LA DAMA BIANCA

 

Sulla scogliera che sostiene i ruderi del vecchio castello di Duino si scorge una roccia bianca che ricorda una figura femminile avvolta da un mantello. Viveva nel castello una nobile dama e il suo signore, un castellano crudele. Una notte l'uomo la gettò dalla roccia e la sventurata , cadendo, lanciò un urlo così straziante che il cielo , impietositosi, la trasformò in roccia. Da allora , ogni notte, verso la mezzanotte, l'infelice si stacca dalla roccia e vaga per il castello alla ricerca della stanza con la culla della sua bambina. All'alba si allontana e sconsolata ridiventa pietra. 

IL MIRACOLO DELLA MADONNA DEL PANE

 

A Novoli, alla figura della Madonna di Costantinopoli, divenuta in seguito Madonna del Pane, è legato un miracolo che si tramanda da molte generazioni. …Nel 1707 il villaggio fu colpito da una terribile pestilenza che mietè migliaia di vittime. L'epidemia si diffuse rapidamente ed inutili furono le preghiere rivolte a Sant'Antonio Abate e le cure prestate in maniera artigianale.Un giorno una bellissima signora, vestita di bianco, si presentò con un pane in mano ad una ragazza di nome Giovanna. La giovane era molto povera e non sapeva né leggere né scrivere. Ogni sera accendeva una lampada davanti ad una nicchia dove si trovava l'immagine della Vergine. La bella signora si avvicinò a Giovanna, le porse del pane e le disse di portarlo dal parroco e di farlo dispensare ai morenti. Trafelata, la ragazza prese il pane, si recò dal parroco e raccontò l'accaduto. Questi, per non incorrere in qualche illusione, rimandò Giovanna alla Madonna per imparare l'Ave Maria. Di rimando la Madonna disse alla ragazza di riferirlo al parroco di aver frequentato un'ottima scuola e di essere stata diretta da un'ottima maestra. Bastarono queste poche parole per far capire al parroco che si trovava di fronte ad un miracolo e che la signora era la Madonna.Immediatamente fece visita agli ammalati e distribuì loro il "pane di Maria", raccontando quello che era accaduto a Giovanna. Miracolosamente gli infermi guarirono e nelle vicinanze della nicchia dove la ragazza vide la Madonna fu eretta una chiesa in Suo onore. 

AZZURRINA


La storia di Azzurrina, in realtà Guendalina, risale al 1375. Narra della giovanissima figlia di Ugolinuccio Malatesta, che scomparve misteriosamente all'età di otto anni, mentre giocava rincorrendo una palla di stracci all'interno della fortezza del castello di Montebello a Torriana. Questa vicenda attira ai giorni nostri centinaia di turisti che, recandosi al castello sperano in cuor loro di divenire testimoni di "qualcosa" di soprannaturale. La piccola Guendalina aveva una particolarità: era albina e a quel tempo questa particolare anomalia era considerato un segno di stregoneria e quindi frutto del demonio. Le fu affibbiato il soprannome di Azzurrina in quanto la madre, per nascondere la sua malattia le tinse i capelli di nero. Ma la tipica chioma degli albini non trattenne a lungo la tinta che colò lasciando però ai capelli un particolare riflesso azzurrino. La leggenda dice che l' ultima volta che venne vista dal suo accompagnatore la bimba stava giocando a palla all'interno del castello in quanto era una giornata piovigginosa. "Guendalina, giocava con la sua palla di stracci e scomparve nell'intento di recuperarla, all'interno di un cunicolo alla fine delle scale che portavano nei sotterranei...". Questo è il racconto delle guardie preposte alla sorveglianza della piccola; di lei rimase il solo echeggiare delle risa felici nei sotterranei. Non vennero mai ritrovati i resti della bambina e si ritiene decisamente impossibile che possa essere uscita dai cunicoli del castello in altro modo se non risalendo quelle stesse scale. Fuori le mura, imperversava un furioso temporale che si placò con la scomparsa di Azzurrina. "Risate, giochi di bimba, 12 rintocchi di campane, il battere veloce di un cuoricino", questi i fenomeni più volte uditi e registrati che si possono sentire solo in quegli anni che finiscono con lo "0" o il "5" nel giorno di solstizio. Anche alla mezzanotte del 21 giugno 2005, la leggenda di Azzurrina attirerà fiumi di persone che vorranno essere testimoni di un ennesima manifestazione misteriosa. Molteplici occultisti, studiosi, laureati e anche tecnici della rai si sono recati al castello la notte del 21 giugno 1995 per registrare i fenomeni e cercare di capirne la natura. Ma una spiegazione non e' ancora stata trovata... Le registrazioni effettuate dai tecnici Rai vengono tutt'ora fatte ascoltare durante la visita guidata al castello. 

