LE ESPERIENZE IN PUNTO DI MORTE

NDE - NEAR DEATH EXPERIENCE

Paola Giovetti, nata a Firenze, risiede a Modena. E' laureata in l ettere ed ha svolto attività di insegnamento coltivando al tempo stesso l'interesse per le tematiche di confine. Da alcuni anni si dedica esclusivamente alla ricerca e alla divulgazione in questo campo. E' redattrice di "Luce e Ombra", la più antica rivista italiana di parapsicologia, e svolge anche su riviste a larga diffusione la sua attività giornalistica. Ha partecipato a programmi radiofonici e televisivi e a numerosi congressi, sia in Italia che all'estero. 

In questo articolo pubblicato su Luce e Ombra (n. 3/2004) la nota giornalista e scrittrice Paola Giovetti offre un quadro sintetico ed esauriente della storia della ricerca nel campo delle NDE, ponendo a confronto i risultati delle sue indagini con quelli presentati da altri ricercatori.

Sull'argomento
Paola ha anche scritto un libro, Qualcuno è tornato (Armenia Editore, 1989), brani del quale saranno riportati in questo sito

Prima parte

Da qualche decennio veniamo confrontati con frequenza crescente con esperienze molto particolari definite esperienze in punto di morte (in sigla NDE, dal termine inglese near death experiences): cioè le visioni, le sensazioni, i vissuti di chi si è trovato vicinissimo alla morte. Capita infatti che qualcuno si riprenda per qualche attimo dal coma e racconti di aver visto o sentito qualcosa; oppure che persone che sono state in serio pericolo di vita, o hanno addirittura avuto qualche attimo di morte clinica per arresto cardiaco, vengano rianimate e raccontino cose del tutto particolari.

Esperienze di questo tipo sono state vissute un po' dappertutto in tutti i tempi, ma sono numerose soprattutto oggi in quanto i progressi della medicina consentono di riportare alla vita persone che un tempo sarebbero certamente decedute. Si tratta di esperienze che i protago¬nisti concordemente definiscono "di paradiso" e che risultano difficilmente esprimibili con le parole umane: avventure mistiche e irripetibili. Anche se irripetibili, e quindi uniche, queste esperienze sono indagabili attraverso alcuni elementi comuni: il loro presentarsi secondo "modelli" sostanzialmente simili e l'effetto che producono in chi le vive. In questo senso si può quindi, con qualche diritto, parlare di scienza.

Pur presentando caratteri di autentica originalità, ognuna di queste esperienze sembra infatti rifarsi a un modello di base i cui elementi fondamentali sono questi: perdita della coscienza quotidiana e al tempo stesso recupero di una coscienza diversa e superiore, visione autoscopica, incontro con persone care precedentemente defunte o con angeli e figure religiose, percezione di paesaggi, musiche, colori fantastici, visione di una luce intensissima ma non abbagliante vissuta come "divina", film panoramico della vita con capacità di darne un giudizio rispondente a criteri assai diversi da quelli umani, ritorno alla vita percepito come doloroso e sgradevole, sensazione – condivisa da tutti i protagonisti – di essere stati nell'aldilà, perdita della paura di morire avendo constatato che la morte è, per usare le parole di uno di questi protagonisti, "la più bella esperienza della vita". Ma andiamo con ordine e ripercorriamo la storia della ricerca in questo campo.

Le ricerche sistematiche sono proprie soprattutto degli ultimi anni; tuttavia anche precedentemente queste vicende erano note ed erano state oggetto di alcune raccolte: ricordo in particolare quella di Ernesto Bozzano, pubblicata prima sulla rivista Luce e Ombra e in seguito in un volume dal titolo Le visioni dei morenti. Fondatrice della moderna tanatologia deve essere però considerata la dottoressa Elizabeth Kubler Ross, una psichiatra svizzera residente negli Stati Uniti, che è divenuta famosa come la "dottoressa dei moribondi": e in effetti in questi ultimi anni ella ha fatto per la comprensione umana della morte più di quanto sia mai stato fatto da altri. Fin dagli inizi della sua carriera di medico, la Kubler Ross, che ha prestato la sua attività presso la clinica universitaria di Chicago, si rese conto con stupore e sdegno che il dolore e la morte sono gli ultimi tabù della nostra società. 

Si rese conto anche del fatto che oggi non siamo più capaci di prestare vero aiuto a un malato grave: un tempo, quando la gente veniva curata in famiglia, questo aiuto veniva prestato naturalmente e con spontaneità. Oggi negli ospedali il malato viene assistito con grande efficienza dal punto di vista clinico: medici e infermieri si occupano del suo cuore, delle sue pulsazioni, del suo elettro--encefalogramma, eccetera, ma non di lui come persona. Oggi, in altre parole, si soffre molto meno dal punto di vista fisico ma si soffre di più a livello di sentimenti: le necessità interiori dell'ammalato non sono mutate. Nel corso del tempo è mutata invece la nostra capacità di esaudirle.

Elizabeth Kubler Ross si mise allora ad assistere e a studiare i pazienti allo stadio terminale, scoprendo che anche chi è ormai in situazione disperata può essere grandemente aiutato da un'assistenza umana e psicologica. L'occuparsi dei morenti ha dato alla Kubler Ross una vasta conoscenza dell'uomo, un senso religioso della vita e anche ferree convinzioni circa quello che avviene dopo la morte: cominciò infatti ad analizzare i racconti dei pazienti che erano morti clinicamente ed erano stati riportati in vita, e si accorse che queste persone che erano state "sulla soglia" avevano spesso qualcosa da raccontare, anche se in genere esitavano a farlo per paura di essere derise o non credute. 

Queste persone avevano molte esperienze comuni: perdevano per esempio totalmente la paura di morire e affermavano che l'esperienza era stata tanto bella che avrebbero preferito non interromperla; raccontavano di essersi trovate in ambienti sereni e pieni di pace e di essere state accolte da persone care morte precedentemente; in più concordemente affermavano che la loro esperienza di morte era stata il momento più bello e intenso di tutta la loro vita.

Elizabeth Kubler Ross cominciò a parlare apertamente di queste cose negli anni Sessanta, quando il tema era ancora relativamente poco conosciuto; in seguito le sue scoperte sono state confermate da altri ricercatori che, uno indipendentemente dall'altro, sono arrivati alle stesse conclusioni. Le inchieste più importanti in questo campo sono state pubblicate in vari volumi, tra i quali cito quello del dottor Raymond Moody, La vita oltre la vita, che è diventato un best seller e ha portato questo tema all'attenzione del grande pubblico. Moody ha analizzato esperienze vissute in tempi e ambienti diversi, constatando la loro fondamentale analogia.

Ma l'indagine più rigorosa che sia stata compiuta in questo campo è quella di Karlis Osis ed Erlendur Haraldsson, pubblicata col titolo Nel momento della morte. Osis e Haraldsson hanno analizzato un migliaio di esperienze vissute in ambienti totalmente diversi dal punto di vista religioso, sociale e culturale come Stati Uniti e India, constatando nei racconti dei morenti elementi che hanno definito "transculturali", ovvero indipendenti dalle aspettative e dalla forma mentis delle persone. Anche i pazienti allo stadio terminale, intervistati in questa inchiesta, parlano di particolari "incontri", di sensazioni di pace e benessere, di ambienti sereni e rasserenanti.

Un'altra validissima inchiesta è quella del dottor Kenneth Ring, dell'Università del Connecticut, che ha intervistato centinaia di persone che avevano avuto un arresto cardiaco ed erano state riportate in vita dai medici. Ring stesso ha riassunto con queste parole i risultati delle sue indagini: «Nel momento della morte sembra che si attraversino sostanzialmente, in successione progressiva, queste fasi: sensazione soggettiva di esser morti, accompagnata da un gran senso di pace; separazione dal corpo; ingresso in una regione buia ma serena; incontro con voci o presenze; esame della propria vita; visioni di colori; percezione di suoni e musica; ingresso in un mondo di luce e di amore; rientro nel corpo. Fin dalle prime interviste che ho fatto ai rianimati mi sono reso conto che le prime fasi sono le più comuni: meno frequenti invece le ultime, il che dipende, a mio parere, dalla maggiore o minore durata e profondità dell'esperienza di morte». 

Molto importanti gli effetti che queste esperienze hanno su chi le vive: queste persone infatti non temono più la morte, perché in essa si sono sentiti in pace, accettati, amati, hanno avuto la sensazione di essere arrivati "in porto", di essere finalmente "salvi". Il che non toglie l'interesse per la vita, anzi la fa maggiormente apprezzare in quanto interpretano il loro ritorno come una rinascita, un risveglio, una seconda possibilità: si potrebbe quasi dire una sorta di missione. In effetti tutte queste persone escono trasformate dall'esperienza, cambiano totalmente il voltaggio interiore.

Tra le varie altre inchieste che si potrebbero citare ricordo ancora quella del dottor Michael B. Sabom (pubblicata col titolo Dai confini della vita), un medico americano che, partito da posizioni scettiche, si è convinto della realtà di queste esperienze dopo averne analizzate a centinaia. Io stessa ho compiuto qualche anno fa un'inchiesta in Italia (Qualcuno è tornato), nel corso della quale ho analizzato oltre cento casi, constatando che i risultati coincidono pienamente con quelli ottenuti da altri ricercatori. Questa concordanza di dati forniti da persone diversissime per fede, cultura e nazionalità è l'elemento che più parla a favore dell'ipotesi che le esperienze in questione non siano sogni o allucinazioni, ma qualcosa di più. Per dare un'idea di questa casistica, che è ormai vastissima, riporterò ora alcuni casi tratti sia dalla mia inchiesta che dalle altre sopra citate.

Cominciamo con un caso capitato parecchio tempo fa, prima della guerra, allo scrittore austriaco Paul Anton Keller, allora trentenne, che lo descrisse nel suo libro Im Schattenreich (Nel regno d'ombra) del 1948. Mentre Keller aiutava alcuni ragazzi del paese ad alzare l'albe¬ro della cuccagna, qualcuno perse l'equilibrio e il pesante palo piombò sullo scrittore:

«Un colpo spaventoso mi scaraventò a terra. Dolore lancinante in tutto il corpo. Poi ogni rumore svanì. E tuttavia io sentivo ancora, percepivo, vedevo, comprendevo l'evento con una chiarezza e una limpidezza che non avevo mai sperimentato prima in vita mia... Vedevo me stesso, vedevo il mio corpo giacere sul prato calpestato e lo osservavo senza alcuna partecipazione, quasi con ripugnanza... Arrivò in bicicletta il dottore. Il mio corpo fu sollevato. Ora vedevo le larghe spalle del dottore che si chinava sul mio corpo. Accorsero anche alcuni curiosi e io mi misi in mezzo a loro, non incontrando alcuna resistenza. Che gli altri non mi vedessero mentre io ero vivo come non mai era cosa che mi stupiva e meravigliava.

Poi tutto quello che mi circondava svanì e io mi ritrovai solo. Indescrivibile è la sensazione di pace e felicità che provavo: tutto ciò che mi aveva turbato era lontanissimo, non riuscivo neppure a richiamarlo alla memoria. Avevo ancora la capacità di pensare? Mi sembrava che tutto si fosse dissolto in un sentimento, in una limpida percezione che mi si rivelava come una realtà potenziata e trasfigurata. Avevo già sperimentato svenimenti e anestesie, ma il mondo sensibile in cui mi trovavo era infinitamente più chiaro e tuttavia indipendente da organi e nervi.

«Improvvisamente udii della musica: suoni armoniosi che non assomigliavano in nulla a una musica come la intendiamo noi. Da qualche parte, al di là di quella divina melodia, doveva essere il regno dell'eterna pace e dell'eterna chiarezza, verso il quale io mi stavo muovendo con assoluta fiducia e confidenza... Improvvisamente mi ritrovai accanto al dottore. La copia di cera del mio io gli giaceva immobile davanti. Ero enormemente stupito che quella figura fosse appartenuta a me, che in qualche modo quel corpo pallido fosse il mio. Quel viso cadaverico che aveva i miei lineamenti suscitava in me soltanto repulsione. Il medico riempì una siringa: non senza curiosità lo stetti a guardare mentre con abilità e attenzione conficcava l'ago nel mio braccio. Un'oscura paura mi invase: in essa persi il mio senso di pace assoluta. 

Mi sembrava che una forza priva d' amore trascinasse il mio io in quella profondità in cui sapevo che si trovava il mio corpo, di cui ricordavo senza alcuna gioia l'esistenza. Sì, non c'era dubbio, sprofondavo, venivo risucchiato e non potevo resistere a quella forza anche se mi opponevo a essa con tutto me stesso. Di nuovo un'ondata di violento dolore mi pervase. Fui strappato da quella luce come da un pugno brutale e ora mi sembrava di sentire odore di medicine, tabacco e animali. E c'erano anche delle persone. Ora anche la luce del giorno colpiva le mie palpebre, ed era ben misera in confronto al mondo di luce che avevo conosciuto. Chino su di me vedevo il dottore, che alzò il viso e con voce che mi parve di non riconoscere disse: "E vivo"».

La vicenda che segue, anch'essa narrata dalla viva voce del protagonista, fu vissuta anni fa dall'architetto Stephan von Jankovich di Zurigo: a quell'epoca Jankovich aveva una quarantina d'anni ed era un uomo dedito prevalentemente alla vita sportiva, di relazione, di affari. Non si era mai troppo occupato di problemi filosofici e religiosi e non aveva mai sentito parlare delle cosiddette esperienze in punto di morte.

Quel giorno di vent'anni fa, mentre viaggiava su una macchina scoperta, Jankovich ebbe uno scontro frontale con un camion: finì fuori dalla vettura con diciotto fratture e una grave commozione cerebrale, che gli procurò cinque minuti di morte clinica accertati dal medico.

«Dopo l'impatto», racconta Jankovich, «la mia coscienza rimase naturalmente offuscata, tuttavia a un certo punto mi ritrovai cosciente con questa consapevolezza: muoio! Ero stupito di non trovare sgradevole la morte, non avevo paura. Era tutto così naturale, così ovvio! Mi rendevo conto che morivo e che lasciavo questo mondo. Durante la mia vita non avevo mai immaginato che ci si potesse separare dal mondo così bene e così semplicemente. Ero felice di morire senza paura, ero solo curioso di vedere come sarebbe continuato quel processo di morte. E difficile dire dove mi trovassi: mi stavo librando, non so dove. Sentivo suoni meravigliosi, distinguevo colori, movimenti, forme armoniche. 

Avevo in qualche modo l'impressione che qualcuno mi chiamasse, mi consolasse, mi guidasse sempre più in alto nell'altro mondo, quello in cui stavo per entrare. Una pace assoluta e un'armonia mai prima percepita mi pervadevano, ero felice, non ero oppresso da nessun pensiero. Ero solo, ma in perfetta armonia e avevo la sensazione che la mia solitudine fosse solo apparente: mi sentivo protetto, in una dimensione piena d' amore e di comprensione. Poi questa fase meravigliosa si interruppe e mi ritrovai sul luogo dell'incidente, proprio al di sopra della macchina fracassata e del mio corpo martoriato che giaceva per terra con la gente intorno e un medico che tentava di rianimarmi e che dopo un po' disse:

«"Non posso fare il massaggio cardiaco: ha le costole spezzate". Tutto questo mi fu confermato in seguito. Ritennero allora che non ci fosse più niente da fare per me e cercarono una coperta per coprire il mio corpo. A questo punto vidi una persona, un altro medico, correre verso di me con una valigetta in mano, inginocchiarsi accanto a me e cominciare a fare qualcosa».

«A me», continua Jankovich, «tutto quel daffare faceva venire da ridere perché mi sentivo benissimo, più vivo che mai, per niente morto! Intanto avevo ripreso contatto con la dimensione che prima ho descritto: i giochi di luce e di colore divennero più ampi, più pieni, fino a sommergermi. Da qualche parte, a destra in alto, vedevo il sole che diventava sempre più radioso, luminoso, pulsante. Sapevo che questo sole era il principio divino, la fonte di ogni energia. La mia anima priva di corpo cominciava ad armonizzarsi con le vibrazioni di questo sole, mi sentivo sempre più felice e a mio agio. Poi di nuovo tutto si interruppe e io persi di nuovo conoscenza. Quel medico che avevo visto correre verso il mio corpo mi aveva fatto un'iniezione di adrenalina che mi aveva strappato alla mia bella esperienza».

Vediamo ora qualche caso italiano. Un signore di Como, Romeo N. racconta:

«Nel 1977 ebbi un collasso, persi i sensi e di colpo mi trovai in un'altra dimensione: con grande stupore vidi i miei genitori defunti, mamma e papà che mi sorridevano. Non parlavano, eppure capii che mi dicevano di non aver paura, che non era giunto il momento di stare con loro, di continuare a comportarmi così, che loro erano contenti del mio modo di vivere. Era una gioia capirsi senza aprir bocca. Dietro di loro c'era una grande pianura, piena di luce viva, una luce di pace, di gioia, una luce che si intuisce eterna, in cui è dolce vivere, una luce cui ci si assoggetta interamente senza esserne obbligati, una luce che nessun vocabolario umano può contenere le parole adatte a descriverla.

Poi gradatamente cominciai a tornare alla realtà terrena, a distinguere i contorni della stanza, la luce del sole. Ero disorientato, spaurito, mi accorgevo con rammarico di aver lasciato quel mondo così bello. Ma quello che mi stupiva era il fatto che tutto ciò che era terreno l'avevo dimenticato: avevo dimenticato, e non mi dispiaceva, tutto ciò che mi era più caro, la moglie, i figli, tutto ciò che fa felici gli esseri umani qui sulla Terra. Questa esperienza ha cambiato totalmente il mio modo di pensare, di agire, di vivere. Ora la morte non mi fa più paura, perché là c'è la beatitudine, la vera pace, immersi in quella luce che è vita».

Prati verdi, fiori e tanta pace caratterizzano l'esperienza della signora Adriana Tassinari di Roma, che racconta:

«Quando avevo 30 anni, in seguito a un'operazione al fegato, mi resi conto che me ne stavo andando per collasso cardiocircolatorio. Feci appena in tempo a suonare il campanello, accorse la suora, poi il medico che mi fece un'iniezione per sostenere il cuore che non aveva quasi più battiti. Ma io restavo cosciente di tutto, ero tranquilla, per nulla impaurita: una pace immensa entrò in me, mentre il mio spirito vagava in un mondo fantastico che sembrava colorato e disegnato da Walt Disney. Prati verdissimi di un tenero color smeraldo, grandi alberi frondosi, fiori enormi e coloratissimi. Ma quello che maggiormente mi colpiva era l'assoluta serenità, la pace immensa e riposante. Notavo che ero sola, nessuno era intorno a me, neanche ombre lontane. Ma questo non mi interessava perché quella splendida solitudine mi appagava in pieno. Poi tutto finì e mi ritrovai nel mio letto, debolissima e sofferente».

Ho chiesto alla signora Adriana se sia sicura che non si sia trattato di un sogno, e questa è stata la risposta:

«Assolutamente no. Quello che ho vissuto era diverso dai sogni, che fra l'altro non ricordo mai. E non era neppure uno svenimento come avevo avuto altre volte: sentivo veramente che la vita se ne andava. Poi ho avuto l'esatta impressione di essere in un'altra dimensione. Stavo benissimo, non avrei voluto tornare più e fui dispiaciuta di ritrovarmi in vita. In seguito fui contenta di essere ritornata, avendo marito e una bimba piccola, però in quei momenti felici non avevo pensato a niente e a nessuno. La sensazione più precisa che ricordo della mia esperienza è quella luce solare calda, quella beatitudine, quella pace, quella serenità. Il prato, i fiori, io stessa, tutto era irradiato da quella luce che avvolgeva e dava una sorta di santificazione. È difficile descriverlo con le nostre parole. Di certo era un luogo incantevole dove avrei voluto restare per sempre. Quando morirò spero di ritrovare quello che ho visto allora. Se è così, è stupendo e io non ho affatto paura di morire».

Ancora un prato verde dalle tonalità brillanti e luminose per questa anziana signora che sopravvisse al grave incidente nel quale era stata coinvolta, mentre avrebbe preferito morire veramente per potersi ricongiungere all'unico figlio morto in età ancora giovane:

«Nel giugno del 1977 fui investita da un furgone senza che me ne accorgessi e che sentissi assolutamente niente: svenni o morii? Mi ritrovai in un immenso e splendido prato verde dove ero completamente sola. Poi sentii vicino a me delle persone e chiesi dov'ero e loro mi dissero che mi trovavo in ospedale: avevo subito una contusione cranica, ero in stato commotivo, ferite dappertutto, fratture a quattro costole, blocco allo stomaco, al fegato e a tutto l'intestino.

«Nonostante le preghiere rivolte ai medici perché mi lasciassero morire, sono tuttora al mondo (vivo sola e ho 80 anni) e spesso mi ritorna alla mente il magnifico prato verde, che dopo la morte di mio figlio, avvenuta l'anno scorso a soli 50 anni, desidererei raggiungere per l'eternità».

Seconda parte

Un altro grave incidente, un'altra bella esperienza di confine che comprende questa volta anche un simbolo chiarissimo: il grande muro che impedisce l'accesso all'altra dimensione fatta di musica e luce. L'esperienza è della signora F. D. di Brescia.

«Nel 1980 ho avuto un caso di premorte in seguito a un tremendo incidente stradale: è stata un'esperienza meravigliosa e davvero non si vorrebbe assolutamente ritornare sulla Terra nel corpo fisico.

«Ero all'altezza di tre metri e vedevo tutto da sopra: vedevo la macchina capovolta, il mio corpo morto, la gente che si radunava sul ciglio della strada. Sentivo tutto quello che dicevano in ogni dettaglio e con estrema chiarezza. Ma poi alzando lo sguardo più in alto vedevo una enorme piazza tutta di marmo lucidissimo, grande come il mondo. In fondo, a mo' di orizzonte, vedevo una grande muraglia e capivo che per andare al di là bisognava attraversare questa muraglia. Sentivo dei cori angelici e cercavo di unirmici, ma non mi vollero dicendo che dovevo tornare sulla Terra nuovamente. Percepivo però che di là si conserva tutto, che il pensiero continua ed è anzi più limpido. So che mi sentivo felice, felicissima, ero beata, per non dire radiosa. Poi mi sono sentita rimpicciolire e rientrare nel corpo dalla parte delle narici e della bocca. Quando rinvenni ero piena di ematomi, dolori e gonfiori, ma la gioia era ancora così forte in me che non sentivo male: fu dopo in ospedale che gradatamente sentii un male fisico enorme.

«La cosa più importante è che ero felice di vedere il mio corpo morto. Ero felice, era una cosa stupenda. La morte ora non mi fa più paura e capisco san Francesco che la chiamava "sorella morte"».

È naturalmente molto difficile valutare esperienze di questo genere, che sono totalmente soggettive. Si può tuttavia notare che il mondo visto dal signor Domenico F. ricorda molto da vicino certe descrizioni giunte per via medianica: un ambiente non totalmente dissimile da quello terreno, anche se più bello e più sereno, incontri coi propri cari precedentemente defunti coi quali ci si intende senza bisogno di pronunciare parole, un'atmosfera tranquilla e beatificante. Vorrei a questo proposito ricordare che la lettura di "alcune" esperienze di questo tipo potrà forse non dire molto; ma quando le vicende vissute diventano decine e centinaia, tutte caratterizzate da elementi ricorrenti analoghi, l'impressione di "realtà" si fa molto più intensa.

Un Aldilà fatto di luce e di amore per questa ragazza americana diciassettenne.

«Nel 1967, quando avevo 17 anni, ebbi una grave forma allergica che a un certo punto mi procurò un'improvvisa difficoltà di respirazione. Rapidamente le cose peggiorarono al punto che i miei chiamarono un'ambulanza: non essendocene nessuna disponibile, vennero i vigili del fuoco. lo intanto ero quasi fuori conoscenza, pur continuando a fare uno sforzo tremendo per continuare a respirare. A un certo punto smisi di farlo e provai un gran sollievo per aver potuto smettere di lottare per vivere. Scivolai nel buio di una regione inconsapevole ma piena di pace. Di colpo mi trovai fuori dal corpo, a pochi passi di distanza da esso, guardando con grande curiosità i pompieri che mi facevano la respirazione bocca a bocca e mi massaggiavano. Mia madre mi spruzzava acqua sul viso. Mi resi conto anche che il pompiere che mi praticava la respirazione bocca a bocca mentalmente mi parlava e mi sollecitava a non cedere: gli ricordavo moltissimo sua figlia. Un attimo dopo mi trovai a guardare questa scena un po' comica dall'altezza dei fili del telefono. 

Vidi un bambino correre verso casa nostra e cercai di gridargli di non farlo, ma non mi udì. Intanto un vigile commentava tristemente che da tre minuti ero senza polso. Mia madre era fuori di sé, ma io volevo gridar loro che tutto era come doveva essere e che stavo benissimo. Mi sentivo infatti felice, a mio perfetto agio, addirittura esilarata per la nuova situazione: un'autentica fenice risorta, libera dai limiti del corpo e del mondo fisico. Tutto intorno a me era musica: l'etere del mio nuovo universo era amore, un amore così puro e generoso che non desideravo altro che rimanere lì. Mi resi conto della presenza di uno zio trapassato, ci riconoscemmo e restammo insieme. Ci muovevamo in un mare di luce, con la quale mi identificavo sempre più. Poi di colpo tutto finì: fui spinta in un tunnel luminoso e catapultata di nuovo nel mondo fisico. Mi ritrovai a pochi passi dal mio corpo: era arrivata l'ambulanza e anche il nostro medico di casa che mi stava riempiendo di adrenalina e mi faceva il massaggio cardiaco. Il mio polso aveva ripreso e batteva debolmente e a questo punto fui come risucchiata dal corpo... mi sentivo confusa, con un senso di imprigionamento e di degradazione quale non avevo mai provato».

Ancora luce e beatitudine in quest'altra esperienza, capitata a una signora di Roma.

«Ero molto legata a mio padre e quando quindici anni fa lui mancò, io, che avevo allora 40 anni, dopo pochi minuti ebbi un collasso: ricordo perfettamente che girai le pupille in su, chiusi gli occhi e vidi mio padre allontanarsi verso una immensa distesa bianca, luminosa, di un infinito bagliore in cui si perse, mentre io mi fermai, incerta. Era successo che ero caduta in coma per un arresto cardiaco e mentre i medici si affannavano con iniezioni e il massaggio cardiaco io mi sentivo serena, leggera e contenta, in uno stato di vera beatitudine.

Un'esperienza analoga a quelle finora narrate è stata riferita da un testimone superiore a ogni sospetto: il medico e psicologo svizzero Carl Gustav Jung. Si tratta di un fatto capitato a una sua paziente e Jung lo riporta nel suo libro La sincronicità.

«La signora in questione aveva avuto un parto molto difficile, seguito da una violenta emorragia che le aveva provocato un collasso. A un certo punto la paziente ebbe la sensazione di stare sprofondando attraverso il letto in un vuoto senza fondo; ma non aveva paura... La consapevolezza successiva fu che, senza alcuna sensazione del proprio corpo, guardava in giù da un punto posto proprio sul soffitto della stanza e percepiva tutto quello che accadeva sotto di lei: vedeva se stessa pallida come un cadavere, stesa sul letto con gli occhi chiusi.

«Accanto al letto c'era l'infermiera, il medico correva agitato su e giù per la stanza, le pareva che avesse perso la testa e non sapesse bene cosa fare. Sua madre e suo marito entrarono e la guardarono spaventati. Ma lei pensava: è proprio sciocco che pensino che io stia morendo, è chiaro che tornerò in me. Intanto sapeva che dietro di lei si trovava uno splendido paesaggio, una sorta di parco dai colori smaglianti, e in particolare un prato verde smeraldo con l'erba corta, che si stendeva su un pendio e al quale si accedeva attraverso una porta a grata che dava sul parco. 

Era primavera e il prato era pieno di piccoli fiori variopinti che non aveva mai veduto prima. Un sole intensissimo illuminava la zona e tutti i colori erano di uno splendore indescrivibile; il prato faceva l'impressione di una radura nel bosco, dove l'uomo non aveva mai messo piede. Sapeva che era l'ingresso di un altro mondo e che se si fosse voltata per guardare direttamente la scena sarebbe stata tentata di varcare la porta e quindi di abbandonare la vita. Sentiva che niente le avrebbe impedito di varcare la soglia, ma sapeva anche che sarebbe tornata nel proprio corpo e non sarebbe morta».

