forare, cucire, battere con tanta rapidità, che il calzolaio non poteva distogliere lo sguardo per la meraviglia.
Non la smisero finché non ebbero finito, con le scarpe belle e pronte sul deschetto; poi, svelti se ne andarono saltellando.
La mattina dopo, la donna disse: "Gli omini ci han fatto ricchi; dovremmo mostrarci riconoscenti. Vanno in giro senza niente indosso e devono gelare. Sai? Cucirò loro un camicino e farò anche un paio di calze per ciascuno; tu aggiungici un paio di scarpette".L'uomo disse: "D'accordo".
E la sera, quand'ebbero finito tutto, misero sul deschetto i regali al posto del cuoio e poi si nascosero, per vedere che faccia avrebbero fatto gli omini.
A mezzanotte arrivarono saltellando e vollero mettersi subito al lavoro; ma, invece del cuoio, trovarono quelle graziose vesti. Prima si stupirono, poi dimostrarono una gran gioia. Le indossarono in fretta e furia, se le lisciarono addosso e cantarono:
"Noi siam ragazzi lustri e fini?
Ora basta fare i ciabattini!".
Fecero capriole e ballarono e saltarono su panche e sedie. Alla fine uscirono dalla porta, ballando.
Da allora non tornarono più, ma il calzolaio se la passò bene fin che visse ed ebbe sempre fortuna in tutte le sue imprese.

 

   

I TRE CAPRETTI

C'erano una volta tre capretti che dovevano andare al pascolo: essi si chiamavano capretti furbetti. sulla loro strada vi era un ponte che dovevano per forza attraversare, e sotto ci viveva un brutto gigante con occhi grandi come piatti ed un naso lungo, lungo, lungo.
per primo si presentò il più giovane dei capretti furbetti e trotterellando attraversò il ponte.
"chi attraversa il mio ponte?" - ruggì il gigante.
"oh, sono solo io, il più piccolo dei capretti furbetti e devo andare al pascolo per diventare grasso" - rispose il caprettino con una vocina sottile, sottile -.
"ora vengo su e ti mangio in un boccone" - disse il gigante -.
"ma no, non mangiarmi: sono troppo piccolo!" rispose il capretto. "aspetta che passi il secondo dei capretti furbetti che è molto più grasso di me!".
"va bene, vattene" - disse il gigante.
dopo un po' ecco il secondo dei capretti furbetti che attraversò trotterellando il ponte.
"chi attraversa il mio ponte?" - ruggì il gigante -.
"oh, sono solo io, il secondo dei capretti furbetti e devo andare al pascolo per diventare grasso" - rispose il capretto con una vocetta un po' più robusta -.
"ora vengo su e ti mangio in due bocconi" - disse il gigante -.
"ma no, non prendere me, aspetta che venga mio fratello maggiore che è molto più grasso di me."
"benissimo, vattene pure" - replicò il gigante -.
ma ecco che subito giunse il maggiore dei capretti furbetti e trotterellando attraversò il ponte. era cosi grasso che il ponte ondeggiava e scricchiolava sotto il suo peso.
"chi attraversa il mio ponte?" - ruggì il gigante -.
"sono io, il più grosso dei capretti furbetti" - disse il capretto con la sua voce robusta -.
"ora vengo e ti mangio in tre bocconi" - ruggì il gigante -.
"ho sulla fronte due corna forti e ti caverò quegli occhi storti! vieni mio caro, con i miei zoccoli ti ridurrò tutto bernoccoli!".
così dicendo il capretto si scagliò sul gigante a testa bassa e lo gettò nel fiume; poi tranquillo e soddisfatto dell'accaduto si diresse al pascolo.
qui i tre capretti diventarono così grassi che non poterono più attraversare il ponte e tornare a casa e rimasero là.

 

   