IL LUPO MANNARO


Norman Douglas dice che nel Massese, e forse anche altrove, ci sono poche superstizioni che abbiano radici pi salde di quella del licantropo. Ogni giorno sentiamo usare l'espressione lupomannaro come una imprecazione, ed anche un bambino sa che esistono due tipi di lupo: il lupo-cane ed il lupo-cristiano. Certe persone e certi animali posseggono il dono di riuscire ad identificare, anche in pieno giorno, il versipellis quando si presenta sotto sembianze umane. Comunque, una prova certa per riconoscerlo il fatto che egli incapace di attraversare la strada di fronte ad una reliquia o ad un crocefisso ed costretto, perciò, ad indietreggiare dinanzi ad essi. In una capanna isolata, nei pressi di S. Agata, viveva un lupomannaro, cioè un povero contadino che chiamavano il lungo. Quando la luna era piena egli andava in giro, proprio come un lupo, con le mani appoggiate sulle ginocchia e, quando arrivava ad un crocevia, ululava in modo sinistro. Nelle prime ore del giorno i lupimannari si trascinano per le strade ansimanti e gementi: quello il momento buono per curarli. Se si riesce a prenderli alle spalle ed a colpirli con un pezzo di acciaio, un coltello, per esempio, esaleranno in un ululato selvaggio tutta la loro natura di lupi.

LA BOCCA DELLA VERITA'

 

È una grossa pietra circolare, che rappresenta la testa di un fauno con la bocca atteggiata ad un grido. E’ probabile che fungesse da copertura al pozzo sacro del tempio di Mercurio, sul quale i commercianti giuravano sulla loro onestà nella compravendita. A conferma di questa ipotesi è la leggenda che, a chi fosse sospettato di menzogna venisse imposto di mettere la mano nella bocca aperta del fauno, che in caso di colpevolezza gliela troncava di netto serrando le mascelle. Si racconta anche che alcuni giudici convinti, a torto o a ragione, della colpevolezza del giudicando, facessero nascondere dietro al mascherone un carnefice armato di spada, che così provvedeva ad alimentare la leggenda. 
La Bocca della Verità fu poi usata dai mariti che volevano scoprire un eventuale tradimento da parte delle spose. Questa usanza durò finché una giovane donna, che aveva effettivamente una relazione con un altro uomo nota al popolino, non trovò il modo di sbugiardare il mascherone. Sapendo che il marito l'avrebbe sottoposta alla prova della Bocca della Verità, si mise d'accordo con l'amante: il giorno dopo, questi si fece trovare lungo la strada del corteo di popolo che sempre seguiva questi avvenimenti e, fingendosi pazzo, si precipitò addosso alla giovane e l'abbracciò con impeto. Così lei poté giurare, mantenendo integra la mano, di non esser mai stata toccata da altro uomo che non fosse il proprio marito e quel povero matto di poco prima. Da allora la Bocca della Verità perse ogni virtù magica.

LA CARPA PARLANTE

 

NEW YORK - Una carpa di 20 libbre che parla. Basterebbe già questo per dare alla notizia i connotati del soprannaturale. Ma aggiungeteci che il pesce non parlava una lingua qualsiasi, bensì l'antico ebraico. E la conclusione non può esser che una. Esattamente quella della oscura setta ebraica che avrebbe assistito al miracolo: Dio ha scelto di rivelarsi nelle fattezze di una carpa. L'episodio risale al 28 gennaio scorso. Secondo il racconto di due "pescivendoli" del mercato ittico di New Square, a New York, erano le 4 del pomeriggio. La carpa stava per essere macellata, per poi esser cucinata nella cena del Sabbath, quando ha iniziato a urlare apocalittici avvertimenti in ebraico. Alcuni credono che il pesce fosse "posseduto" dall'anima di un venerato anziano della comunità. Mentre uno dei due presunti testimoni oculari dell'episodio, un certo Luis Nivelo, choccato dal pesce parlante prima sarebbe caduto, e poi fuggendo avrebbe urlato "è il diavolo, qui c'è il diavolo". Ma Luis non capisce l'ebraico. E quindi non ha compreso, come invece ha fatto l'altro testimone oculare, che le parole del pesce suonavano come un annuncio divino, dai toni apocalittici. Più o meno: "Ognuno pensi a salvarsi, perché la fine è vicina". "Due uomini non fanno lo stesso sogno", sostengono i più propendi a dar credito all'episodio. Mentre i più scettici fanno notare che la carpa parlante è una trovata presente in un episodio della amatissima fiction "Sopranos". Fatto sta che ora i 7mila fedeli della setta di Hasidim credono che Dio si sia manifestato in forma di pesce. E attraverso il passaparola la notizia ha ttraversato l'oceano. Da Brooklyn a Miami, fino a Londra e in Israele, tutti vogliono sapere del pesce parlante.

IL CASTAGNO


Un'altra leggenda entra incidentalmente, e potremmo dire di riflesso, nel gruppo delle leggende siciliane che si riferiscono al Vespro. Questa volta il popolo non ha cercato di spiegare l'etimologia di un toponimo, creandoci sopra una leggenda, come è avvenuto per Francavilla; ma ha cercato di nobilitare la smisurata grandezza di un albero, correlandolo con la figura di un'avventurosa regina napoletana, Giovanna I d'Angiò, che se, come pare accertato, non fu mai in Sicilia, ebbe tuttavia grandissima notorietà nell'isola, perché fu lei a stipulare, per il tramite dei suoi ambasciatori, la pace di Catania nel 1347, che chiuse la seconda fase della guerra del Novant'anni;' e catanesi erano la sua fida cameriera Pippa e il suo siniscalco Raimondo, complici con lei nell'assassinio di suo marito Andrea d'Ungheria, ucciso ad Aversa nel settembre del 1345.' Il grazioso centro etneo di Sant'Alfio in provincia di Catania (che è così chiamato dal nome di uno dei tre santi fratelli guasconi Alfio, Cirino e Filadelfo, martirizzati sotto l'imperatore Decio nel terzo secolo d.C.) è famoso per un gigantesco castagno, da secoli chiamato " il castagno dei cento cavalli ", il quale, sebbene bruciato nel suo tronco principale nel 1923 (si dice per vendetta compiuta da alcuni abitanti di Giarre, seccati che il comune di Sant'Alfio avesse ottenuto l'autonomia amministrativa," sottraendo una notevole fetta di territorio al comune di Giarre) è ancora imponente e gigantesco: infatti i suoi quattro polloni hanno una circonferenza complessiva di circa cinquanta metri. E non è l'unico castagno gigantesco e secolare della zona, perché nelle vicinanze ce n'è un altro, che per le sue colossali dimensioni è soprannominato " la nave "; e un altro ancora è soprannominato " rusbigghiasonnu, risvegliasonno ", o per il numero straordinario degli uccelli che vi cinguettano al mattino, oppure perché, come altri vuole, con i suoi rami più bassi faceva svegliare (con un risveglio un po' brusco, in verità) l'assonnato carretticre che non faceva in tempo a scansarli. Il castagno di cui parliamo è chiamato " dei cento cavalli " perché, secondo una plurisecolare tradizione locale, la regina napoletana Giovanna I d'Angiò, che regnò dal 1343 al 1381 e fu celebre per le sue dissolutezza, vi avrebbe trovato riparo con tutto il suo seguito, formato da un centinaio di cavalieri e di dame, essendo stata sorpresa da un furioso temporale durante una battuta di caccia sull'Etna, allora ricco di daini e di cinghiali, nonché di cervi come sappiamo dalla leggenda della bella Angelina testé narrata. Si tratta, insomma, di un castagno veramente " regale ". Della leggenda si sono impadroniti i poeti, tanto in dialetto quanto in lingua. Uno dei migliori poeti dialettali catanesi, Giuseppe Borrello, ha cantato questo smisurato albero come un Pedi di castagna tantu grossú ca ccu li rami so' forma un paracqua sutta di cui si riparò di l'acqua, di fùrmini, e saitti la riggina Giuvanna ccu centu cavaleri, quannu ppi visitari Mungibeddu vinni surprisa di lu timpurali. D'allura si chiamò st'àrvulu situatu 'ntra 'na valli lu gran castagnu d'i centu cavalli.' Un altro poeta della zona etnea, il dannunziano Carlo Parisi da Macchia di Giarre (1883-1931), immagina, con delicata fantasia, i tre santi fratelli martiri. Alfio, Cirino e Filadelfo serenamente addormentati sotto le fronde del vetusto castagno, nella dolcezza della sera primaverile: "A sera dolce: al fresco di rugiada ora prendon beltà le vigne in fiore, ora ne' trebbi della lenta strada co' cavalieri delle tue convalli dormono i tre fratelli del Signore sotto il castagno dei cento cavalli." Ed il poeta catanese Giuseppe Villarocl, che abbiamo già avuto modo di citare, ha dedicato al " castagno dei cento cavalli " questo suggestivo e classicheggiante sonetto: Dal tronco, enorme torre millenaria, i verdi rami in folli ondeggiamenti, sotto l'amplesso quèrulo dei venti, svettano ne l'ampiezza alta de l'aria. Urge la linfa, ne la statuaria perplessità de le radici ergenti, sotto i laocoontei contorcimenti, dal suolo che s'intesse d'orticaria. E l'albero Briareo legnificato ne lo spasimo atroce che lo stringe con catene invisibili alla terra, tende le braccia multiple di sfinge scagliando contro il cielo e contro il fato una muta minaccia ebbra di guerra.' Di quest'albero gigantesco abbiamo parecchie descrizioni nelle opere degli storici siciliani, a partire dal Cinquecento.' La prima descrizione fatta da un viaggiatore straniero è quella dello scozzese Patrick Brydone, che nel 1770 lo visitò: " Fra questi alberi ve ne sono molti di dimensioni enormi. Tra tutti però il Castagno dei cento cavalli è di gran lunga il più famoso... L'apertura centrale è ora prodigiosamente grande, e se questo era una volta un unico tronco, è giusto che lo abbiano considerato come un fenomeno straordinario del mondo vegetale, e il suo titolo di gloria della foresta gli va a pennello ".

TESORO ALARICO

 

Anche la nobile Cosenza custodisce una leggenda, legata al passaggio dei goti nel remoto 410. Parla di un re-condottiero, Alarico, realmente esistito e morto di malaria alle porte della città, e del suo inestimabile tesoro di cui si favoleggia da secoli e che mai nessuno è riuscito a trovare. L'uno e l'altro sarebbero sepolti nel letto del Busento, fatto deviare dai barbari per non lasciare la tomba del loro re in balia delle orde di miserabili assetati di vendetta che seguivano l'esercito a distanza. A ricordo dell'episodio, a metà tra storia e leggenda, resta il ponte di Alarico, sospeso sul fiume tra le chiese di S. Domenico e di S. Francesco da Paola, nel punto esatto, si dice, in cui giacerebbe il tesoro, ma finora ogni ricerca è stata vana.

LA PRINCIPESSA SICILIA

 

Ma anche il nome stesso dell'isola è nato da una leggenda, che parla di una principessa bellissima, che si chiamava appunto Sicilia, e alla quale il destino ordinò di lasciare, sola e giovinetta, la propria terra natia, altrimenti sarebbe finita nelle fauci dell'ingordo Greco-levante, che le sarebbe apparso sotto le mostruose forme di un gatto manlinone, divorandola. Per scongiurare questo pericolo, non appena compì quindici anni (che così voleva il destino) il padre e la madre, piangenti, la posero in una barchetta, e la affidarono alle onde. E le onde, dopo tre mesi, quando ormai la povera Sicilia credeva di dover morire di fame e di sete, dato che tutte le sue provviste si erano esaurite, deposero la giovinetta su una spiaggia meravigliosa, piena di fiori e di frutti, ma assolutamente deserta e solitaria. Quando la giovinetta ebbe pianto tutte le sue lagrime, ecco improvvisamente spuntare accanto a lei un bellissimo giovane, che la confortò, e le offerse amore e ricetto, spiegando che tutti gli abitanti erano morti a causa di una peste, e che il destino voleva che fossero proprio loro a ripopolare quella terra con una razza forte e gentile, per cui l'isola si sarebbe chiamata col nome della donna che l'avrebbe ripopolata; ed infatti si chiamò Sicilia, e la nuova gente crebbe forte e gentile, e si sparse per le coste e per i monti. 

PONTE DEL DIAVOLO


Molti riminesi avranno sentito nominare l'antico Ponte di Tiberio con l'appellativo di "Ponte del Diavolo"; anche la tradizionale Festa del Borgo di San Giuliano diede vita ad alcune manifestazioni legate a questa insolita nomea dell'antico ponte romano. Una delle iniziative più eclatanti fu l'esposizione di un imponente carro mascherato da diavolo, posizionato all'imboccatura del ponte. L'appellativo è legato al mito di indistruttibilità di cui nei secoli il Ponte di Tiberio si è fatto scudo.
Iniziato dall'imperatore Augusto nel 14 d.C. fu completato dal figlio Tiberio nel 21d.C. 
Dal suo ultimo costruttore, questo mirabile esempio di tecnica romana, prese il nome e si rivestì della leggenda che ancor oggi accompagna le sue millenarie pietre.
Ci vollero ben sette anni a Tiberio per portare a terminare la costruzione del ponte di Ariminum, iniziata dal padre. Durante questi anni, risultò molto difficile riuscire a continuare l'opera. I lavori procedevano molto a rilento perché ogni qual volta che si costruiva un nuovo pezzo del ponte questi crollava o comunque non riusciva bene. Sembrava un'opera edilizia destinata a non vedere mai la luce e a minare la gloria dell'imperatore fin quando egli, dopo aver pregato invano tutti gli dei giocò l'ultima carta rimastagli e interpellò l'unico essere soprannaturale che poteva metterci lo zampino. E ce lo mise davvero. 
Tiberio invocò il diavolo e, pregandolo di venire in suo aiuto fece, con il signore dell'oscurità il seguente patto: egli avrebbe costruito il ponte ma in cambio si sarebbe preso l'anima del primo che lo attraversava. All'imperatore non rimase che accettare e il diavolo si mise subito all'opera. Il ponte fu costruito nel giro di una notte; bello, solido e imponente, stava lì, ad aspettare che lo si attraversasse. Venne il momento dell'inaugurazione e il corteo ufficiale era pronto per la parata quando all'imperatore venne in mente come liberarsi di quello scomodo patto col diavolo. Tiberio ordinò che, in segno propiziatorio, prima di tutti, sul nuovo ponte, dovesse passare un cane. Così fu fatto e il diavolo, che aspettava la sua anima sull'altra sponda del ponte, rimase a bocca asciutta. Satana, schiumante di collera per essere stato buggerato così malamente, decise di vendicarsi all'istante e buttare giù il ponte di Tiberio. 
Calciò più volte con ira sulla pietra da lui posata, ma niente da fare. L'aveva costruito indistruttibile e nemmeno lui poteva distruggerlo. Così se ne dovette andare... con le pive nel sacco, ma a testimonianza di questo episodio rimangono alcune impronte caprine impresse su di una delle grosse pietre poste all'inizio del ponte sul lato che guarda la città. 
C'è di vero che questo ponte romano si è guadagnato la fama d'indistruttibile rimanendo in piedi per quasi venti secoli, sopportando per tutto questo tempo il via vai del traffico cittadino e assolvendo "senza fare una piega" alle sue quotidiane funzioni. Molti nel corso della storia vi arrecarono danni o tentarono di abbatterlo, inutilmente. I bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale si accanirono particolarmente con questo importante ponte di comunicazione ma non riuscirono a scalfirlo.
Che sia veramente opera del diavolo?