La signora infatti si riprese e fu in grado di narrare nei particolari tutto quanto era avvenuto durante il suo svenimento, compreso il comportamento "isterico e incompetente" del medico. A commento di questo caso Jung osserva: 

«Non è facile spiegare come possano verificarsi, in una condizione di grave collasso, processi di rimemorizzazione di straordinaria intensità psichica, e come si possano osservare a occhi chiusi eventi reali nei loro dettagli concreti. Dovremmo aspettarci che un'anemia cerebrale così evidente pregiudicasse notevolmente, o addirittura impedisse, proprio il verificarsi di processi psichici assai complessi».

Commento che si attaglia perfettamente anche a tutti i casi riportati.

Jung peraltro aveva un'esperienza personale e diretta di questo genere: l'aveva vissuta a 69 anni, quando era stato colpito da infarto e l'aveva poi descritta nel capitolo "Visioni" del suo libro autobiografico Ricordi, sogni, riflessioni raccolti ed editi dalla sua allieva e collaboratrice Aniela Jaffé. Ecco dunque la sua esperienza, che è di particolare intensità e significato, anche dal punto di vista delle conseguenze.

«Al principio del 1944 mi fratturai una gamba, e a questa disavventura seguì un infarto miocardico. In stato di incoscienza ebbi deliri e visioni che dovettero cominciare quando ero in pericolo di morte e mi curavano con ossigeno e iniezioni di canfora... Mi pareva di essere sospeso in alto nello spazio, e sotto di me, lontano, vedevo il globo terrestre avvolto in una splendida luce azzurrina, e distinguevo i continenti e l'azzurro scuro del mare. Proprio ai miei piedi c'era Ceylon e dinanzi a me, a distanza, l'India. La mia visuale comprendeva tutta la Terra, ma la sua forma sferica era chiaramente visibile e i suoi contorni splendevano di un bagliore argenteo, in quella meravigliosa luce azzurra. In molti punti il globo sembrava colorato o macchiato di verde scuro, come argento ossidato.

Sulla sinistra, in fondo, c'era una vasta distesa, il deserto giallo rossastro dell'Arabia: come se l'argento della Terra in quel punto avesse preso una sfumatura di oro massiccio. Poi seguiva il Mar Rosso, e lontano – come a sinistra in alto su una carta – potevo scorgere anche un lembo del Mediterraneo, oggetto particolare della mia attenzione. Tutto il resto appariva indistinto. Vedevo anche i nevai dell'Himalaya coperti di neve, ma in quella distanza c'era nebbia e nuvole. Non guardai per nulla verso destra.

«Sapevo di essere sul punto di lasciare la Terra. Più tardi mi informai dell'altezza a cui si dovrebbe stare nello spazio per avere una vista così ampia: circa 1500 km! La vista della Terra a tale altezza era la cosa più meravigliosa che avessi mai visto».

Oggi che le fotografie scattate dagli astronauti nello spazio ci hanno reso familiare l'immagine del nostro globo azzurro avvolto di nubi bianche, la visione di Jung acquista un realismo eccezionale: nel 1944 però, quando Jung ebbe la sua esperienza, di voli spaziali non si parlava e dovevano passare parecchi anni prima che la famosa immagine facesse il giro del mondo.

Ma l'avventura continua: sospeso nello spazio cosmico, Jung vede una pietra, una specie di meteorite, grande come una casa, simile a certi blocchi di granito che aveva visto a Ceylon, nei quali viene talora scavato un tempio. E anche nel "meteorite" è scavato un tempio: la porta è incorniciata di lampade accese e a destra di essa siede, in attesa, un indù nella posizione del loto. E qui avviene un processo interiore di liberazione e contemporaneamente di immedesimazione col proprio bagaglio terreno: «Quando mi avvicinai ai gradini che portavano all'entrata accadde una cosa strana: ebbi la sensazione che tutto il passato mi fosse all'improvviso tolto violentemente. 

Tutto ciò che mi proponevo, o che avevo desiderato o pensato, tutta la fantasmagoria dell'esistenza terrena, svanì, o mi fu sottratta: un processo estremamente doloroso. Nondimeno qualcosa rimase: era come se adesso avessi con me tutto ciò che avevo vissuto e fatto, tutto ciò che mi era accaduto intorno. Potrei anche dire: era tutto con me e io ero tutto ciò. Consistevo di tutte queste cose, per così dire: consistevo della mia storia personale e avvertivo con sicurezza: "Questo è ciò che sono. Sono questo fascio di cose che sono state e che si sono compiute".

Questa esperienza mi dava la sensazione di estrema miseria e al tempo stesso di grande appagamento. Non vi era più nulla che volessi o desiderassi. Esistevo, per così dire, oggettivamente: ero ciò che ero stato e che avevo vissuto».

A questo punto però il processo si blocca, avviene qualcosa per cui bisogna tornare indietro: «Mentre mi avvicinavo al tempio avevo la certezza di essere sul punto di entrare in una stanza illuminata e di incontrarvi tutte quelle persone alle quali in realtà appartengo. Là finalmente avrei capito – anche questo era certezza – da quale nesso storico dipendessero il mio io e la mia vita, e avrei conosciuto ciò che era stato prima di me, il perché della mia venuta al mondo e verso che cosa dovesse continuare a fluire la mia vita... Mentre così meditavo accadde qualcosa che richiamò la mia attenzione. Dal basso, dalla direzione dell'Europa, fluiva verso l'alto un'immagine: era il mio medico... 

Quando quell'immagine mi fu innanzi, ebbe luogo tra noi un muto scambio di pensieri. Il mio medico era stato delegato dalla Terra a consegnarmi un messaggio, a dirmi che c'era una protesta contro la mia decisione di andarmene. Non avevo diritto di lasciare la Terra, dovevo ritornare. Non appena ebbi sentito queste parole, la visione finì».

Se si considera con attenzione il racconto di Jung, non avremo difficoltà a individuare in esso elementi che abbiamo già incontrato in vari altri casi: un'esperienza fuori dal corpo, il luogo sacro, la dimensione diversa nella quale il protagonista agisce, una situazione di confine, simbolizzata dal medico che fa capire che non è tempo di morire, che occorre tornare indietro; oltre naturalmente a sensazioni di bellezza e di gioia.

Ma l'esperienza non finisce qui: durante le tre settimane che segui¬rono l'infarto, Jung ebbe ancora, praticamente ogni notte, echi e riflessi di questa prima esperienza cosmica. Ricordando quanto gli era stato consentito di vivere, egli scrisse di essersi sentito «come sospeso nello spazio al sicuro nel grembo dell'universo, in un vuoto smisurato, ma colmo di un intenso sentimento di felicità... E impossibile farsi un'idea della bellezza e dell'intensità dei sentimenti durante quelle visioni». E aggiunge: «Sebbene in seguito abbia ritrovato la mia fede in questo mondo, pure da allora in poi non mi sono mai liberato completamente dall'impressione che questa vita sia solo un frammento dell'esistenza, che si svolge in un universo tridimensionale, disposto a tale scopo... Posso descrivere la mia esperienza solo come la beatitudine di una condizione non temporale nella quale presente, passato e futuro siano una sola cosa».

La realtà terrena era apparsa a Jung come «una sorta di prigione, fatta per scopi ignoti, che aveva una specie di potere ipnotico, che costringeva a credere che essa fosse la realtà, nonostante si fosse conosciuta con evidenza la sua nullità».

Jung affermò anche che solo dopo la malattia aveva scritto le sue opere principali: le intuizioni e le conoscenze derivate da quella esperienza gli avevano infuso «il coraggio di intraprendere nuove formulazioni». Dopo la malattia però era avvenuta anche un'altra cosa: «Un dir di "sì" all'esistenza, un "sì" incondizionato a ciò che essa è, senza pretese soggettive; l'accettazione delle condizioni dell'esistenza cosi come le vedo e le intendo.

«L'accettazione della mia esistenza, proprio come essa è».

Per concludere riporto l'esperienza vissuta durante un coma dalla psicologa romana Laura Boggio Gilot, che oltre a narrare le proprie visioni e sensazioni ha anche voluto commentare la propria "avventura" nell'altra dimensione.

«L'esperienza di morte riguarda uno stato di coscienza "transpersonale" ovvero oltre i confini dell'ordinaria personalità, in cui l'identità trascende il senso dell'io incapsulato nel corpo e il contesto empirico della coscienza razionale. Nell'esperienza di morte si accede a un reame non percepibile sensorialmente, che è essenzialmente un reame di bontà, verità e bellezza. Lo stato di coscienza transpersonale non comporta identificazioni con limiti spaziali e temporali, in quanto l'ambito della realtà oggettiva è sperimentato come arbitrario e la discontinuità della materia è sperimentata come un'illusione. Nel caso personale, l'esperienza della morte è cominciata con l'attutimento della percezione sensoriale e con la conseguente consapevolezza di morire vissuta senza paure o emozioni particolari. 

Alla consapevolezza di morire ha fatto seguito l'uscita dal corpo fisico e la visione di quest'ultimo come un involucro distante e separato dalla coscienza. Successivamente ho sperimentato il distacco dalle emozioni e dai pensieri, che sono apparsi come diversi "corpi" indipendenti dalla mia coscienza. A questa esperienza ancora descrivibile è seguita un'immersione in una dimensione ineffabile che è al di là di qualsiasi concettualizzazione e verbalizzazione. In questa fase si sperimenta l'ingresso illimitato in una realtà trascendente che è unitaria, eterna e infinita, essenza di bene e di conoscenza. La coscienza cosmica che ne deriva rientra nella visione unitaria, ordinata e armonica dell'universo e nella consapevolezza della propria appartenenza a questa perfezione».

Quanto alle conseguenze di questo tipo di esperienza, Laura Boggio Gilot così si esprime:

«Il ritorno alla vita dopo un'esperienza di morte comporta una rivoluzione nel contesto della conoscenza della realtà e delle motivazioni individuali. Le implicazioni del "viaggio" oltre il sensibile e oltre i confini dell' io sono cognitive ed etiche. Dal punto di vista cognitivo il senso della propria identità si dilata fino a includere la realtà trascendente: questo vanifica la paura della morte e conferisce al senso della vita il colore dell'eternità. La visione dell'esistenza quale realtà che trascende i confini del corpo e della mente concreta porta a una modificazione dei propri bisogni e delle proprie mete, che si indirizzano nel senso della conoscenza e del bene. A mio giudizio, dal punto di vista di una valutazione scientifica dell'esperienza di morte, questo tipo di consapevolezza in assenza di ordinario funzionamento cerebrale dimostra che esiste un'attività della mente al di là dei confini organici del cervello. 

Anche se le coordinate sensoriali e razionali sono cadute, la coscienza continua a esistere e si espande a possibilità transrazionali che hanno un voltaggio assai superiore a queste ultime.

«Quello che mi sembra importante è la coincidenza, nell'esperienza di morte, tra ingresso in un reame trans -sensibile e cognizione di perfezione e ineffabile gioia, che rende chiaro il senso dell'interpretazione mistica dell'incontro con Dio. Credo che sia proprio questo tipo di "divino contatto" che non permette più a una persona che "ritorna" di vivere come prima, e ineluttabilmente fa slittare le motivazioni individuali da una posizione egocentrica a una cosmocentrica».

Fonte: www.neardeath.it

PRE-MORTE

Il fenomeno denominato Near-Death Experiences (NDE) oppure Stato di Pre-Morte (SPM) o Esperienze di Pre-Morte (EPM), solitamente si verifica nei soggetti che dopo aver avuto un trauma fisico che avrebbe dovuto portarli alla morte (a causa di arresto cardiaco spontaneo, di un grave incidente, o durante un intervento chirurgico) sono sopravvissuti. Moltissime di queste persone, in tali occasioni sono state dichiarate clinicamente morte, perchè oltre ad avere il battito cardiaco totalmente assente, non presentavano più alcuna attività cerebrale (EEG). Ciononostante, inspiegabilmente, dopo svariati minuti (a volte anche ore, vedi caso Rodonaia in “La pagina degli amputati), una volta tornati alla vita, riferiscono ai medici, agli infermieri, ai parenti e agli amici dei ricordi straordinari: mentre erano “clinicamente morti”, avevano continuato ad avere la percezione visiva e sonora di quello che stava accadendo attorno a loro ed anche in luoghi molto distanti da quello in cui era stato collocato il corpo. Più precisamente, una volta “risvegliati”, hanno descritto dettagliatamente quello che avevano fatto e detto i primi soccorritori e poi gli infermieri ed i medici, mentre tentavano di rianimarli, ed anche ciò che amici e parenti compivano, dicevano o pensavano, mentre si trovavano all’interno delle rispettive abitazioni o al lavoro.

Negli ultimi trentacinque anni, a livello mondiale, l’interesse per queste esperienze in ambito scientifico è stato sollevato da Raymond A. Moody (precedentemente altri studiosi se ne erano occupati - in particolare Frankl e Potzel - mostrando però maggiore interesse nei confronti dell’evento morte e non per l’esperienza premortale), egli è ritenuto il massimo divulgatore degli studi sulle NDE. Moody fu il primo a raccogliere dati sulle NDE, rendendoli pubblici durante le sue conferenze e tramite i suoi libri; il primo libro, “La Vita Oltre La Vita”, è ancora oggi un testo fondamentale per tutti coloro che si sono occupati e si interessano del fenomeno. In “La Vita Oltre La Vita” Moody lanciò una sfida a tutti gli studiosi di medicina, a cui chiedeva di impegnarsi maggiormente nelle ricerche concernenti le esperienze vissute in punto di morte (Raymond Moody, è nato in Georgia nel 1944; nel 1969 si è laureato in Filosofia e successivamente in Medicina e in Psichiatria. Ha insegnato per tre anni etica, logica e filosofia del linguaggio alla East Carolina University. Ha anche insegnato Psicologia al Western Georgia State College di Carrollton, un istituto che ha un reparto di psicologia in cui si enfatizza lo studio del paranormale. Il Western Georgia State College, non ignora la terapia cognitiva, ma su volere del suo fondatore William Roll, sin dagli anni Sessanta organizza corsi sui fatti inspiegabili, tra essi vi sono corsi sull’astrologia, sulle esperienze di Pre-Morte, sui fantasmi, unitamente a quelli sull’ipnosi, sull’auto-ipnosi e sulla moderna psicoterapia sciamanica. Attualmente è titolare della Cattedra “Bigelow” per gli Studi sulla Coscienza di Las Vegas).

Da allora molti studiosi si sono cimentati in questa ricerca e, mentre i non addetti ai lavori erroneamente pensano che essa sia relegata al pensiero esoterico o occultista, in realtà la questione è dibattuta soprattutto in ambito accademico e le rare volte che sono state prese in esame tesi esoteriche, lo si è fatto per invalidarle. I più agguerriti contro le tesi esoteriche sono i parapsicologi che, pur ammettendo l’esistenza di fenomeni paranormali, sono impegnati a cercarne le cause scientifiche per poterli riprodurre in laboratorio, seguendo i canoni della scienza empirica.

FASI CARATTERISTICHE DEL FENOMENO NDE

Di seguito vengono descritti i vissuti (ovvero le esperienze soggettive, simili tra loro, dei soggetti che hanno sperimentato la NDE.) e che sono maggiormente tenuti in considerazione dai ricercatori di tutto il mondo che operano in ambito medico, farmacologico, psichiatrico, psicologico, psicofisiologico e parapsicologico.
Per alcuni studiosi la presenza di uno o più di tali elementi è sufficiente per determinare la NDE, mentre per altri sono valide le fasi evidenziate dal test elaborato da Bruce Greyson. 

Sensazione della morte
Molte persone non realizzano immediatamente che l’esperienza che stanno vivendo ha a che fare con la morte. Raccontano d’essersi trovate a fluttuare al di sopra del loro corpo, d’averlo guardato a distanza e d’avere improvvisamente provato paura e/o imbarazzo. In questa situazione arrivano a non riconoscere come proprio il corpo che vedono dall’alto, spesso la grande paura iniziale cede il posto alla chiara consapevolezza di quanto sta accadendo. Mentre si trovano in questo stato, le persone sono in grado di comprendere quello che medici ed infermieri si comunicano, anche se non hanno alcuna cultura medica, ma quando tentano di parlare con essi o con altre persone presenti, si rendono conto che nessuno riesce a vederli né a sentirli. Allora cercano di attirare l’attenzione dei presenti toccandoli, ma quando lo fanno, le loro mani passano direttamente attraverso il corpo del medico o infermiera.  Dopo avere tentato di comunicare con gli altri, generalmente provano un maggiore senso della loro identità, e a questo punto la paura si trasforma in beatitudine, ed anche in comprensione. 

Senso di pace e assenza di dolore
Finché la persona resta nel suo corpo può vivere un’intensa sofferenza, ma quando lo abbandona sopravviene un grande senso di pace e di assenza del dolore. 

Il tunnel 
Questa esperienza solitamente subentra dopo che è stata sperimentata quella dell’abbandono del corpo (fisico).  La persona si trova di fronte ad un tunnel, oppure davanti ad un portale e si sente spinta verso le tenebre. Dopo avere attraversato questo spazio buio, entra in una luce splendente. Alcune persone invece di entrare nel tunnel dicono d’essere salite lungo una scalinata. Altri hanno affermato d’avere visto delle bellissime porte dorate, che indicano il passaggio in un altro regno. Alcuni soggetti hanno dichiarato che, nell’entrare nel tunnel, hanno sentito un sibilo o una specie di vibrazione elettrica oppure un ronzio. L’esperienza del tunnel non è una particolare scoperta degli attuali ricercatori, infatti già nel quindicesimo secolo, Hieronymus Bosch nel dipinto che ha per titolo “Visioni dell’aldilà:  Il paradiso terrestre - L’Ascesa all’Empireo”, descrive quello che solitamente racconta chi ha vissuto una NDE.

Gli Esseri di Luce
Una volta superato il tunnel, generalmente la persona riferisce d’avere incontrato degli “esseri” che brillano di una stupenda luce, che permea ogni cosa e riempie il soggetto d’amore. In questa dimensione, luce e amore sono la stessa cosa; la luce è descritta come molto più intensa di qualsiasi altra conosciuta in Terra, non è accecante ma è calda, stimolante, viva. Oltre alla intensa luce, molte persone raccontano di avere incontrato amici o parenti (precedentemente deceduti) contraddistinti da corpi luminosi ed eterei; di avere visto bellissime scene pastorali e città fatte di luce la cui grandiosità è indescrivibile.
In questa situazione la comunicazione non si svolge come al solito a parole, ma “telepaticamente”, è una comprensione immediata. 

Il Supremo Essere di Luce
Dopo avere incontrato diversi esseri di luce, generalmente, la persona “clinicamente deceduta”, incontra un essere che definisce il “Massimo Essere di Luce”. Chi ha avuto un’educazione cristiana spesso lo identifica con Dio o Gesù; coloro che professano altre fedi lo chiamano Buddha o Allah. Gli atei riferiscono che non si tratta di Dio e neppure di Gesù, ma è un essere sacro. Tutte le persone dichiarano che si tratta di un essere che emana amore e comprensione assoluti. Quasi tutte le persone dicono di avere desiderato di restare per sempre con lui, desiderio che però non può essere soddisfatto e, solitamente, uno degli esseri di luce (parenti defunti ecc.) o il Massimo Essere di Luce, dopo che il soggetto ha riesaminato la sua intera vita, lo invita (o gli ordina) di rientrare nel suo corpo terreno. 