STORIA DI CAPPUCETTO ROSSO RACCONTATA DAL LUPO

La foresta era la mia casa. Ci vivevo e ne avevo cura cercavo di tenerla linda e pulita. Quando un giorno di sole, mentre stavo ripulendo della spazzatura che un camper aveva lasciato dietro di sè, udii dei passi.
Con un salto mi nascosi dietro un albero e vidi una ragazzina piuttosto insignificante che scendeva lungo il sentiero portando un cestino.
Sospettai subito di lei perchè vestiva in modo buffo, tutta in rosso, con la testa nascosta da un cappuccio. Naturalmente mi fermai per controllare chi fosse.
Le chiesi chi era, dove stava andando e cose del genere. Mi raccontò che stava andando a casa di sua nonna a portarle il pranzo.
Mi sembrò una persona fondamentalmente onesta, ma si trovava nella mia foresta e certamente appariva sospetta con quello strano cappellino. Così mi decisi di insegnarle semplicemente quanto era pericoloso attraversare la foresta senza farsi annunciare e vestita in modo così buffo. La lasciai andare per la sua strada, ma corsi avanti alla casa di sua nonna.
Quando vidi quella simpatica vecchietta, le spiegai il mio problema e lei acconsentì che sua nipote aveva immediatamente bisogno di una lezione. Fù d'accordo di stare fuori dalla casa fino a che non l'avessi chiamata, di fatto si nascose sotto il letto. Quando arrivò la ragazza, la invitai nella camera da letto mentre io mi ero coricato vestito come sua nonna.
La ragazza, tutta bianca e rossa, entrò e disse qualcosa di poco simpatico sulle mie grosse orecchie. Ero già stato insultato prima di allora, così feci del mio meglio suggerendole che le mie grosse orecchie ni avrebbero permesso di udire meglio.
Ora, quello che volevo dire era che mi piaceva e volevo prestare molta attenzione a ciò che stava dicendo, ma lei fece un altro commento sui miei occhi sporgenti.
Adesso puoi immaginare quello che cominciai a provare per questa ragazza che mostrava un aspetto così carino ma che era avidentemente una bella antipatica. E ancora, visto che per me è ormai un atteggiamento acquisito porgere l'altra guancia, le dissi che i miei grossi occhi mi servivano per vederla meglio.
L'insulto successivo mi ferì veramente. Ho infatti questo problema dei denti grossi. E quella ragazzina fece un commento insultante riferito a loro.
Lo So che avrei dovuto controllarmi, ma saltai giù dal letto e ringhiai che i miei denti mi sarebbero serviti per mangiarla meglio. Adesso, diciamoci la verità, nessun lupo mangerebbe mai una ragazzina, tutti lo sanno, ma quella pazza di una ragazza cominciò a correre per la casa urlando, con me che la inseguivo per cercare di calmarla.
Mi ero tolto i vestiti della nonna, ma è stato peggio. improvvisamente la porta si aprì di schianto ed ecco un grosso guardiacaccia con un'ascia. Lo guardai e fu chiaro che ero nei pasticci. C'era una finestra aperta dietro di me e scappai fuori.
Mi piacerebbe dire che fu la fine di tutta la faccenda, ma quella nonna non raccontò mai la mia versione della storia.
Dopo poco incominciò a circolare la voce che io ero un tipo cattivo e antipatico e tutti incominciarono ad evitarmi.
Non so più niente di quella buffa bambina con il cappuccio rosso, ma dopo quel fatto non ho più vissuto felice.

 

   

LA PIOGGIA DI STELLE

C'era una volta una bambina, che non aveva più nè babbo nè mamma, ed era tanto povera, non aveva neanche una stanza dove abitare nè un lettino dove dormire; insomma, non aveva che gli abiti indosso e in mano un pezzetto di pane, che un'anima pietosa le aveva donato. Ma era buona e brava e siccome era abbandonata da tutti, vagabondò qua e là per i campi fidando nel buon Dio. Un giorno incontrò un povero, che disse: - Ah, dammi qualcosa da mangiare! Ho tanta fame!
Ella gli porse tutto il suo pezzetto di pane e disse:
- Ti faccia bene! - e continuò la sua strada.
Poi venne una bambina, che si lamentava e le disse:
- Ho tanto freddo alla testa! Regalami qualcosa per coprirla. - Ella si tolse il berretto e glielo diede.
Dopo un pò ne venne un'altra, che non aveva indosso neanche un giubbetto e gelava; ella le diede il suo.
E un pò più in là un'altra le chiese una gonnellina, ella le diede la sua. Alla fine giunse in un bosco e si era già fatto buio, arrivò un'altra bimba e le chiese una camicina; la buona fanciulla pensò: "E' notte fonda nessuno ti vede puoi ben dare la tua camicia ". Se la tolse e diede anche la camicia.
E mentre se ne stava là, senza più niente indosso, d'un tratto caddero le stelle dal cielo, ed erano tanti scudi lucenti e benchè avesse dato via la sua camicina ecco che ella ne aveva un a nuova, che era di finissimo lino. 
Vi mise dentro gli scudi e fù ricca per tutta la vita.

 

   

LA STORIA DELLA PROBOSCIDE

Tanto tanto tempo fa, gli elefanti non avevano il naso lungo. Anzi, erano animali molto diversi, con il muso simile a quello di un orso, ma con molto meno pelo. Un giorno nella savana africana africana nacque un elefantino molto dispettoso e curioso che infastidiva tutti gli altri animali. Un giorno l'elefantino andò dalla giraffa e chiese: "Perchè hai il collo cosi lungo?". Lei, un po' perché era permalosa e un po' perché non sapeva che cosa rispondere, lo caccio' via. Allora l'elefantino sconsolato si rivolse all'ippopotamo, perché era incuriosito dalla sua mole. "Perchè sei così ciccione?" gli chiese. E anche l'ippopotamo lo trattò male. Il cucciolo di elefante s'incamminò verso il bosco e pensò di andare a parlare con il coccodrillo. Quindi proseguì per il fiume. Non appena vide il coccodrillo, si avvicino' per fargli qualche domanda impertinente. Ma il feroce animale fu più veloce di lui, e prese il piccolo elefantino per il naso. Da quel giorno tutti gli elefanti hanno il naso lungo, cioè la proboscide.

INDIRIZZO AMICO/A: