Crimini di guerra a colpi di cataclismi.

di Carlo Stracquadaneo - tratto da "Analisi Difesa", mensile di politica e analisi militare 

Nel 1991, grazie alla “Glasnost”, fu svelato un programma di ricerca militare avviato dall’Unione Sovietica tra gli anni sessanta e settanta, destinato a provocare terremoti artificiali, causati mediante esplosioni nucleari sotterranee da sfruttare come arma di attacco preventivo, prima di un attacco convenzionale. Si trattava del programma “Kontinent”, i cui esperimenti sono forse stati la causa di numerosi terremoti registrati negli Urali in quel decennio, di cui si ricorda quello del nono grado della scala Richter, che rase al suolo la città di Gasli. Per capire l’intensità di quel terremoto, anche il sisma sottomarino della notte del 25 dicembre scorso, registrato nell’Oceano Indiano, fu del IX/Richter, causando le onde Tsunami del più grande cataclisma che l’umanità ricordi. L’enorme numero di vittime, il devastante impatto sull’economia e sulla società dei paesi colpiti, fa ricordare che in passato vennero studiate tecniche per provocare cataclismi artificiali e di conseguenza, fa pensare alle preoccupazioni internazionali per mettere al bando le tecniche di modificazione dell’ambiente “per uso militare o per qualsiasi altro uso ostile” di cui è garante la Convenzione “Enmod” adottata a Ginevra il 18 maggio 1977. 

Cercando tra le notizie riguardanti le modificazioni dell’ambiente, ho appreso che nel mese di luglio del 1975, il direttore del Centro di Ricerche geografiche del Messico, aveva accusato il governo degli U.S.A. dichiarando che gli scienziati americani, il precedente ottobre, con l’uso di ioduro d’argento, avevano deviato il corso dell’uragano Fifì allo scopo di risparmiare la Florida che era allora in piena stagione turistica. 
L’uragano Fifì aveva quindi investito l’Honduras uccidendo diecimila persone. L’intervento dell’uomo nel campo della modificazione artificiale del tempo atmosferico e degli equilibri che regolano le forze della fisica terrestre va compiendo progressivi sviluppi rivolti a beneficio dell’umanità, ma le relative tecniche di applicazione, se impiegate senza il controllo di un organismo internazionale, possono condurre a conseguenze conflittuali fra i Paesi sui quali tali modificazioni ambientali si verificano. L’interesse militare per un loro possibile impiego operativo bellico è certamente vivo. Il carattere di conflittualità e il possibile impiego di manipolazioni meteorologiche e geofisiche in campo militare sono stati chiaramente messi in evidenza dal dossier redatto nell’ottobre 2003 per il Pentagono dai climatologi Schwartz e Randall, la cui commessa è costata 100mila dollari (si veda: “Climi di guerra” C. Stracquadaneo - Analisi Difesa n. 46, giugno 2004). 

Le preoccupazioni internazionali verificatesi in questi ultimi anni, non sembrano stimolare una reazione ampia e determinata nella nostra società; fortunatamente non così nel mese di giugno 1975, quando le maggiori agenzie internazionali di stampa diedero ampia diffusione ad alcuni comunicati provenienti da Washington, Ginevra e Mosca che parlavano dell’esistenza di una nuova “Superarma”, presto identificata come “Arma meteorologica”, oggetto di negoziati al vertice fra le due più grandi potenze mondiali del tempo: Usa e URSS. Dopo trenta anni dalla firma della Convenzione “Enmod”, sarebbe necessaria l’adozione di un protocollo aggiuntivo alla “Enmod” e di conseguenza la messa al bando dell’uso e di tutte le possibilità attuali e future dello sviluppo di apparati, che potrebbero trasformarsi in vere e proprie armi meteorologiche e geofisiche. Una simile iniziativa dovrebbe essere portata all’ordine del giorno da nazioni come l’Italia, che hanno aderito al Protocollo di Kyoto e alla Corte Penale Internazionale per la repressione dei crimini di guerra e contro l’umanità. In un testo del 1983 dal titolo “Guerre non convenzionali” - una volta riservatissimo poiché redatto per la Scuola di Guerra dell’Armata Rossa - si legge un capitolo: “Scatenamento di terremoti e maremoti”. 

La sua lettura è agghiacciante, viene spiegata la possibilità di scatenare un grosso sisma nella faglia di San Andreas, per mezzo di esplosioni convenientemente effettuate nel Mar della Cina e nel Mar delle Filippine. Quel testo, preconizzava agli studenti un attacco indiretto agli Usa e la distruzione, con tale sistema, delle importanti città di Los Angeles e San Francisco. Nello stesso libro si parla della possibilità di provocare artificialmente onde Tsunami mediante una serie di esplosioni nucleari sottomarine convenientemente pianificate, per causare lo scivolamento di enormi masse di sedimenti e rocce. Purtroppo, in Russia gli esperimenti di geofisica non terminarono con la fine della Guerra Fredda e continuarono anche nella Repubblica post-sovietica. Secondo quanto dichiarato dallo scienziato Giancarlo Bove, “abbandonati i test nucleari sotterranei, diventati ormai pericolosi per l’impatto ambientale e l’inquinamento provocato dalle esplosioni, i responsabili scientifici e militari si orientarono verso la TeleGeoDinamica e i sistemi d’arma a energia diretta EM (electronic pulse weapon) per concludersi definitivamente nel 1996”. 

Durante il bipolarismo Est-Ovest entrambi i contendenti dedicarono consistenti risorse allo sviluppo di tecniche di modificazione dell’ambiente naturale o addirittura operazioni militari con l’uso diretto di forze della natura, ma è doveroso chiedersi a che punto siano giunti oggi quegli studi e quali Stati siano attualmente in possesso di tecnologie per guerre ambientali. Esistono dunque possibilità reali di condurre guerre meteorologiche e geofisiche. Le possibilità di azione sono certe; non si sa quale sia oggi l’intensità e l’ampiezza di tale operatività, ma basti considerare che negli anni settanta i progressi realizzati erano già giunti allo “stadio tattico”. Certamente il maremoto del 26 dicembre non è addebitabile ad azioni umane, ma lo scenario dello Tsunami deve farci comprendere che ogni azione strategica sul clima ed ogni scatenamento di catastrofi geofisiche, possono destare molte preoccupazioni sulle possibili conseguenze in un campo così sensibile per l’umanità. 

Ecco perché si impone la necessità di un trattato, in seno all’ONU, che vieti non solo le operazioni militari che abbiano un impatto “durevole esteso e grave” sull’ambiente naturale o che si prefiggano di modificarlo per scopi ostili, ma è necessario un divieto assoluto, che interdica tutte le azioni di intervento artificiale sull’ambiente, che non siano confacenti con il benessere e la salute dell’uomo. I tempi sono ormai maturi per una norma internazionale che regoli le applicazioni pacifiche in questo settore e garantisca che le sue potenzialità vengano rese note e sviluppate esclusivamente per il massimo beneficio dell’umanità. Interventi artificiali sull’equilibrio delle forze che regolano la fisica terrestre, dirottando la furia dei cicloni tropicali per salvaguardare il proprio territorio o modificazioni del tempo atmosferico, incrementando le precipitazioni su territori deliberatamente scelti, potrebbero portare benefici enormi all’umanità, ma esistono problemi di diritto internazionale che potrebbero nascere a causa delle potenzialità conflittuali nelle operazioni di impiego di queste tecniche e problemi sull’uso di esse come arma bellica, con conseguenze distruttive imprevedibili e non più tollerabili.

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