Visione panoramica della vita
Quando ciò avviene non vi sono più contorni materiali, ma solo una visione panoramica a colori e a tre dimensioni, di ogni singola azione compiuta dal soggetto in stato di NDE, durante la vita. Solitamente questa situazione si verifica nella prospettiva di una terza persona, non si svolge nel tempo da noi conosciuto ma l’intera vita del soggetto è presente contemporaneamente. In questa condizione si rivedono le azioni buone e cattive compiute fino a quel momento, e si percepisce immediatamente l’effetto che esse hanno procurato sul prossimo. Durante tutto il tempo in cui il soggetto riesamina la sua vita, l’Essere di luce gli resta accanto, gli pone delle domande (ad esempio che cosa ha fatto di bene nella sua vita), l’aiuta a compiere la revisione e a sistemare (in prospettiva) tutti gli eventi della sua vita. Le persone che hanno vissuto una NDE si convincono che la cosa più importante della vita è l’amore, seguito (per la maggior parte di loro) dalla Conoscenza. Mentre i sopravvissuti rivedono i momenti della loro esistenza in cui hanno imparato qualcosa, l’Essere di luce sottolinea che, oltre all’amore, una delle cose che si può portare con sé al momento della morte è la conoscenza. Generalmente quando la persona torna in vita, ha un gran desiderio di approfondire le sue conoscenze intellettuali, spesso diventa un avido lettore anche se, nel suo recente passato, non amava studiare, oppure si iscrive a corsi che gli permettono di approfondire argomenti da lui mai prima trattati. 

Rapida ascesa al cielo
Non tutte le persone che hanno vissuto una NDE fanno l’esperienza del tunnel, alcune invece raccontano d’essersi sentite fluttuare, di essere salite rapidamente al cielo e di aver visto l’universo dalla stessa prospettiva dei satelliti e degli astronauti. 

Riluttanza a tornare in vita
L’esperienza di Pre-Morte è talmente piacevole che molte persone non vorrebbero tornare indietro e, spesse volte, sono molto adirate con i medici che le hanno fatte ritornare. E’ però una reazione momentanea e, solitamente dopo una settimana (anche se rimpiangono lo stato di beatitudine vissuto durante la NDE), sono felici d’avere avuto l’opportunità di continuare a vivere. La maggior parte delle persone riferisce che, se avesse dovuto pensare solo a se stessa, sarebbe rimasta nell’altra dimensione. Tutti dichiarano che sono ritornati per amore dei loro bambini oppure per i genitori o i coniugi.

Differente percezione spazio - temporale
Tutte le persone che hanno sperimentato l’esperienza di Pre-Morte raccontano che in quella dimensione il tempo è notevolmente compresso e assolutamente diverso da quello segnato dagli orologi; spesso viene descritto come l’esperienza o il senso dell’eternità. Durante la NDE, generalmente i confini imposti dallo spazio nella vita quotidiana scompaiono. Infatti, se la persona (ritenuta da medici ed infermieri morta) vuole recarsi in uno specifico posto, può farlo semplicemente pensando di esservi. Alcuni soggetti hanno riferito che, mentre si trovavano fuori dal corpo ed osservavano il lavoro svolto dai medici nella sala operatoria, se volevano vedere i loro parenti, era sufficiente che desiderassero spostarsi nella sala d’aspetto o raggiungere l’abitazione o il luogo in cui si trovavano.

Tratto da: http://www.vspace.it/adryvel/nde.htm

Uno studio sulla PRE morte
Kevin Nelson dell'Università del Kentucky ha studiato 55 volontari che lo avevano già vissuto, confrontandoli con lecaratteristiche di altri 55 "normali" e pubblicando lo studio su Neurology di marzo 2006. Ha scoperto nei primi 55 una tendenza maggiore della media ad attivare le zone del cervello responsabili della fase REM che corrisponde a quella dei sogni. In questi, l'attivazione può accadere anche da svegli nel 60% dei casi, mentre nell'altro gruppo, è solo del 24%. Si è anche scoperto che piccole stimolazioni elettriche di una parte del cervello vicina all'orecchio destro, fanno partire l'esperienza di uscita dal corpo nelle persone predisposte.

ANALISI DEL FENOMENO PRE-MORTE

L'analisi delle esperienze di pre-morte e l'inconsistenza delle interpretazioni materialistiche classiche Per cercare di inquadrare le esperienze di pre-morte in uno schema riduzionistico e scientitista si sono elaborate finora due teorie. La prima é quella che chiama in causa delle disfunzioni cerebrali che avverrebbero quando un uomo sta morendo; secondo tale teoria il cervello produrrebbe delle sostanze chimiche che sarebbero responsabili dell'esperienza di pre-morte, vista in questo caso come una sorta di allucinazione. In effetti esperienze molto simili a quelle di pre-morte possono essere sperimentate in seguito all'assunzione di sostanze allucinogene naturali o artificiali, ad esempio la ketamina (utilizzata come principio attivo dei farmaci antidolorifici) e l'ibogaina (alcaloide estratto dalla pianta eboga ed utilizzata da milioni di centroafricani aderenti alla società Bwiti). Se la propria filosofia di riferimento é quella scientista è comprensibile che si cerchi in ogni maniera possibile una spiegazione del fenomeno all'interno di tale schema interpretativo, e quindi si ritenga che l'intossicazione causata da farmaci e droghe come la disfunzione cerebrale causata dalla cessazione delle attività vitali porti a sperimentare allucinazioni dello stesso tipo.

Il primo problema che presenta una tale teoria é però che tutte le persone, a prescindere dal sesso, dall'età, dall'etnìa e dalla provenienza geografica, riferiscono esperienze che ripercorrono uno schema fin troppo simile: la sensazione di percepire Sè stessi come esseri disincarnati, di uscire dal proprio corpo e di guardarlo dall'alto in basso, di attraversare un tunnel luminoso, di ritrovarsi in una sorta di altra dimensione dell'esistenza (l'aldilà) e di ricongiungersi con amici e parenti deceduti.

Non é facile spiegare come mai il nostro cervello debba essere stato programmato ad avere allucinazioni di questo tipo ogni volta che si trovi in uno stato di sofferenza pre-morte o di intossicazione da certe sostanze psico-attive. Se poi ci riferiamo al modello evoluzionista dominante del neo-darwinismo (il quale, come ho già spiegato, non é assolutamente attendibile) si dovrebbe immaginare una sorta di vantaggio adattivo collegato allo sviluppo della capacità di percepire tali visioni. E quale sarebbe tale vantaggio, ad esempio nel caso dell'esperienza di pre-morte, se subito dopo l'organismo cessa di vivere ?

La teoria scientista che vede l'esperienza di pre-morte come una sorta di allucinazione dovuta ad un malessere (disfunzione cerebrale dovuta al deterioramento delle capacità cerebrali in prossimità della morte ovvero intossicazione da sostanze psico-attive) non riesce certo a spiegare l'uniformità delle visioni/allucinazioni di persone di qualsiasi provenienza geografica e appartenenti ai più disparati contesti culturali. Tale teoria non riesce tanto meno a spiegare come mai in prossimità della morte le persone che vivono un'allucinazione invece di avere visioni inerenti a qualche esperienza o desiderio del tutto personale sognano tutte di quel tunnel di luce.

Appellarsi al caso, alla coincidenza fortuita, lo sappiamo bene, é una delle patetiche strategie che i negazionisti delle esperienze paranormali utilizzano nel tentativo di arrampicarsi sugli specchi, anche se sono poi contraddetti dagli esperimenti. "Curiosamente" la stessa strategia viene utilizzata da chi cerca di spiegare la nascita e l'evoluzione della vita sul nostro pianeta nonostante sia noto che l'aggregazione casuale degli elementi di cui é composto il più piccolo e semplice dei batteri procarioti.

Una debole stampella a tale teoria puramente fisiologica, potrebbe venire dall'interpretazione psicologica secondo la quale le visioni che gli esseri umani sperimentano durante le esperienze di pre-morte (o NDE) rappresenterebbero un meccanismo inconscio di difesa dall'atavica paura della morte basato sull'elaborazione di immagini rassicuranti quali il tunnel, la luce, l'incontro coi cari estinti.

Ancora una volta bisognerebbe comprendere come mai ogni uomo (di qualunque età, sesso, estrazione culturale e provenienza geografica) in condizioni di pre-morte dovrebbe attuare gli stessi meccanismi di difesa psicologica; saremmo quindi portati a concludere che tali meccanismi psicologici dovrebbero essere geneticamente determinati ritrovandoci ancora una volta a chiederci quali vantaggi potrebbe rappresentare (all'interno della visione scientista dell'evoluzionismo darwiniano) lo sviluppo di un tale programma di protezione psicologica attuato in punto di morte e quindi svincolato dalla selezione naturale e dalla trasmissione di un cambiamento adattivo alle generazioni successive.

Se proprio volessimo dare credito all'interpretazione psicologica dovremmo al contempo negare ogni valore all'evoluzionismo neo-darwinista e abbracciare uno schema evoluzionistico completamente differente nel quale si prendono in considerazioni le scoperte della nuova biologia che ridanno forza alle intuizioni di Lamarck e soprattutto i campi morfici ipotizzati da Rupert Sheldrake. Per altro come osserva giustamente Stefano Beverini nel suo interessante articolo Riscontri oggettivi nella fenomenologia soggettiva delle near deth experiences:

A complicare ulteriormente le cose, però, vi sono le esperienze di N.D.E. nei bambini, come quelle raccolte da Melvin Morse e da Raymond Moody. Tale argomento assume un significato del tutto singolare. I bambini, infatti, pur essendo privi delle costruzioni mentali degli adulti e non avendo quindi ben chiari i concetti di vita, morte e aldilà, stranamente riferiscono esperienze simili e analoghe a quelle degli adulti medesimi, e questo sin dalla più tenera età. E tutto ciò è alquanto strano, considerando che la percezione della morte nei bambini dovrebbe essere diversa. Ciò escluderebbe l'ipotesi dei meccanismi di difesa e delle proiezioni di fantasie.

A proposito delle NDE nei bambini traggo dal sito ildiogene.it queste altre interessanti informazioni. Dobbiamo soprattutto al pediatra americano Melvin Morse la raccolta di numerosi casi di tali esperienze che riguardano bambini dai 3 agli 11 anni. Morse, inizialmente scettico su una interpretazione extra-corporea del fenomeno, dopo aver studiato molta della letteratura disponibile sull'argomento, e dopo aver esaminato molti casi di NDE nei bambini, giunse alla conclusione che le diverse spiegazioni tendenti a ricondurre le esperienze ai fenomeni fisici del cervello erano inadeguate. Secondo Morse, il fatto che un bambino clinicamente morto sia in grado di raccontare (a parole o con disegni) con ricchezza di particolari le diverse fasi della sua rianimazione, di descrivere le persone che si sono avvicendate accanto a lui, o addirittura di descrivere i nonni, morti prima della sua nascita, avendoli incontrati mentre era del tutto incosciente, chiama in causa una realtà diversa da quella a cui siamo abituati.

In ogni caso la teoria fisiologica e quella psicologica sono state da tempo contraddette, o meglio falsificate (secondo l'accezione popperiana) dalla registrazione di alcune esperienze di pre-morte nelle quali le persone "momentaneamente-morte" vedono ciò che fisicamente non potrebbero mai vedere, sia che di quanto accade in prossimità del proprio corpo che di quanto avviene in altri posti distanti, con manifestazioni di chiaroveggenza.

Prendiamo ad esempio il caso di una donna che ha vissuto un'esperienza di pre-morte durante un'operazione per l'ernia all'Ospedale dell'Università della Florida:
"All'improvviso, mi parve di destarmi, e mi trovai come fluttuante all'altezza del soffitto. Mi sentivo benissimo, anche se un po' eccitata al pensiero di poter osservare ciò che i chirurghi si apprestavano a fare. [descrive accuratamente lo svolgersi dell'intervento]. Chi aveva parlato, ricorrendo a termini tecnici che non ricordo, gridò che stava succedendo qualcosa e che la mia respirazione si era paurosamente rallentata. Pronunciò parole come arresto o blocco. Poi quasi urlò: 'Chiudere!'. A quella specie di ordine affrettarono le operazioni, tolsero pinze e divaricatori e presero a cucire in fretta l'incisione (.). A quel punto mi recai nella hall. Mi trovavo certamente a ridosso del soffitto, perché distinguevo con chiarezza le lampade fluorescenti. Da allora in poi non rammento altro, salvo il fatto di essermi destata in un'altra stanza. Accanto a me scorsi uno dei medici che mi avevano operata; non l'avevo mai visto prima, ma lo riconobbi subito." [Dal libro "Dai confini della vita" (Longanesi, 1983) del cardiologo americano Michael Sabom che ha raccolto tale testimonianza, citato nell'articolo la_vita_dopo_la_vita di Carlo De Carli su questotrentino.it]

Un tipico caso di chiaroveggenza in uno stato di pre-morte é quello riferito da Raymond Moody: "Ero gravissimo, in punto di morte per problemi di cuore, e contemporaneamente, in un altro reparto dell'ospedale, mia sorella stava morendo di coma diabetico. Lasciai il mio corpo e mi spostai in un angolo della stanza, da dove vedevo tutto dall'alto. Improvvisamente, mi trovai a chiacchierare con mia sorella, che si trovava lassù insieme a me, e alla quale ero molto legato. Eravamo nel pieno di una conversazione su quel che accadeva laggiù, quando lei cominciò ad allontanarsi. Cercai di seguirla, ma lei continuava a dirmi di restare dov'ero. 'Non è la tua ora' - mi disse - Non puoi venire con me, perché non è ancora il momento'. E cominciò a retrocedere lungo un tunnel, lasciandomi solo. Quando mi svegliai, dissi al medico che mia sorella era morta. Dapprima negò, ma poiché insistevo, mandò un infermiere a controllare: come ben sapevo, mia sorella era morta".

Elisabeth Kubler-Ross, psichiatra svizzera che esercitava la sua professione negli Stati Uniti si é interessata molto al fenomeno delle NDE negli anni '80, studiando anche quello che avveniva alle persone cieche che sperimentavano la pre-morte, scoprendo che sia i ciechi dalla nascita che le persone diventate cieche in un periodo successivo percepivano perfettamente la realà esterna durante le esperienze di pre-morte.

Sappiamo benissimo come a categoria degli psichiatri sia generalmente legata allo scientismo ed alla sua visione materialistica della realtà, eppure la Kubler-Ross non ha remore ad ammettere che: "Abbiamo interrogato molte persone cieche che ci raccontarono la loro esperienza di pre-morte. Non solo seppero dirci chi era entrato per primo nella stanza, chi si diede da fare per la rianimazione, ma ci descrissero in dettaglio il vestiario dei presenti". Dal libro
La morte e la vita dopo la morte di Elisabeth Kubler-Ross.

Simili testimonianze tolgono ogni validità alle interpretazioni puramente materialistiche del fenomeno delle NDE in quanto siamo costretti ad accettare quanto meno che l'avvicinarsi della morte (così come l'ingestione di alcune sostanze psico-attive) fa sì che la mente umana acceda a delle sue potenzialità extrasensoriali. Ma se siamo così costretti a dare credito alla reale esistenza delle capacità extrasensoriali dovremmo anche pensare che le visioni di quell'aldilà ove le anime si sentono colme di benessere e ritrovano i loro cari estinti. L'unica scappatoia praticabile consisterebbe nell'ipotizzare che la sofferenza cerebrale in prossimità della morte, così come l'ingestione di alcune droghe, alteri la chimica del nostro cervello in maniera tale da rendere possibili delle reali esperienze paranormali ma generando anche alcune allucinazioni assolutamente irreali.

Piuttosto che praticare simili percorsi tortuosi arrampicandoci sugli specchi, ritengo sia molto più semplice e realistico ammettere che esiste un qualcosa (che lo si chiami anima, coscienza disincarnata, corpo astrale o spirito) che non é fisico (nella comune accezione di tale parola) e che pur essendo associato al nostro corpo se ne può anche distaccare non solo in occasione della morte, ma anche in seguito all'ingestione di alcune sostanze, nonché durante le esperienze di pre-morte ed altre esperienze extra-corporee (dette spesso OBE, ovvero Out of Body Experience, Esperienze Fuori dal Corpo). Una via per intraprendere tali esperienze di viaggio fuori dal corpo sono anche i sogni lucidi, che spesso permettono di sperimentare delle esperienze extra-corporee, come spiega anche T.W. Rinpoche nel suo libro Lo yoga tibetano del sogno e del sonno, ma c'è anche chi propone degli esercizi e delle pratiche ben precise per sperimentare i viaggi fuori dal corpo o viaggi astrali.

Carlos Castaneda nei suoi libri racconta di come lo sciamano Don Juan lo abbia iniziato a sperimentare visioni ed esperienze extra-corporee dapprima tramite la somministrazione di droghe e poi tramite l'addestramento nella cosiddetta "arte del sognare" (il collegamento coi sogni lucidi è ovviamente immediato), ma molto più interessante reputo al proposito il libro Sciamani di Graham Hancock, alla cui disanima saranno dedicati alcuni prossimi articoli.

Tratto da: scienzamarcia.blogspot.com

Studi sulle NDE sono stati pubblicati su riviste di anestesiologia e rianimazione (come Resuscitation) o su riviste di psicologia. Per la prima volta una ricerca su questo fenomeno è pubblicata da Lancet (2001; 358: 2039).

Lo studio è stato effettuato da Pin Van Lommel e suoi collaboratori, i cardiologi dell'ospedale di Arnhem in Olanda. Gli autori hanno organizzato lo studio incuriositi dal fatto che nella letteratura specifica i fenomeni NDE sono molto simili a prescindere dalla provenienza geografica e dalle credenze religiose dei soggetti coinvolti. Lo studio olandese è però il primo studio prospettico (e non retrospettivo) sull'argomento. Tutti i pazienti che venivano rianimati dopo arresto cardiaco venivano intervistati per sapere se avevano avuto una NDE. In totale sono stati arruolati 344 pazienti. Solo 62 pazienti (il 18 per cento) ha avuto una NDE, 41 hanno avuto una "core" experience cioè una esperienza di intensità particolarmente forte. Tutti erano stati trattati allo stesso modo.

All'interno dei pazienti che hanno avuto una NDE sono stati descritti alcuni elementi tipici della NDE:

Consapevolezza di essere morti: nel 50 per cento dei casi di NDE
Emozioni positive (no paura della morte): 56%
Out-of-body experience (OBE): 24%
Sensazioni di muoversi all'interno di un tunnel: 31%
Luce intensa ma non dolorosa: 23%
Osservazione di colori: 23%
Osservazione di un paesaggio celestiale: 29%
Incontro con persone decedute: 32%
Rivisitazione di tutta la vita: 13%
Presenza di un limite da oltrepassare: 8%

Gli elementi delle NDE corrispondono con quelli descritti in letteratura. 

Gli autori fanno notare che siccome le NDE si verificano solo in una minoranza di casi non è probabile che siano la conseguenza di uno stato di ipossia cerebrale, una delle più comuni spiegazioni del fenomeno. Non è nemmeno probabile che si tratti di un effetto dei farmaci utilizzati per la rianimazione perché a tutti i pazienti è stata data la stessa terapia.
Alcuni elementi delle NDE (OBE, visione di luci, ricordo di episodi della vita) si riscontrano in alcuni tipi di fenomeni neurofisiologici: stimolazione del lobo temporale durante neurochirurgia, ipossia cerebrale dovuta a forti accelerazioni (addestramento di piloti d'aereo), iperventilazione da manovra di Valsalva, uso di sostanze allucinogene (LSD, psilocarpina, mescalina).

Ma, dice Van Lommel, con le NDE siamo di fronte a una fenomenologia differente: gli episodi della vita non si presentano slegati tra di loro ma appaiono come una "panoramica" di tutta la vita. Inoltre, negli altri fenomeni neurofisiologici non viene percepito quel senso di felicità e di assenza di paura della morte.

L'Ipotesi della trascendenza
Van Lommel avanza un'ipotesi, detta appunto della "trascendenza". La NDE potrebbe essere un particolare stato di coscienza nel corso del quale il senso di identità, la cognizione e l'emotività funzionano indipendentemente dal corpo. Sono per così dire staccate dal corpo e disposte su un piano trascendente. Sarebbe inoltre in funzione una forma di percezione extra-sensoriale. Quest'ultimo fenomeno, da verificare con ulteriori studi, è particolarmente significativo nei casi di OBE. In letteratura esiste un'aneddotica di pazienti ciechi, che dopo rianimazione, hanno descritto le caratteristiche della sala in cui si trovavano quando non erano coscienti. Van Lommel riporta il caso di un uomo che ha descritto una OBE, dichiarando di aver visto dall'esterno un infermiere togliergli la dentiera (era incosciente quando è accaduto) e di essersi impegnato per far sapere ai medici che non era ancora morto (i medici all'inizio erano pessimisti e discutevano sulla scelta di continuare la rianimazione). L'autore scrive: «Come può essere sperimentata una chiara coscienza extra-corporea quando abbiamo le prove elettroencefalografiche che il cervello non sta funzionando ?» Van Lommel conclude dicendo che le ricerche in quest'ambito devono concentrarsi sugli elementi verificabili delle NDE, come le OBE.

La critica dell'editorialista
L'editoriale di accompagnamento è firmato da Cristopher French, della Anomalistic Psychology Research unit dell'università di Londra. French prende in esame la tesi di fondo di Van Lommel, secondo la quale i risultati dell'indagine richiedono una profonda revisione di alcuni assunti relativi ai rapporti tra coscienza e funzione cerebrale. In particolare, Van Lommel non si spiega come un soggetto possa percepire alcune cose mentre il suo Eeg è piatto. French fa però notare che esiste una spiegazione alternativa: non si può escludere che quelle esperienze di NDE siano dei falsi ricordi. Dopo la rianimazione il cervello è tornato a lavorare e ha costruito un passato prossimo che in realtà non è mai esistito. Il cervello cerca di coprire le lacune ("fill the gap") dovute a un periodo di inattività corticale. Anche le OBE potrebbero essere una costruzione a posteriori del cervello.

Come proseguiranno le ricerche
French ritiene la ricerca di Val Lommel particolarmente importante anche se sostiene che è ancora presto per poter sostenere l'ipotesi della "trascendenza". Concorda con Van Lommel che bisogna concentrarsi sulla raccolta di informazioni verificabili e in particolare sulle OBE. Poco prima dell'indagine degli olandesi è stata pubblicato uno studio analogo firmato da Parnia e Fenwick su Resuscitation. I risultati sono sovrapponibili; in più, Parnia e Fenwick hanno introdotto un nuovo metodo. Mentre il paziente è incosciente e l'Eeg è piatto tirano fuori un oggetto che in sala di rianimazione non dovrebbe esserci (per esempio un pallone di calcio). Se il paziente sopravvive gli chiedono che cosa ha visto. Questa sarebbe una prova che la OBE è un'esperienza reale, che avviene mentre il cervello del paziente non è in funzione: l'ipotesi della trascendenza potrebbe trarne grande giovamento. Sfortunatamente, Parnia e Fenwick hanno eseguito l'operazione solo su quattro pazienti e nessuno dei quattro ha riferito una OBE. Tutti, anche French, concordano sul fatto che i prossimi esperimenti devono essere di questo tipo. 

Testimonianza di una persona che ha provato il ricordo delle esperienze passate nell'attimo di un pericolo mortale:

"Ho letto e ho visto che si cita anche il "life review", ossia il fatto di rivedere in pochi istanti tutta la propria vita. Devo dire di aver provato personalmente questa esperienza in una situazione di estremo pericolo durante un incidente stradale, e si tratta effettivamente di una sensazione stranissima. Non sono un medico quindi non saprei dire quali cause biochimiche inneschino questo effetto, pero' il risultato e' quello di riuscire a pensare a una velocita' straordinariamente alta. Da quando ho avuto quell'esperienza ho capito realmente cosa si intende quando si dice che usiamo solo una piccola percentuale delle nostre capacita' mentali. In un decimo di secondo, forse anche meno, sono riuscito a pensare a talmente tante cose, esperienze passate, persone, ricordi, sensazioni, preoccupazioni e propositi per il futuro, considerazioni sulla situazione presente, rimpianti, speranze, il tutto con una dovizia di particolari incredibile, che tuttora, ad anni di distanza, rimango allibito, soprattutto nel constatare che impiego non meno di venti minuti a ripercorrere l'intero insieme di tutti quei pensieri fatti in un istante. Se qualcuno conosce meccanismi biochimici alla base di questo effetto si faccia avanti, mi interesserebbe molto conoscerli".
By Karamel

Giuseppe Genovesi è specializzato in endocrinologia e psichiatria e ha condotto studi su NDE, sviluppatesi in soggetti ciechi fin dalla nascita. Per introdurre la sua relazione descrive la serie di disturbi della percezione sensoria con rilevanza semiologica.

1) PSEUDOALLUCINAZIONI - rappresentazioni mentali piuttosto intense. Sono riconosciute come prodotto del cervello e non portano al delirio.

2) ALLUCINOSI - è la percezione di un oggetto non identificato. Hanno carattere di fisicità e proiettano verso l'esterno le allucinazioni ma il loro giudizio di realtà è correggibile con la logica e con l'evidenza.

3) ILLUSIONI - distorsioni e completamenti non reali di un oggetto esterno reale. Possono avere carattere delirante e non correggibile con la critica e con l'evidenza.

4) ALLUCINAZIONI - percezione senza oggetto con caratteri di fisicità e di proiezione spaziale esterna. Non sono correggibili né con la logica né con l'evidenza ed hanno contenuto di autoriferimento (connotazione delirante)." Le allucinazioni sono quelle che maggiormente interessano il lato chimico.

Genovesi si sofferma sull'aspetto delirante e l'aspetto percettivo del fenomeno allucinatorio.
A Genovesi il fenomeno interessa molto in quanto la "... conditio sine qua non" è che esista una "memoria percettiva", ciò significa che per avere un'allucinazione uditiva è necessario essere capaci, fin dalla nascita, di udire; per avere un'allucinazione visiva è necessario essere capaci fin dalla nascita di vedere. Genovesi ha lavorato con ciechi fin dalla nascita. Ha potuto analizzare 14 soggetti ciechi fin dalla nascita di età fra 25 e 74 anni con esperienze NDE e li analizza con dei test del Minnesota Multiphasic Personality Inventory (forma ridotta 375 voci) e lo Start and Trait Anxiety Inventory.

"I risultati dei test hanno evidenziato due soggetti di 45 e 32 anni che hanno riferito esperienze visive durante NDE, completa di tutte le visioni che di solito fanno tutte le persone che hanno vissuto una NDE, ma non sono cieche fin dalla nascita."

Da qui le deduzioni di Genovesi secondo cui gli stati allucinatori all'interno delle NDE sono indipendenti dalla percezione visiva posseduta dal soggetto. Genovesi sembra dire che la percezione visiva prodotta dall'NDE libera il soggetto dalla cecità posseduta fin dalla nascita. L'NDE secondo Genovesi dimostra una relazione diretta anima e corpo. Dove la percezione dell'anima libera la percezione del corpo dalle sue limitatezze. Genovesi vede un grande vantaggio nell'abbandono della diffidenza da parte della scienza su effetti NDE.

Tratto da: federazionepagana.it

 STUDIO OLANDESE POTREBBE DIMOSTRARE l’ESISTENZA dell’ANIMA

Un team di ricercatori medici olandesi ha condotto per due anni, uno studio su 344 sopravvissuti ad attacchi cardiaci ed ha scoperto che più di uno su dieci aveva provato “sensazioni particolari, emozioni, visioni, o pensieri lucidi” mentre erano considerato “clinicamente morti”, vale a dire che erano al momento in stato di incoscienza, senza segni di pulsazioni, respirazione od attività cerebrale. Altri hanno riferito esperienze “fuori dal corpo”. Questo studio è ritenuto il più importante a tutt’oggi sul fenomeno delle esperienze di pre-morte (NDE) Lo studio solleva importanti quesiti riguardo alla continuazione dopo la morte della coscienza e se la mente ed il cervello possono funzionare in modo indipendente. Suggerisce anche la possibilità che vi sia una componente energetico/spirituale degli esseri umani che sopravviva alla loro morte ed indica che l’Universo avrebbe un significato e non sarebbe frutto di una casualità.
Fonte: The Lancet,
www.cosmiverse.con - 12/12/2001

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